06/05/2008 | di Alberto Di Felice
Saw IV** [6+] Non rimane molto di nuovo da dire sulla saga dell'enigmista. Se non altro, come già si faceva in riferimento al precedente terzo capitolo, e come testimonia l'inarrestabile volontà produttiva (un nuovo episodio è previsto negli USA per il prossimo ottobre), ne va registrato il pieno inserimento entro i canoni della serialità televisiva, seguendo le cui regole vengono ormai sviluppati, sia narrativamente che stilisticamente, eventi e personaggi. Tanto che per parlarne propriamente bisognerebbe analizzare più da vicino il complesso delle opere, piuttosto che i singoli film.

Si avverte per di più in questo episodio un cambio di marcia. Enigmista (Tobin Bell) e complice (Shawnee Smith) sono ormai morti, ed intuibilmente i nuovi sceneggiatori Patrick Melton e Marcus Dunstan—che si occuperanno anche del prossimo, ancora diretto da Bousman—stanno iniziando a sviluppare il testo in direzioni inedite e, per quanto è dato modo di comprendere, ancora oscure. Non è neanche questa una novità, in un progetto che dopo il grande successo commerciale del capostipite ha saputo diabolicamente sfruttare e ribaltare i propri apparenti buchi per ricavarne nuove trame e gare morali, lasciando del pari un po' confusi.

Appunto per questi motivi si ripresenta immancabilmente quel dilemma di morale della rappresentazione e morale della visione che in relazione alla serie ha generato parecchie critiche, alimentate dal sadismo fisico e psicologico del "gioco". Lo gnomico Jigsaw se la suona e se la canta un po' come gli pare, e intanto noi assistiamo allo spettacolo. Il film vuole lusingare le nostre perversioni? Siamo sadici anche noi? La visione morale sottostante è effettiva, è effettiva e discutibile, o è solo una scusa per nascondere un abbrutimento?

Il flashback diventa l'elemento caratterizzante dello specifico di Saw IV, sequel-prequel, e può fornire parziale risposta a questi interrogativi—o generarne di altri. L'enigmista esiste ora solo nell'immateriale dei propri moventi relazionali, il suo cancro diventa perdita di un figlio e quindi paternità mancata, abbandono di una moglie (Betsy Russell), somatizzazione epifenomenica. La rivelazione di questa parte della storia si legge al contempo con l'alternata indagine del poliziotto Rigg (Lyriq Bent) sul senso di giustizia della sua stessa professione, sulla collisione del mestiere ingrato con la sfera intima, sulla procedura legale ed amministrativa che sovrintende il rapporto di fiducia fra colleghi.

Ci sono giustappunto questi nuovi elementi di un enigma incrementale, nel quale l'unica paurosa certezza è quella di star guardando attraverso gli occhi, convincenti e dubbi, di qualcuno cui piace speculare sull'ambivalenza dei nostri stessi assunti personali. Non si perverrà ad una risposta in Saw IV, capitolo in cui Jigsaw sembra infine aver trovato un nuovo alleato proprio nel mondo di Rigg—vedremo nel quinto dove ciò ci condurrà. Pare però abbastanza chiaramente che l'apparato moraleggiante ed il latrocinio di sangue, più che fornire risposte delle quali nessuno forse ha bisogno, si stiano costruendo pian piano in un'interessante architettura nella quale l'etica inconfessata del singolo incontra quell'edificio poco edificante delle sue fondamenta sociali.

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05/05/2008 | di Alberto Di Felice
Iron Man*** [8] Il fumettone computeristico anni '90/2000 incontra la commedia sofisticata anni '30, ovvero Joel Schumacher incontra Frank Capra e ci gioca a braccio di ferro. Il film sta per finire dopo lo scontro finale: l'eroe giace provato e inconscio a terra, forse non ce la farà (ma chiaramente ce la farà: è l'eroe), la camera stringe sul dettaglio del magnete che gli dà la vita e i "poteri", dissolvenza in nero. Assolvenza: una televisione ed un notiziario narrano gli eventi della sera prima, e nel frattempo la camera indietreggia rivelando sulla sinistra l'industriale genio Tony Stark (Robert Downey Jr.) che legge soddisfatto ed avido (come un Howard Hughes ancora abbastanza sano e brillante cui manca solo un sigaro in mezzo ai denti) il Chronicle che l'ha appena battezzato "Iron Man", mentre la fedele ed avvenente segretaria Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) lo imbelletta per la conferenza stampa.

