28/02/2007 | di Alberto Di Felice
Scrivimi una canzone** Negli anni '80 il pop inglese spopolava anche dall'altra parte dell'Atlantico; ora se chiedi ad una ragazzina di Poughkeepsie chi è Robbie Williams ti dice che è un attore prevalentemente comico, e che di recente l'ha visto al cinema in Una notte al museo. Alex Fletcher (Hugh Grant) era un idolo pop a quei tempi, metà meno carismatica di un gruppo molto Wham! che trionfò, per poi sparire per le ambizioni soliste dell'altro, con il motivetto (irresistibile: mi son ritrovato a canticchiarlo all'istante) "Pop! Goes My Heart". Ora vive a New York e non ha nessunissima aspirazione se non far quel poco di soldi che si posson raccogliere partecipando ad un Celebrity Death Match con per protagonisti varie meteore del mondo dello spettacolo, o cantare al luna park. Fin quando la teen star del momento Cora Corman (Haley Bennett) gli offre l'occasione di scrivere una canzone per un duetto. Guarda caso la ragazza che si presenta ad annaffiargli le piante, Sophie (Drew Barrymore), ha delle doti come paroliere.

Il film di Marc Lawrence (regista di Two Weeks Notice e sceneggiatore/produttore dei due Miss Detective e Miss FBI con Sandra Bullock) è una perfetta commedia usa e getta ideale per San Valentino. Se adorate Hugh Grant, qui potrete trovarlo al massimo del suo splendore, rinfrancato anche da lezioni di canto e danza (le ultime, che gli suggeriscono qualche ancheggiamento, meno fruttuose delle prime: è più memorabile come Prime Minister ballerino in Love Actually — tranne magari quando qui ha problemini da quarantenne alla schiena); soprattutto non mancano le one-liner d'assalto che sembrano cucite su di lui. Grant domina la scena e Drew Barrymore è sopraffatta, anche se le vien dato un po' di spazio con la sua storiella d'amore e tradimento letteraria con Campbell Scott (The Exorcism of Emily Rose). Fra gli altri interpreti Brad Garrett (Tutti amano Raymond) e Kristen Johnston (Una famiglia del terzo tipo)

La sceneggiatura dello stesso regista non ha nessuna illuminazione — include qualche elemento che sembra uscito da un filmetto minore con Lindsay Lohan quando è in scena la sensuale Cora — ma il minimo per rimaner soddisfatti c'è. Quella che è una commediola un po' fiacca ha però il suo momento memorabile: il falso video ormai trash della hit '80s (scritta come tutti i pezzi del film da Adam Schlesinger, bassista dei Fountains of Wayne) che la apre e rimane in testa.
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28/02/2007 | di Alberto Di Felice
Blood Diamond - Diamanti di sangueI film umanitari hanno sempre intenzioni lodevoli. Poi ce ne sono di orripilanti come Amore senza confini e di onestissimi come Hotel Rwanda. Blood Diamond prende i diamanti della Sierra Leone per lanciare messaggi ONU in tema di guerra civile, e lo fa con i peggiori mezzi dell'intrattenimento di massa con messaggio. Prende due star di buona o ottima fama, Leonardo DiCaprio (ottima) e Jennifer Connelly (buona), cui dare ampio spazio fra eroismi e storiella d'amore, e aggiunge un eroe nero buono (Djimon Hounsou, il Mateo del bellissimo In America di Sheridan) cui far sperimentare ogni tipo di sofferenza —compresa ovviamente quella della sua famiglia. Nulla di intrinsecamente sbagliato, se fosse fatto con un minimo di accortezza.

Il "j'accuse" è per le varie De Beers che se ne infischiano dei mezzi necessari per procurarsi materie prime, ma c'è anche un immancabile appello ai sensi di colpa del consumatore finale, che sarebbero le nostre donne occidentali e gli uomini che le viziano. I personaggi sono chiaramente delineati: il nero buono di cui sopra, una giornalista e un trafficante, oltre agli altri, generalmente cattivi. Il trafficante di DiCaprio, ad onor del vero, è leggermente più ambiguo: d'altronde è un trafficante, ma state certi che DiCaprio non può fare il cattivo. Di fatti gli viene riservato uno straziante monologo con campo strettissimo e musica di sottofondo (James Newton Howard); nel corso del film si può assistere come minimo ad altri tre momenti di tal fatta (tra Hounsou/Solomon e il figlio, ad esempio), puntualmente interrotti (sempre quando il discorso commovente è già finito) da colpi da sparo.

L'avventura non ha mai una vera funzione di denuncia: è sempre vistosamente al servizio di mezzucci narrativi serviti su un piatto di diamanti a favore delle star interessate. È un film che serve più a farci vedere quanto è bravo DiCaprio (nominato non si sa perché all'Oscar per questo ruolo, in un anno in cui è ben più convincente nel trionfatore The Departed), quanto non sia più il ragazzino di Titanic (come in The Aviator, il doppiaggio italiano servirebbe meglio lo scopo se gli assegnasse una voce diversa, a proposito), che non a dire qualcosa sulla Sierra Leone. Che DiCaprio sia bravo lo sappiamo già, ma vederlo fare l'eroe scolastico non rinforza la convinzione.
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28/02/2007 | di Alberto Di Felice
Dreamgirls*** Dreamgirls di Bill Condon (Demoni e dei, Kinsey) è intrattenimento da showbiz come può esserlo nella sua forma più pura, il musical. In questo caso è l'adattamento sullo schermo (ad opera dello stesso Condon) dell'omonimo show di Broadway vincitore di 6 Tony Awards nel 1982. Il principale merito del play e del film sta nel narrare un momento topico della cultura americana, quello che ha aperto la grande scena musicale e popolare ai cantanti afro-americani (e ad un genere, l'R&B) un tempo esclusi dai principali circuiti commerciali "bianchi". Con nomi mutati, ad esser romanzata è infatti la storia della mitica Motown di Detroit, con a capo Berry Gordon Jr., che dagli anni '60 ha lanciato gente come Diana Ross, Marvin Gaye, Stevie Wonder, Lionel Richie, Michael Jackson.