Qui Stark si alza, si infila la giacca e ricomincia a flirtare. In un momento romantico i due si erano quasi baciati, e per flirtare lui tenta di ricordarle esattamente quel momento al gala, prima di realizzare e ricordarsi lui, grazie all'acidulamente nonchalant aiuto della femme, di averla abbandonata proprio sul più bello. Sarebbe anche il caso si ricordasse che, va bene, lui ha l'armatura e si è battuto col cattivo; ma se non ci fosse stata la segretaria a macchinare ai piani bassi (e a buttargli la spazzatura, occasionalmente), non sarebbe arrivato molto lontano. Invece eccolo smagliante dirigersi alla conferenza e, dopo uno stentato incipit, confessare inconsulto con incerta spavalderia: «Io sono Iron Man». Uomini. Vedremo come continuerà la romance nel prossimo capitolo.

È di tendenza tornare alle origini dei supereroi, come insegnano Nolan e, in diverso modo, Singer. Jon Favreau tiene alla grande il polso di un film su un supereroe non legato a precedenti adattamenti, che è al contempo genesi e ritorno alla genesi (oltre ad essere commedia sofisticata anni '30). Lo dichiara esplicitamente lo spiazzante doppio inizio con flashback: già al suo interno il film esplode e ripiomba indietro, si ricostruisce letteralmente. Chi è Tony Stark, chi è stato e chi sarà. Stark, tanto per cominciare e fermarsi subito, è uno sregolato come l'attore che lo interpreta (se l'amavate, l'avrete di certo ri-amato molto), un elfo in armatura (che non è di ferro) come il regista che lo dirige (e fa la guardia del corpo).

Con Iron Man—scritto da Mark Fergus e Hawk Ostby (fra gli sceneggiatori de I figli degli uomini) con Art Marcum e Matt Holloway—l'ottimo Favreau coniuga il tono tradizionale e galante del suo gioiellino Elf, il polveroso giocattolo pezzo d'epoca del suo Zathura, e la meraviglia digitale del giocattolone tecnologico del Transformers di Michael Bay. La commistione di modelli e qualità estetiche e di scrittura che ne esce fuori ha vita propria, crescentemente maliarda, e comando autonomo: un bronzeo e mordace esordio, irrancidita critica in spassoso grassetto all'operato politico-capitalistico, spostato dalla costa Est del fumetto ad una bruna California popolata da strateghi di tecnologia militare a strapiombo sull'Afghanistan.

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04/05/2008 | di Alberto Di Felice
Il treno per il Darjeeling**½ [7½] L'ultimo film di Wes Anderson si apre con una delle dichiarazioni più enigmatiche da lui mai prodotte. Perso in un taxi dentro il traffico di Jodhpur, Bill Murray sembra col suo cappello in testa, completo grigio e bretelle, un James Stewart che sa troppo poco (lo era già stato nel 1997, senza cappello, in un gustoso film di Jon Amiel). Corre in stazione, salta la fila per fare il biglietto, si affretta a prendere il treno che sta partendo. Chi è il misterioso uomo d'affari senza nome che interpreta? Sarà magari il magnate dell'acciaio Herman Blume di Rushmore, giunto in India per sovraintendere a qualche operazione di outsourcing delle sue fabbriche dell'Ohio, e per rincorrere i figli che mai l'hanno rispettato?

Il richiamo è evanescente, lasciato giacente fin quando non ritroveremo per un attimo il personaggio assieme agli altri, in quel carrello girovago lungo gli scompartimenti del treno virtuale ricomposto dentro il Darjeeling Limited. Dopo le sequenze iniziali, Murray non lo vedremo più fino a questo momento, nel quale ancora nulla ci verrà detto di lui. Mentre corre verso il treno già partito, gli si affianca a sinistra Peter (Adrien Brody): i due si guardano per un secondo con un po' di meraviglia, continuando a correre. Poi il più giovane e scattante Peter sorpassa Murray, e riesce a salire sul treno. Qui, ormai assicuratosi la partenza, si solleva i vecchi occhiali da sole con lenti gradate, che appartenevano al padre morto un anno prima, e osserva l'altro arrestarsi scorato sulla piattaforma, col treno ormai andato.