Il titolo è Dreamgirls perché le protagoniste nominali sono le Dreamettes, poi Deena Jones and the Dreams, ovvero Diana Ross and the Supremes. Per questo i primi due nomi in cartellone sono quelli di Jamie Foxx (il manager Curtis Taylor Jr.) e di Beyoncé Knowles (Deena Jones). Veri protagonisti del film sono però due secondari. Uno è un commovente Eddie Murphy, alla sua prima prova drammatica nonostante mantenga le smorfie: è stato candidato all'Oscar, e dati i concorrenti avrebbe dovuto vincere. L'altra è l'ex finalista di American Idol e debuttante attrice Jennifer Hudson, che l'Oscar l'ha avuto. Il cantante in discesa James "Thunder" Early dell'uno e il talento grasso messo da parte dell'altra sono il vero motore emotivo e riflessivo della pellicola.

Condon riesce, con una direzione scarna e quasi retró (al contrario di quella, pur vincente, di Marshall in Chicago, sceneggiato sempre da Condon), rispettosa del modello teatrale, a dar sfogo a dinamiche risapute (la bella che ruba il posto, il manager piacione, piccoli tradimenti d'affari, figli illegittimi) ma non meno reali. Si consideri la semplice resa, ad esempio, di "And I Am Telling You I'm Not Going", cantato dalla Hudson a centro palco circondata dagli specchi. Particolarmente riuscita, come detto, è la descrizione della contrapposizione razziale. Come è necessario in questi casi, le prove del cast sono un notevole valore aggiunto: oltre a quelle già citate, sono da menzionare quelle di Danny Glover e Keith Robinson.
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27/02/2007 | di Alberto Di Felice
Arthur e il popolo dei Minimei** Stare dalla parte del di certo non raffinato Besson non è cosa che fanno in molti. Io sì. Ho apprezzato — e non poco — il per tutti scialbo e null'altro che lezioso Angel-A (a proposito, ne approfitto per segnalare una recensione che, oltre alla mia, fa giustizia al film, quella del sempre ottimo Federico Gironi su Duellanti). Nel caso di Arthur non posso però esimermi dall'essere un po' insoddisfatto.

Questo film metà in carne ed ossa e metà animato potrebbe essere l'equivalente fantastico e per bambini di quello che è stato Il quinto elemento per la fantascienza: un rimasticamento libero, sgangherato e rutilantemente ironico di materiale americano in salsa europeidea. Gli elementi sono noti. C'è un bambino, Arthur (Freddie Highmore, La fabbrica di cioccolato), appassionato di scoperte ed invenzioni, affascinato dalla figura del nonno esploratore che non ha mai conosciuto. Quando la casa della nonna (Mia Farrow) rischia di essere espropriata, si mette alla ricerca del tesoro che quest'ultimo avrebbe nascosto nel giardino. Entra così nel
microscopico mondo sotterraneo dei Minimei e si dirige verso il regno del perfido Maltazard (voce di David Bowie nella versione in inglese), dove il tesoro è nascosto. In sua compagnia ci sono la principessa Selenia (Madonna) e il di lei fratellino Bétamèche (Jimmy Fallon).

Besson basa il mondo di Arthur sui romanzi per ragazzi che lui stesso ha scritto in collaborazione con la coppia Patrice e Céline Garcia. Fra I Goonies, un pizzico de La spada nella roccia e di quant'altro, alla fine esce fuori una sorta di FernGully, senza neanche particolari messaggi, ma che soprattutto non appassiona né diverte molto, se non per l'insolita eroina à la Besson e una nonna simpaticamente rintronata. Un po' del gusto va sicuramente perso nella versione italiana, nella quale mancano anche le voci ben riconoscibili di De Niro, Keitel, Palminteri e Snoop Dogg.
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27/02/2007 | di Alberto Di Felice
Vero come la finzione**½ Dopo Stay, Marc Forster (Monster's Ball, Neverland) ritorna in territorio meno accidentato e più gradevole, con una commedia surreale infarcita di belle interpretazioni. Protagonista è Harold Crick (Will Ferrell), agente del fisco dalla metodicità maniacale. Si lava i denti contando le spazzolate, così come conta i passi quando cammina. Un giorno, durante il suo rituale davanti allo specchio, inizia a sentire una voce che descrive tutto quello che fa. Non lo sa, ma è la voce della scrittrice Kay Eiffel (Emma Thompson), che sta scrivendo un libro del quale lui è protagonista. Harold va nel panico quando la voce comunica che a breve morirà. Notando il prezioso lessico adoperato, si rivolge al professore di letteratura Jules Hilbert (Dustin Hoffman), e intanto si innamora di un bel fornaio cui deve controllare i conti, Ana Pascal (Maggie Gyllenhaal).

Scritto dal finora sconosciuto Zach Helm, Vero come la finzione è nel territorio delle pellicole alternative da studios, lo stesso di I Heart Huckabees. Il surreale in questione spinge molto meno la mano rispetto a quest'ultimo, ma mantiene la capacità di attingere brillantemente dai lavori in stile Wes Anderson e Charlie Kaufman per farne prodotti con una propria anima e coerenza. Forse poco più commerciabili, ma senz'altro sinceri.

Sarà anche perché ogni singolo interprete è interamente e teneramente dedicato alla parte. È dai tempi del bellissimo Elf che Farrell dimostra di avere sensibilità e tatto, non solo doti comiche; Maggie Gyllenhaal, splendida e in attesa durante le riprese, è abituata a portar molto ai suoi personaggi anche in film minori; poi ci sono gli stralunati Hoffman (irresistibile, quasi-copia del suo "detective esistenziale" Bernard) e Thompson. Queen Latifah è l'assistente della scrittrice in crisi.
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27/02/2007 | di Alberto Di Felice
Happy Feet** Fresco vincitore dell'Oscar come miglior film d'animazione, Happy Feet va sul sicuro, anche se sembra tutto il contrario. Apparentemente è una bizzarra e adorabile favola che vede un pinguino/brutto anatroccolo trovare la sua strada nonostante tutto, con in più un bello spirito animalista ed ambientalista. In realtà sfrutta convenientemente i teneri pinguini che dopo La marcia dei pinguini e Madagascar (vedasi i piccoli pinguini messicani capitanati da Ramón, voce originale di Robin Williams) vanno alla grande, inventandosi qualche coreografia su pezzi noti (i genitori del pinguino coi piedi felici si innamorano sulle note di "Kiss" di Prince) e un po' di tip-tap, e più che avere uno spirito ambientalista fa un po' di predica ambientalista.

Mambo (nome originale Mumble, e voce originale di Elijah Wood) nasce da una coppia particolarmente talentuosa nel canto, attività nella quale i pinguini eccellono. Ma il papà Memphis (Hugh Jackman) ha fatto cadere il suo uovo e Mambo è stonato: non è mai esistito un pinguino stonato. Per di più i suoi piedini non stan mai fermi, e appena può si liberano in un'esibizione di tip-tap. Rinnegato dai suoi simili, Mambo trova degli amici in un gruppetto di pinguini di diversa specie (e diverso accento, spagnoleggiante), che sembrano apprezzare la sua stranezza. Assieme si daran da fare per risolvere il mistero degli "alieni" che sembra facciano sparire tutti i pesci.

Happy FeetLa particolarità del film sta come detto nei numeri musicali, coreografati come enormi e magnifiche scene di massa. Tematicamente c'è del meritevole: la diversità di Mambo, le convenzioni, lo sfruttamento da parte dell'uomo. Il tutto finisce per sembrare nuovo e quasi spregiudicato nell'accostare tante cose, singolarmente conosciute, tutte assieme. Ma il problema è che "assieme" il film non ha uno spirito convincentemente identificabile. I suoi due centri nevralgici, pinguino ballerino "strano" e uomo sfruttatore, vengon messi in contatto risolvendo tutto con la curiosità dell'ultimo per il tip-tap. E alla fine si vedono tanti numeri musicali — forse troppi, come a calcare la mano sapendo di star facendo presa — e intanto, distratti dalle coreografie, ci si accorge poco che del pinguino e dell'uomo ci son state dette
, senza molto sforzo né con molto focus, le solite cose: il primo trionferà su tutti perché buono e il secondo farà appello alla parte buona di sé. È anche giusto che sia così in un cartone, ma lo si poteva dire meglio facendo meno scena. Per il capitolo ambiente fare riferimento a L'era glaciale.
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26/02/2007 | di Alberto Di Felice
Nuovomondo***½ Grandi carote che galleggiano in un fiume di latte assieme alla marea di gente pronta a riversarsi nella tanta terra americana. Queste sono le immagini ricorrenti e conclusive di una pellicola dalle piccole visioni, che racconta con ammirevole e lucida ironia la partenza, il viaggio e l'arrivo dei nostri migranti di un tempo. E ne mostra tutto, dalle fattucchierie all'orgoglio, dall'ignoranza all'acume.

Assieme alla famiglia Mancuso — Salvatore (Vincenzo Amato), il figlio maggiore Angelo (Francesco Casisa), il minore sordomuto Pietro (Filippo Pucillo) e Donna Fortunata (Aurora Quattrocchi) —, con le giovani Rita e Rosa (Federica De Cola e Isabella Ragonese), abbandona la Sicilia e si imbarca alla volta di New York anche la bella Lucy (Charlotte Gainsbourg, L'arte del sogno), aristocratica inglese delle cui fortune passate non sappiamo nulla di tangibile. Durante il viaggio Lucy (o Luce, come la chiamano) è oggetto di ammirazione (da parte degli uomini) e sospetto (da parte delle donne) allo stesso modo della terra del futuro, alla quale infine tutti arriveranno. Scontrandosi con qualche difficoltà che non cancella comunque dalle loro teste il sogno, fattosi un po' più reale in tutti i sensi.

Con un linguaggio cinematografico di assoluto valore (vedasi la nave che salpa o la tempesta, fra le altre), Crialese ha l'intuizione di voler fare un film di questo genere mischiando il verismo delle mani e dei piedi nudi e sporchissimi al simbolo illuminato nella sua franchezza, fermando così un intero immaginario storico nelle menti di semplice, testarda, dignitosa gente. E, con personaggi scritti ed interpretati fantasticamente ed un'analisi dissimulatrice attraverso un rinfrescante distacco storico, non si rifugia nella vittimistica incomunicabilità fra mondi diversi (Sicilia e America, plebaglia italica ed aristocratica inglese) ma umanizza sempre. Anche i medici che cercano i pidocchi, o il funzionario che chiama futuri sposi e spose che non si conoscono.
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26/02/2007 | di Alberto Di Felice
L'assedio*** L'assedio è un film con un forte sottofondo di sessualità e religiosità. O meglio: animismo. Racconta una storia di piccolo respiro usando caratteri su cui indugiare, azioni e simboli da mostrare per evidenziare una conseguenzialità nelle loro azioni. Questa non viene infatti mostrata attraverso gli svolgimenti di trama, ma viene forzata sullo spettatore in virtù di una insistenza su una quotidianità che nella sua nudità non svela motivazioni razionali bensì impulsi.