I due sono come padre e figlio, in vite parallele che si salutano meravigliate per un secondo. Di Peter sapremo che si incontrerà con i fratelli Francis (Owen Wilson) e Jack (Jason Schwartzman), in un viaggio spirituale che forse li avvicinerà; dell'altro non ci verrà detto nulla, se non che è un uomo che sta oltrepassando la mezza età, frastornato e solo. Un ruolo desolato che Murray, quinto di nove figli datosi alla commedia per vivere, ormai incarna da tempo, e che da Rushmore in poi fa da vera e propria congiunzione di poetica fra le pellicole di Anderson, come e forse più della presenza di Owen Wilson, che per la seconda volta consecutiva non mette mano alla sceneggiatura.

Il surreale del texano continua dunque a gettare uno sguardo idiosincratico e nettamente distinguibile dagli altri sulla famiglia e sui suoi personaggi, caratterizzati come fumetti su cartoni mobili, oggettistica e calligrafia di solitudini, reticenze ed incomunicabilità. Ora in India, dove i contrasti si umanizzano ancor di più nell'adiacenza e rassomiglianza dei lutti (splendido il flashback al funerale del padre, prima del funerale del piccolo morto nel fiume), nel paraggio di persone con le quali si parla (gli indiani britannicizzati del treno) o non si parla (quelli non britannicizzati delle campagne), ma comunque nitidamente prossime.

Scritto dal regista con i cugini Roman Coppola e Jason Schwartzman, The Darjeeling Limited ha forse meno gravità e senso del dettaglio rispetto alle precedenti collaborazioni con Wilson e Baumbach. Ma la descrizione di Anderson è ancora in grado di generare quello stupore geometricamente minuto dell'irreale che entra nel reale, quello stringimento nel comico che è l'emozione del suo cinema. E assieme annuncia che questo stesso percorso è forse giunto definitivamente alla fine, per rimodularsi verso nuove destinazioni di meraviglia. Al prossimo anno con Roald Dahl.

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03/05/2008 | di Alberto Di Felice
The Hunting Party* [4½] Tipico film di denuncia, che prova ad essere atipico, nel quale il buon gusto e la chiarezza ideologica non sono proprio il pezzo forte. Si parte dalla storia vera d'ordinanza, nel caso in specie un reportage del giornalista Scott Anderson sul settimanale Esquire, che assieme ad altri quattro colleghi avrebbe rischiato di scovare in mezzo alle montagne della Repubblica Serba Radovan Karadžić, se solo non fosse stato chiaro che la comunità internazionale (in particolare il governo americano), a sua detta, trova più comodo lasciarlo in pace dov'è. Chiamata a raccolta la star-testimonial Richard Gere, il bravo attore di supporto Terrence Howard, e un mestierante alla regia, la macchina è partita.

Richard Shepard, che si scrive la sceneggiatura, decide di buttarla sull'ironico. Ad aprire il film c'è infatti una bella didascalia che informa che «solo le parti più ridicole sono vere». Peccato che (escludendo le didascalie pre-titoli di coda) non abbia la faccia di bronzo per andare fino in fondo. Se da un lato abbiamo qualche nota bislacca (del tipo: gli agenti indiani della polizia internazionale dell'ONU mangiano, anche loro, le ciambelle) ad orpello di una vicenda nella quale i veri coinvolti sono stati sul serio scambiati per componenti di un'operazione coperta della CIA, dall'altro vengono riproposte stantie schematizzazioni drammatiche pensate apposta per la star.