In una grande casa vicino Piazza di Spagna vivono un solitario pianista inglese, Jason Kinsky (David Thewlis, Poeti dall'inferno), e la sua domestica africana Shandurai (Thandie Newton, Crash). Lei studia medicina e lui dà ormai solo lezioni a dei ragazzini. Non si parlano praticamente mai, almeno non per dirsi cose che vadano oltre la gestione della casa, se non quando Kinsky confessa il suo amore. Lei è già sposata e il marito, l'insegnante visto in apertura, è in prigione nel suo paese.

Le spiegazioni, come le parole, sono frenate con rigore; basta un dialogo per spianare la strada a quel che segue, ed ogni cosa è sottintesa. Kinsky si sbarazza uno per uno di suppellettili, drappi e piano, spogliando completamente la sua casa decadente (vicolo del Bottino 8, un tempo lì abitava D'Annunzio). Per una richiesta, un urlo/promessa fatto in realtà per allontanarlo. Un atto di fede, amore incondizionato. Non con fede ma con un rimorso che si trasformerà in qualcosa di diverso, l'altra risponderà.

Un teorema geometrico sul sacrificio, dove tutti alla fine si sacrificano o sono sacrificati (il marito). Più puro della logica, la sostituisce con un monumento d'intimismo spogliato di tutto.
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22/02/2007 | di Alberto Di Felice
Casino Royale**½ In onore alla massima secondo la quale una volta che qualcuno ha un'idea è bene riciclarla, anche James Bond ha bisogno di un prequel. Un'altra massima di product development qui applicata dice che gli eroi degli anni 2000 devono essere umanizzati. Così il nuovo James Bond (Daniel Craig, che ha sconfitto il mio scetticismo) è sì più prestante e marzialmente artistico, ma è anche meno spensierato e più problematico. Le donne non gli mancano, comunque, e anche queste sono un po' meno volatili. Sono finiti i tempi in cui Bond amoreggiava guardando l'orologio e rispondendo al telefono. La Bond Girl Caterina Murino, ad esempio, cede volentieri alle lusinghe (ma non si farà niente: quasi un sacrilegio) ma non è un oggetto: è una moglie che si gode la vita e decide lei. È lei che risponde al telefono. Vesper Lynd di Eva Green, poi, fa sciogliere il nostro — darà persino le dimissioni.

Bond si guadagna la licenza di uccidere incorporata nel doppio zero, combina qualche imbarazzo diplomatico facendo saltare un'ambasciata, continua a far di testa sua e alla fine è l'unico che sa giocare da vero giocatore. M (Judi Dench) è suo malgrado costretta ad iscriverlo ad una gara di poker organizzata dall'obiettivo Le Chiffre (Mads Mikkelsen, Le mele di Adamo). Al suo fianco Vesper Lynd e l'uomo in loco Giancarlo Giannini.

Un inizio che di migliori non se ne posson chiedere, sequenze d'azione (grande quella all'aeroporto) che continuano con la stessa qualità, un sottofinale romantico che quasi tocca corde disperate. La costruzione è perfettamente adrenalinica, ed è combinata con piccoli tratti intimisti e più "psicologici" (o quantomeno di nervi) nella fase centrale al casinò. Si ha la decenza di non pompare il film di nessun ammiccamento o veloce modello, tant'è che stranamente mi verrebbe voglia di rivederlo anche subito. Insomma, anche dati gli ultimi banalissimi esempi di umanizzazione a fini commerciali pronti per esser dimenticati all'istante (penso a M:I-3), Casino Royale dà le sue belle soddisfazioni.

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22/02/2007 | di Alberto Di Felice
A Venezia... un dicembre rosso shocking*** La carriera dell'inglese Nicholas Roeg è iniziata come assistente al montaggio ed è proseguita come direttore della fotografia, e qui si vede tutta. Il suo film si regge infatti su atmosfere, visioni e collegamenti. Ambientato in una Venezia per lo più nascosta dopo un inizio tragico in Inghilterra, costringe il protagonista John Baxter (Donald Sutherland) in un confuso rapporto col lutto derivante dalla morte della figlia.

La pellicola crea un'inquietante ambiguità sostenuta da un montaggio spezzettato e nervoso, che forza ad immedesimarsi in Baxter, specialmente quando rimane solo a Venezia, stordendo le nostre e le sue percezioni. Egli stesso non comprende affatto quello che gli succede, ed anzi insiste sull'oggettiva realtà resistendo il fascino della moglie Laura (Julie Christie) per due sorelle (Hilary Mason e Clelia Matania), una delle quali, cieca, è veggente. Questa presagisce un pericolo per l'uomo, e per tutto il film si è focalizzati sull'individuare il momento in cui il pericolo si materializzerà.

Lo stile visivo di Roeg, che sfrutta in modo impressionante lo scenario veneziano sul tema dei vicoli e dell'acqua, pennella con la forza della suggestione allusiva un'ossessione inconscia, cui è fedele anche il finale prima facie poco convincente.
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20/02/2007 | di Alberto Di Felice
L'amore non va in vacanza** Il film natalizio di Nancy Meyers (What Women Want, Tutto può succedere) ha due idee buone, una per ciascuna delle due protagoniste. La prima è per Iris (Kate Winslet), impiegata inglese perennemente infelice copia di Bridget Jones: la fa arrivare ad Hollywood e le fa rivivere il fascino del bel cinema che non c'è più mettendole di fianco un vecchio sceneggiatore uscito dai tempi d'oro (Eli Wallach, Il buono, il brutto, il cattivo) ed un giovane compositore che conosce tutte le colonne sonore a memoria (Jack Black). La seconda è per Amanda (Cameron Diaz), californiana montatrice di trailer: ogni tanto la sua stessa vita si trasforma in un trailer, e lei impazzisce ancor di più.

Queste due belle idee, che poi sono una (tramutare il romanticismo da cioccolatino in un omaggio romantico ai tempi d'oro di Hollywood), riuscirebbero a rendere amabile il film. Anche perché gli interpreti (meno la Diaz, tutta sorrisoni) sono straordinari, soprattutto quelli della metà che si svolge in California. Gli incontri per caso, in un disperato scambio di case fra le due metà dell'Atlantico, sono molto diversi: da un lato c'è una coppia di belli, dall'altra una coppia di "interessanti". Opinabile: sono io il primo a dire che la Winslet è stupenda (e dannatamente intensa, sempre); converrete invece che Black non è il massimo (ma è una forza, sempre). Gli "interessanti", comunque, sono quelli che meglio (con qualche sincera punta di commozione, anche) onorano l'intento sovradescritto e sono la parte più credibile del film.

La Diaz ha come straniero che le fa perdere la testa il bel Jude Law, che si scoprirà esser vedovo con figlie (fra le più adorabili, troppo, mai viste). Un ragazzo padre è l'ideale per portare qualità "adulte" alla vicenda, ma anche su questo versante la sfida fra le due coppie è persa.

Ma oltre alla metà che omaggia la vecchia Hollywood e alla bella commozione che suscita, che cosa ha questo film? Beh, il resto è copiato e scontato, col pilota automatico. Basti dire del bello e dannato, Hugh Grant/Daniel Cleaver della situazione, Rufus Sewell, che sbuca fuori senza neanche sapere perché. In definitiva c'è del buono, ma i 138' del film ci girano troppo poco attorno.
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20/02/2007 | di Alberto Di Felice
Una notte al museo**½ Campione d'incassi a casa e qui da noi, Una notte al museo è un classico ed onestissimo prodotto d'intrattenimento per famiglie. Questo genere di film ha una sua dignità quando non è volgare, è divertente e indirizza bene i suoi buoni sentimenti.

Nell'occasione abbiamo Larry (Ben Stiller), un padre divorziato che passa fallimentarmente di lavoretto in lavoretto; il figlio Nick (Jake Cherry, Friends with Money) adora il nuovo compagno della mamma. Larry si fa assumere come custode al Museo di Storia Naturale, che sta rimpiazzando i tre custodi di lungo corso (nientepopodimenoché Dick Van Dyke, Mickey Rooney e Bill Cobbs: un museo vivente) per tagliare i costi date le visite calanti. La sorpresa è che di notte il museo prende vita.

Facciamo i conti con i leoni ed i mammut che ricordano Jumanji, il T-Rex da Jurassic Park, una scimmietta pestifera, i vari romani e cowboy in miniatura  (a capo Steve Coogan ed Owen Wilson), Attila e gli Unni, la bella indiana Sacajawea (Mizuo Peck), il saggio presidente Roosevelt (Robin Williams) ed il faraone Ahkmenrah (Rami Malek). Alla fine il tutto carbura e, sebbene non ci siano grosse invenzioni, di piccole e divertenti ce ne sono. E se l'intento è meritevole come quello di ricordare ai genitori che è cosa buona portare i figli al museo e ai figli di studiare un po' più di storia, ancor meglio.

Ci sono anche Carla Gugino (Spy Kids), bella guida, e il direttore Ricky Gervais (The Office).

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19/02/2007 | di Alberto Di Felice
Dune*** Frank Herbert, lo scomparso papà letterario di Dune, ha detto del film di Lynch: «Comincia come comincia “Dune”, finisce come “Dune” e si sentono i miei dialoghi. Cos'altro potrebbe volere uno scrittore? Anche se ho delle riserve — mi serebbe piaciuto che David Lynch realizzasse la scena del banchetto — mi piace? Sì. Mi piace. Molto». Non è male per un film del quale non piace parlare allo stesso regista.

Parlare di Dune senza dire che è un progetto incompleto è impossibile. Uno script di 130 pagine, avente come materiale di partenza le oltre 500 pagine del romanzo del 1965 (che non ho letto: come sempre sostengo, questa è una fortuna), ha prodotto quattro ore di girato; Lynch sapeva dall'inizio che non avrebbe avuto controllo sul montaggio finale e che la durata si sarebbe dovuta contenere entro le due ore e mezza per le pressioni commerciali degli executive della Universal. Come da lui stesso ammesso, questo è stato l'errore della sua carriera. Eppure, se nell'ultima parte è evidente l'impossibilità di rendere pienamente convincente uno scioglimento al quale si giunge riassumendo tutto o quasi (intuibilmente, questa è la parte che più soffre del rinnegato montaggio), Dune è un film affascinante che si è giustamente guadagnato lo status di mini-cult, nonostante la produzione De Laurentiis apporti un look, compresi gli effetti speciali per la maggior parte ridicoli oggi, che sembra uscito fuori dal Flash Gordon di Hodges di quattro anni prima.

Lynch approccia il genere, che non apprezza in sé, perché vede del potenziale. «Vedevo tonnellate e tonnellate di possibilità per cose che amo, e questa era la struttura nella quale farle». Infatti, per quanto zoppo, nel
le premonizioni di Paul Atreides (Kyle MachLachlan) e nei voice-over Lynch ha inserito in Dune la parte essenziale del suo immaginario, esaltando il lato mistico-onirico rispetto a quello narrativo. Il risultato è un film tutt'altro che da rinnegare: di certo fra gli esperimenti di Lynch è il più incompiuto, ma ha anche uno strano fascino perché ha decisamente il tono del suo autore.
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19/02/2007 | di Alberto Di Felice
Furia*** Al suo primo lavoro negli Stati Uniti, Fritz Lang inscena un lucido apologo morale rispettando i suoi temi usuali. La sua comprensione delle devianze della società che lo ospita è mastodontica, sebbene sia chiaro che essa non è confinabile alla sola realtà americana. Fatto sta che Lang sceglie un periodo, quello immediatamente successivo alla depressione, ed un'ambientazione, la provincia, topici.