L'eroe giornalista Simon Hunt (Gere) è contro il sistema, e capisce che il sistema è marcio quando l'amore della sua vita (che purtroppo si chiama Marda, Kristina Krepela) ci lascia tragicamente le penne. Nel momento tragico, ecco che salta fuori il cattivo (la personificazione del male, specie se è un serbo con l'occhio sbieco, il capello lungo e unto, e la barbetta incolta, fa sempre comodo) Boghdanovic 'La Volpe' (Ljubomir Kerekes; ma bisognava proprio scomodare Bogdanovich?) da guardare negli occhi: un giorno ci sarà giustizia. Ops, vendetta.

La giustizia/vendetta difatti c'è, a dispetto di ONU/Nato/USA/Francia/Regno Unito (ce n'è per tutti), grazie alla buona azione del villaggio musulmano dove crebbe e morì l'amata, alle calorose cure dei cui abitanti viene lasciato il mostro. Sarà colpa mia, ma il tocco ironico di Shepard mi è sfuggito particolarmente in questo momento, anche se ovviamente il tutto è un atto d'accusa contro L'Aia. Rimane difficile capire cosa trarne di preciso, se si pensa che il film sarebbe un commento al perché Bin Laden se ne sta anche lui ancora tranquillo sulle montagne. Forse che all'americano medio conviene andarselo a prendere e farlo fuori da sé perché ai Repubblicani conviene tenerselo stretto?

Terrence Howard è nel classico ruolo di sprecato, a sua volta con una bella lontana (Joy Bryant) cui pensare. Poi c'è colui che ha il ruolo di riaffermare sommessamente la positività complessiva del sistema (dell'informazione, e non solo) contro il quale l'eroe è schierato: c'è il figlioccio del vice-presidente del network che l'ha licenziato, il pivello Benjamin da Harvard (Jesse Eisenberg), che nell'attimo giusto si redime come sveglio e uomo d'azione, e intuibilmente a pellicola terminata re-immetterà l'eroe nel parterre
degli stipendiati bravi corrispondenti di guerra.

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02/05/2008 | di Alberto Di Felice
La sposa fantasma* [3] Il personaggio di Eva Longoria, ora "in Parker" dopo il recente matrimonio col cestista Tony Parker dei San Antonio Spurs, dà talmente ai nervi da far perdere il controllo persino all'angelo senza ali (Kali Rocha) che deve spiegarle qual è la procedura amministrativa da seguire se vuole entrare in Paradiso. Nonostante ciò, Kate ha un promesso sposo, Henry (Paul Rudd), che la sopporta e ama al punto da essere a pezzi per un anno intero dopo la sua morte il giorno esatto delle nozze, ad opera di un angelo di ghiaccio anch'esso senza ali.

Dal film di Jeff Lowell si capisce quali scipiti baggiani debbano essere i californiani, dando per scontato che tutti i californiani della metà Sud siano come i personaggi di Over Her Dead Body. Non meraviglia che Henry non trovi niente di meglio da fare che scegliere fra l'insopportabile megera cui ahilui è scampato e la ciarlatana dei tarocchi Ashley (Lake Bell): vive nel nulla assoluto, fra persone cui interessa al massimo stabilire (come a lui, del resto) se sono meglio i cani o i gatti. Pensate alla sorella Chloe (Lindsay Sloane): non si sa cosa faccia nella vita tranne frequentare (si intuisce) estetisti, negozi d'abbigliamento e maghe dell'occulto, o rubare il gatto della vicina. La mantiene Henry, o forse ha studiato da ereditiera a Las Vegas? Per tacere di chi (Jason Biggs) per cinque anni si dedica ad un'attività chiamata "fingersi gay per conquistare l'amica", che deve aver appreso dal manuale "Metrosexual for dummies".

Fatto sta che Chloe ha il diario, rigorosamente rosa, della defunta, e lo dà alla maga dell'occulto per aiutarla a gabbare il fratello facendolo uscire dalla depressione cronica. E poi si aspetta che la ciarlatana rimanga professionale. Questa, come fosse l'unica, non è semplicemente un'asinata di scrittura: sta lì, in tutto questo agiato contesto, a rendere edotti circa la deficienza culturale da cui è prodotto e da cui sono prodotti i personaggi. Manca addirittura qualcosa da prendere in giro: i personaggi sono chiaramente dei babbei, va bene, ma tutto il resto è a posto.