Parola d'ordine è nascondere per svelare. In un primo momento si crea l'ambiguità necessaria affinché lo spettatore trovi sospetta la situazione del protagonista, Joe Wilson (Spencer Tracy), come la troverà la folla della cittadina. Dopo il primo segmento introduttivo che vede Wilson salutare la fidanzata Katherine (Sylvia Sidney) e riprendere i fratelli con amicizie poco raccomandabili, un flash-forward inframezzato da una lettera ed alcune immagini pone una sfumata distanza col nucleo centrale del film, confondendo le carte.

In seguito, una volta rinchiuso colui che tuttavia sappiamo essere innocente, Lang si focalizza sulle chiacchiere fra donne e dal barbiere,
ponendoli in collegamento con politica (il governatore che decide sull'invio della Guardia Nazionale) e la stampa. Quest'ultima, come sempre, giornali e radio, è elemento necessario della allora visionaria analisi del regista. Sono così messi a nudo semplici meccanismi di malformazione della realtà, nascosti nel cieco orgoglio (semplice ipocrisia) nella presunta giustizia di un sistema di valori condivisi, che già da soli sono un linciaggio come quello, fisico, che seguirà.

Peccato solo che il marchio degli studios forzi nel finale ad accorciare verso una affrettata soluzione politicamente corretta.
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18/02/2007 | di Alberto Di Felice
Destini incrociatiHarrison Ford in Destini incrociati, sergente dei servizi interni Van Den Broeck, è indignato e duro. Prima sul lavoro e poi perché scopre che l'adorata moglie (Susanna Thompson), quando volava a Miami, non faceva servizi fotografici per collezioni primavera/estate: si divertiva con l'amante (Peter Coyote). Questi a sua volta è il marito della candidata senatrice repubblicana del New Hampshire Kay Chandler (Kristin Scott Thomas). Morti durante l'ultima loro fuga per un incidente aereo, faranno incontrare i rispettivi coniugi. E loro cosa faranno? Van Den Broeck, come detto, è indignato e continua a scuotere la testa, vuole arrivare a fondo; la futura senatrice non ha ovviamente interesse a dare in pasto agli avversari politici dettagli sulle sue corna. D'obbligo la scintilla.

Destini incrociati è un film per il divo protagonista, un anno prima ancora alle prese con disastri aerei in Sei giorni e sette notti, ma che potrebbe essere molto di più. Il suo personaggio è imbolsito nelle convenzioni da salda tempra morale (se a letto non confessa di essere democratico è perché è sfacciatamente repubblicano, di quelli discreti) che come detto lo fanno vagabondare in preda all'incredulità. Quella interessante è la senatrice, la brava Scott Thomas, bloccata però da una sceneggiatura (Kurt Luedtke, La mia Africa) fuori fase, che butta dentro tre sottotrame (delle quali una, quella professionale di Van Den Broeck, totalmente inutile — ma, ancora, c'è Ford) talmente fiacche da non potersi mai incontrare se non per brevi momenti, per di più scontati perché piegati ad una storiella di lutto fedifrago senza psicologia.
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18/02/2007 | di Alberto Di Felice
Eraserhead - La mente che cancella**** Per avere un esempio di un autore che con la sua prima fatica ha già espresso tutto, scegliete Eraserhead di Lynch. Questa pellicola, nata e finanziata inizialmente come corto con 20 pagine (mantenute) di sceneggiatura, sviluppatasi fra gli stenti del suo genitore nell'arco di cinque anni, accolta fra i fischi della critica meno illuminata — per Variety era solo uno «stomachevole esercizio di cattivo gusto» — ed infine celebrata, ingloba i suoni e le visioni del suo autore come continuerà a riproporli nei successivi lavori. Ancor più, da un punto di vista strettamente visivo Eraserhead è il Lynch più estremo e d'avanguardia che sia mai esistito.

La prima cosa da comprendere è che “comprendere” è termine e concetto fuorviante. La poetica del natio del Montana presuppone un disegno intelligente, ma è uno di quei disegni che solo il creatore può conoscere davvero: agli spettatori rimane il piacere di potersi scervellare per risolvere l'enigma. Non esistono versioni ufficiali. Di Eraserhead, Lynch comunica che finora non ha letto un'interpretazione che combaci con la sua. È anche vero che ad una lettura perfettamente logica (ossia avente un qualche onnicomprensivo senso) può essere anche futile arrivare: Lynch combina contorti mondi reali e — come sempre si deve dire parlandone — onirici in quello che è effettivamente un vortice in cui le distorsioni e deformazioni della psiche si mescolano per momenti diversi e spesso scollegati. Così che, se l'approccio alla visione è quello giusto, prima che perplessi o orripilati si è inghiottiti.
Di seguito la mia personale ricostruzione/interpretazione — senza intento né possibilità di esser totalmente esaustivo, non a caso in larga parte fedele alla struttura di Mulholland Drive.

Il disegno intelligente è visibile dai programmatici sei minuti iniziali. Il protagonista Henry (John Nance) è disteso galleggiante nello spazio (in questa prima inquadratura sembra proprio il regista), quasi dormisse ad occhi spalancati; sopra di lui, un pianeta roccioso si avvicina. Qui, l'Uomo nel Pianeta (Jack Fisk) fissa fuori da una finestra seduto di fronte ad un marchingegno. Henry spalanca la bocca e da questa esce una sorta di feto; l'Uomo nel Pianeta aziona le leve del marchingegno e lo strano essere piomba in una pozza. Poi nel buio si apre un cerchio di luce, come la bocca di un pozzo, ed inizia quella che dovrebbe essere la trama.