Pensiamo a come si risolvono le cose. Capite da soli che la defunta adesso è un fantasma nel limbo, e che il fatto che l'amato si stia rifacendo una vita non le va a genio; potrebbe accadere o che d'improvviso resusciti ricomponendo la coppia, oppure che si rassegni. Qui accade la seconda cosa, e per farla accadere servono due donne odiose e stupide che si contendono un uomo noioso e citrullo. E dove, secondo voi, il fantasma nel limbo può realizzare l'errore compiuto? In un supermercato! Una ricetta perfetta per il californiano senza cervello: le risposte le trovi al supermercato.

Non c'è nessuna ironia, purtroppo, e questo filmetto da poco, a ragionarci su, è proprio uno spicciolo elogio del consumismo matrimoniale e veterinario in vite cui non è richiesto di pensare ad altro. Se volete la prova definitiva che l'universo di questo film è popolato da imbecilli addormentati, sappiate che la maga dell'occulto, che è assillata da un bel pezzo dal fantasma, non capisce neanche che gli insistiti rumori sgradevoli che provengono dal cliente-amante sono opera della megera fantasma. C'è ben poco da ridere anche venendo a queste "situazioni comiche".

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01/05/2008 | di Alberto Di Felice
3ciento – Chi l'ha duro... la vince* [3] Se gli addominali dei guerrieri di 300 erano scolpiti al computer, quelli dei guerrieri di 3ciento (titolo finemente burino, da leggersi proprio "trec-i-ento"; poi c'è il sottotitolo) sono scolpiti con le bombolette spray. Da questo si ha un'idea, va da sé, dei diversi mezzi dispiegati; ma soprattutto, se si pensa anche che questa è una delle scarse trovatine valide del film, si ha anche un'idea dell'ormai assoluta inutilità di Jason Friedberg e Aaron Seltzer. I quali, dopo essere stati fra i sei creatori del primo Scary Movie, si sono decisamente impegnati per far capire al mondo che il merito di quella cavolata che almeno faceva ridere era interamente degli altri quattro.

Raschiando il fondo del barile, prendono il film recente che più di qualunque altro (escludendo forse Il Codice Da Vinci) è già parodia di sé stesso. Chiunque, dal professore di filosofia al bambino di terza elementare, era in grado di trovare quantomeno sospetto il legame virile fra guerrieri tanto palestrati uno di fianco (e dietro) all'altro. Friedberg e Seltzer ne fanno il loro ritornello, e così si limitano a prendere per il sedere la parte più sciocca. Quando, se si volesse, si potrebbe trovar modo di essere davvero corrosivi.

Quindi, una volta partiti in battaglia cantando e correndo balzanti sulle note—ovviamente—di “I Will Survive”, si è detto davvero tutto. Per il resto, non rimane niente di meglio da fare che buttar dentro richiami sparsi e già scaduti a pellicole delle ultime stagioni, agli ultimi quiz e talent show, uno a YouTube, qualche imitazione di conduttore televisivo e di tossiche star senza custodia parentale. Se ho lasciato fuori qualcuno o qualcosa, spero vogliano scusarmi. Insomma, ci vuole un po' di coraggio per arrivare fino alla durata di 1h05', all'altezza della quale il film è già alla frutta da un pezzo dopo quasi dieci minuti di reprise del glorioso pezzo della Gaynor (ma non ci aveva già pensato quel mattacchione di Frank Oz, poi?) nello studio di American Idol. Sappiate però che le scene tagliate sono già state inserite ad interrompere i titoli di coda (15'), così spazziamo ogni dubbio sulla necessità di comprare il dvd.

Ricordate il trecentiano «For tonight, we dine in hell» pronunciato da Leonida per dare l'infernale carica ai suoi? Bene, fra le "scene tagliate" ce n'è una nella quale i guerrieri vanno a cenare da Hooters, notoria catena di ristoranti dove a servirti trovi belle ragazze in succinta uniforme e pattini a rotelle (Carmen Electra non bastava). Ora, lo scorso anno il corto (5') United 300 di Andy Signore (che, intuirete, aveva la felicissima intuizione di legare il film di Snyder a United 93) vinceva l'MTV Movie Spoof Award. Lì, re Leonida minacciava il tiranno Jerxes (per chi ne ha bisogno, da "jerk"=coglione: c'è da chiedersi come mai non abbiano copiato anche questo) di far precipitare l'aereo. Al che, al Jerxes che giustamente preoccupato osservava «We'll be forced to land in Ohio!», lo spartano rispondeva: «Then tonight, we dine in Cleveland!». Secondo voi come commenta la cena da Hooters il Leonida di 3ciento (Sean Maguire)? Bravi, avete indovinato.

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30/04/2008 | di Alberto Di Felice
Un amore senza tempo [5] Un modo pregevole per trasporre un testo letterario incentrato sulla memoria in testo filmico, e un modo men che pedestre di farlo. Prendiamo come esempio della prima opzione il recente Espiazione: sceneggiatura prima e regia poi frantumano il racconto, da un punto di vista temporale e prospettico, per rivelarne in abisso la rilevanza per i personaggi (vivi o morti che siano) che vengono narrati, e soprattutto per imbastire un discorso con lo spettatore. Qual è il senso del ricordo per i personaggi? Quale per noi? Quanto ci si può fidare di esso? Chi sta narrando? In altre parole, il romanzo viene reso problematico per il pubblico meditando sulla prospettiva del racconto filmico stesso, al quale viene negata la confidenza tipica della narrazione, ossia la credenza nella sua certezza.

Prendiamo ora a esempio della seconda opzione questo Evening di Lajos Koltai. È un film che ha essenziali tratti in comune con quello di Wright, a partire da una certa levigatezza formale (Koltai nasce direttore della fotografia: osservate come a un certo punto i raggi del sole colpiscono bellamente Claire Danes assorta su una barchetta). A segnalarlo ci sarebbe anche il fatto esterno che i lungometraggi d'esordio di ambedue i registi, subito precedenti, erano anch'essi degli adattamenti di romanzi. Ma, ancora, la stessa "protagonista" interpretata in entrambi da Vanessa Redgrave è un segnale nient'affatto secondario. I due personaggi, nonché il diverso peso specifico e di minutaggio che ha l'attrice, sono una misura abbastanza fedele del metodo e delle conclusioni delle pellicole.

In Evening seguiamo la progressione parallela in cui è impegnata Ann Grant, che da vecchia (Redgrave) sta morendo e da giovane (Claire Danes) vive i giorni che hanno segnato per sempre la sua vita durante le celebrazioni per il matrimonio dell'amica Lila (Mamie Gummer). La vicenda di Ann da giovane è narrata in una serie di falsi flashback a incastro, nei quali non è tanto Ann a ricordare direttamente, quanto il narratore a spiegarci i retroscena dei pensieri (e delle visioni e passeggiate notturne in cerca di lucciole/stelle) della donna in punto di morte. Ora, questo tipo di costruzione si spera essere motivato da un qualche intento specifico; nel più banale dei casi, dovrebbe almeno produrre una "rivelazione" (o delle rivelazioni) nella trama, se non un vero e proprio twist, un qualcosa di determinante da relazionare al tempo presente della storia.

La cosa non sembra verificarsi in Evening. D'accordo: ci viene fatto vedere l'Harris (Patrick Wilson) che nomina Ann; viene descritto alla buona il rapporto fra Ann, Lila ed il di lei fratello Buddy (Hugh Dancy, con rozzo motivetto gay); ci viene fatto vedere l'avvenimento funesto che cambia bruscamente quel vecchio equilibrio apparente. Per dirla in breve, adesso sappiamo come sono andate le cose. Però non c'è una riflessione attorno, noi e la protagonista non stiamo elaborando nulla: non viene spiegato nulla se non quei fatti in sé.