Henry, dalla celeberrima capigliatura, fa il tipografo (in ferie) e vive in un fetido palazzo vicino alla fabbrica. La sua vicina d'appartamento (Judith Anna Roberts) lo avvisa che la sua fidanzata Mary (Charlotte Stewart), che Henry non vede da tempo, ha chiamato per invitarlo a cena dai genitori. A cena, dove viene servito un minuscolo pollo ballerino e sanguinante, Henry viene a sapere che Mary, epilettica, ha dato alla luce un bambino —  prematuro, e forse neanche un bambino. Sposatisi, Henry e Mary si trasferiscono a casa di lui, dove accudiscono la creatura deforme, avvolta in una benda che copre tutto il suo corpo tranne collo e testa. Ma Mary (che nel sonno abortisce durante uno dei suoi attacchi alcuni "feti" simili a quelli d'apertura, e simili al bambino), non ne sopporta il pianto e lascia da solo Henry. Per quest'ultimo gli incubi, la cui fonte sembra risiedere dietro il radiatore
nella sua stanza ed in un armadietto dove tiene nascosto una specie di vermicello trovato nella posta, si moltiplicano. Includono: una donna con le guance deformate da coniglio (Laurel Near) che balla su un palco schiacciando "feti" di cui sopra; una notte spesa con la vicina d'appartamento (probabilmente anche questo è un sogno seppellito nell'inconscio, che si conclude con gli amanti che si inabissano nel letto diventato pozza anch'esso); la donna/coniglio sul palco che canta "In Heaven" («In heaven, everything is fine»); Henry che perde la testa (sostituita da quella del bimbo piangente), usata per produrre gomme per matite. Al suo risveglio, Henry va a bussare alla porta della vicina e non la trova; il bambino sostituisce al pianto una risatina malefica. Dopo un po' Henry trova la vicina con un altro uomo. Lasciato solo, identifica nella creatura la causa del suo stato: afferra un paio di forbici e gli taglia le bende, che si scopre tengono assieme i suoi organi interni, per poi colpirlo al cuore. La creatura si gonfia diventando ancor più mostruosa, l'elettricità impazzisce; Henry si ritrova davanti il pianeta d'inizio film, che si spacca spargendo la stessa polvere che spargeva il suo cervello/gomma per matite; l'Uomo nel Pianeta sghignazza; avvolti nel bianco, Henry e la donna/coniglio si abbracciano.

Dalla struttura circolare (sogno/origine, realtà, sogno, realtà, sogno/fine), il film si svolge in un mondo reale decadente fatto di edilizia ed oggetti industriali, nel quale il protagonista è vittima egli stesso di un disegno intelligente (il ciclo della vita — nel caso sessualità, paternità e responsabilità) che dà scacco alla sua insicurezza/inadeguatezza. Henry è chiuso fra un perfido demone che muove i fili ed una speculare visione quasi-celestiale nella quale trovar rifugio.

Più che uno «stomachevole esercizio di cattivo gusto» è un maniacale surrealismo cinematografico: non è trama che chiama immagini ma è visione che si evince da una labirintica organizzazione di visioni. Un film post-filmico, arte figurativa per qualcuno nel posto sbagliato. Già tutto Lynch, fuori dal suo tempo e già immortale, con un bianco e nero che vuol quasi impedire la possibilità di datarlo ad un'epoca precisa.
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17/02/2007 | di Alberto Di Felice
Il diabolico dottor Mabuse*** Ultimo film di Lang, terzo (e secondo sonoro) dedicato al diabolico dottore. Morto il vecchio genio del male e passati quasi trent'anni dall'ultimo capitolo, il nuovo pazzo e camaleontico dottore si scoprirà essere — ovviamente, verrebbe da dire — il figlio in cerca di vendetta.

L'intreccio si svolge quasi interamente all'interno dell'hotel Luxor, struttura la cui costruzione è iniziata nel 1940. Tempo di nazismo, come non manca di ricordare l'assicuratore Mistelzweig (Werner Peters). Qui Marion Menil (Dawn Addams) vuole suicidarsi dopo aver ricevuto un minaccioso telegramma. La salva il milionario americano Henry Travers (Peter van Eyck), magnate della bomba atomica. Lo stesso giorno, un giornalista televisivo è stato ucciso nella sua macchina, portando la polizia ed il commissario Kras (Gert Fröbe) ad indagare nello stesso albergo. A dare indizi al commissario è il cieco veggente Cornelius (Wolfgang Preiss).

Con complessità di spazi e tempi, questi ultimi da serie poliziesca, Lang sostiene magistralmente un intreccio che gioca su riflessi, suoni, gadget tecnologici e trucchi, sottolineati da un ottimo montaggio, anticipando di due anni il primo 007 cinematografico.
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16/02/2007 | di Alberto Di Felice
L'insostenibile leggerezza dell'essere***½ «Tomas, io lo so che dovrei aiutarti. Ma non ci riesco. Invece di essere il tuo sostegno, ti sono di peso. La vita è molto pesante per me, ed è così leggera per te. Io non riesco a sopportare questa leggerezza, questa libertà, non sono forte abbastanza». Tomas (Daniel Day-Lewis) e Tereza (Juliette Binoche) si conoscono in una stazione termale: lui è un chirurgo donnaiolo venuto da Praga per un'operazione, lei una cameriera di provincia con la passione per la fotografia.

Tomas ha la sua amante preferita in Sabina (Lena Olin), artista disinibita. Il loro connubio sessuale è perfetto come lo è quello amoroso fra lui e Tereza, che si sposano. Nel 1968 le truppe sovietiche invadono Praga, e prima o poi a tutti e tre converrà scappare a Ginevra. Ma i pesi sulla relazione fra Tomas e Tereza sono troppo opprimenti e lei torna in patria, lui la segue.