Tant'è che alla fine arriva una munifica Meryl Streep (Lila da vecchia), che sbugiarda tutta la baracca. L'Ann anziana è assistita dalle due figlie, Constance (Natasha Richardson) e Nina (Toni Collette): la prima è moglie e madre attenta, mentre la seconda è confusa e non vuol fare la scelta giusta accettando il suo destino di madre (si confessa incinta di due mesi) e moglie dell'eterno fidanzato Luc (Ebon Moss-Bachrach). Ecco allora che la Streep esce dalla camera della Redgrave dopo esserlesi sdraiata accanto a ricordare i vecchi tempi, scende le scale e si ritrova davanti la Collette, che giustamente le chiede di aiutarla a capirci qualcosa. E la Streep non può tirarsi indietro, rivelando che dopo tutto questo viluppo lo scopo del film era quello di dire alla figlia—nientemeno!—che la mamma non ha sbagliato nulla in vita sua, e che in virtù di ciò la figlia non sbaglierà nel prendere finalmente quella decisione che è esitante a prendere. Accasciante.

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29/04/2008 | di Alberto Di Felice
L'altra donna del Re**½ [7] C'è del polso nel film di Justin Chadwick, adattato dal romanzo di Philippa Gregory dal Peter Morgan già autore de L'ultimo re di Scozia e del The Queen di Frears. Liquidato fegatosamente da buona parte della stampa anglo-americana come un drammone con storiella pruriginosa da soap opera televisiva—dal romanzo era d'altronde stata precedentemente tratta una fiction per la BBC; per di più, Chadwick viene proprio dalla televisione—, ricostruisce i gineprai della corte inglese del sedicesimo secolo, punto storico nodale per le sorti del paese, fronteggiandoli liberamente entro una struttura di scontri a più livelli, e attraverso di essa componendo un affresco—critico anziché storico—alquanto tempestoso.

Riassuntivo di tutti questi livelli è quello banalmente definibile come scontro di caratteri fra le due sorelle della famiglia Bolena, la maggiore e meglio nota alle cronache Anna (Natalie Portman) e la minore e più bella Mary (Scarlett Johansson). Fra le due fanno capolino stati d'umore complessi, divisi fra l'attaccamento e la fedeltà l'una all'altra, e di riflesso alla famiglia, e un istinto di ripugnanza e ribellione soprattutto da parte dell'impaziente Anna. Il rapporto fra di loro è naturalmente il nucleo del film, e viene profilato soprattutto per deduzione, a rilevare dunque la loro soverchiante affinità, narrando per ellissi le imposizioni che gravano su entrambe piuttosto che facendo ricorso a introspezioni psicologiche.

È soprattutto nella figura di Anna, nonostante il titolo che farebbe intuire una predilezione per Mary, e nonostante ci sia comunque un sostanziale equilibrio fra le due protagoniste, che viene riflesso l'afoso disdoro verso la sordida morale maschile che guida sia le scelte di convenienza della famiglia Bolena, sia l'affannosa ricerca di un erede maschio—e della propria alterigia virile di Stato—di re Enrivo VIII (Eric Bana). Difatti la sequenza conclusiva del film ci mostra, in successione in una serie di dissolvenze incrociate, i tre uomini il cui dominio è stato l'unica vera macchina della vicenda—il padre interpretato da Mark Rylance, lo zio macchinatore duca di Norfolk di David Morrissey, e il Re—come a metterli fra parentesi con le didascalie che li condannano inesorabilmente.

Le ultimissime immagini in coda alla sequenza mostrano invece la piccola Elisabetta, figlia di Anna, sottolineando beffardamente che l'erede forte del quale il Re era alla ricerca in effetti ci sarà, ma in una donna. E qui, se in molti hanno pigramente visto solo un furbetto ammiccamento ai due Elizabeth di Kapur, la pellicola si dichiara apertamente ed orgogliosamente femminista. Si potrà notare a tal proposito la felice scelta delle belle interpreti (che tuttavia non mancheranno di generare commenti negativi ed antipatie, come è sempre stato), delle quali possiamo ricordare due film, molto diversi eppure in vario grado di parentela "rivoluzionaria" con questo, come V per vendetta per la Portman e La ragazza con l'orecchino di perla per la Johansson. Senza dimenticare, per quest'ultima, la sua partecipazione al velenoso trittico inglese di Allen.

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