Questa lunga (171') storia di amanti, adattata dal regista Philip Kaufman e Jean-Claude Carrière dal romanzo di Milan Kundera di quattro anni prima, penetra la rincorsa all'esistenza dei suoi tre personaggi principali, prediligendo ovviamente quella dei due coniugi ma tenendo in sospeso fino alla fine quella di Sabina. Si instaura fra di loro quel filo sottile ed inspiegabile di comunanza, quel confine fra attrazione ed anima che vuole cogliere ogni momento dell'esistenza. Esseri inquieti che scappano da e tornano in un paese occupato alla ricerca di un equilibrio, sapendo che è lì di fronte a loro ma continua a spostarsi. Lo troveranno per poco. L'essere è leggero e fragile.

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16/02/2007 | di Alberto Di Felice
Alice non abita più qui**½ Monterey, California. Alice, una ragazzina. “You'll Never Know” di Alice Faye sfuma in una fattoria in "rosso e nero" in stile Mago di Oz. La piccola Alice, come sentisse la canzone: «Non è un granché: io canto meglio». 27 anni dopo, Alice (Ellen Burstyn) è una trentacinquenne sposata e con figlio in New Mexico. Un marito ed una vita non entusiasmanti. Finché il marito Donald (Billy Green Bush, Critters) muore e lei deve far tutto da sola. In fondo l'ha sempre fatto, ma questa è la prima volta che deve far affidamento esclusivamente sulle proprie risorse, senza che ci sia un uomo di cui esser l'appendice.

«Una volta ero così terrorizzata di Don, capisci io cercavo di accontentarlo sempre, avevo paura di dispiacergli. Così, adesso che lui non c'è più... Capisci, io mi sono sempre sentita che era lui a prendersi cura di me, e adesso non so che cosa fare. Ma non era vero, ne avevo l'impressione soltanto perché lui era lì. Ero stupida: io non riesco a vivere senza un uomo, ecco cosa c'è». Ora ha un altro uomo nella sua vita, David (Kris Kristofferson), un agricoltore di Tucson, dove si è trovata un lavoro da cameriera. Si era messa in testa di tornare a Monterey per riprendere i sogni da cantante: sulla strada, a Phoenix, aveva anche iniziato a cantare in un bar, ma era dovuta scappare dal violento Ben (Harvey Keitel).

«- Sono stata felice a Monterey, brutto scemo!; - Eri una ragazzina a Monterey! Puoi essere felice anche qui; - Oh certo, certo: però stavolta non permetterò a nessuno di fermarmi». Ecco che finalmente la piccola Alice è diventata adulta; o forse ha ripreso la determinazione che aveva nella fattoria in rosso e nero: «Aspetta e vedrai. E se qualcuno non è d'accordo può anche prendersela in quel posto». Poi si chiede da dove abbia preso la sua boccaccia il figlio Tommy (Alfred Lutter).

Ritratto femminile in epoca femminista, episodico ma genuino, il quarto film di Scorsese ha la sua forza in piccoli momenti di autenticità, che il regista cattura camera in mano. Un personaggio come quello della collega Flo (Diane Ladd, nominata all'Oscar assieme alla sceneggiatura di Robert Getchell) è impagabile, così come l'interpretazione della Burstyn (che l'Oscar se l'è portato a casa). Deficitario è invece il personaggio di David, l'uomo che dovrebbe cambiare la vita della protagonista. Dato il periodo del film, sorge il sospetto si sia finito con l'idealizzarlo e celebrarlo oltre i suoi meriti.
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16/02/2007 | di Alberto Di Felice
Malcolm X***½ Si conclude in due aule scolastiche il tributo di un regista nero ad un simbolo nero. In una scuola elementare americana ed in una scuola elementare sudafricana. Poco prima, dopo l'assassinio, le parole di Martin Luther King davano il via alle vere immagini del vero Malcolm X, e alle parole di Ossie Davis al suo funerale.

«Malcolm non era più nero da molti anni [...] Malcolm era divenuto un afro-americano e desiderava disperatamente che noi, tutta la sua gente, diventassimo anche noi afro-americani. Vi sono coloro che riterranno sia loro dovere dirci, in quanto amici della gente nera, che dobbiamo vituperarlo, che dobbiamo rifuggire persino dalla presenza della sua memoria, che dobbiamo salvarci cancellandolo per sempre dalla storia della nostra epoca tormentata. Ma noi sorrideremo. Diranno che lui è l'odio, un fanatico, un razzista che può solo nuocere alla causa per la quale combattete. E noi allora risponderemo a quei signori dicendo: avete mai parlato con fratello Malcolm? E l'avete mai visto commosso? Oppure, vi ha mai sorriso? L'avete mai ascoltato veramente? Potreste mai affermare che è stato coinvolto in disordini, o in azioni violente? Perché se così fosse, lo conoscereste, e conoscendolo capireste perché dobbiamo rendergli onore. Malcolm era il nostro essere uomini, la nostra vita, il nostro essere neri».

Il film di Spike Lee è a suo modo una lezione di storia e di orgoglio, necessaria sebbene da qualcuno ritenuta pedante e cinematograficamente poco coraggiosa. Diviso in due parti, racconta la vita del Malcolm Little (Denzel Washington, un attore che si sarebbe meritato l'Oscar già per questa sua prova) che diventa Malcolm X: la vita di quartiere, l'amante bianca, il carcere, la conversione, la rabbia, il pellegrinaggio, la divisione con la Nazione dell'Islam, la morte. Le due parti (Little/X) sono sbilanciate (la prima, nella quale Lee eccede anche in presenza sullo schermo, è troppo lunga), non tutto è coerentissimo (solo pacchiana la visione in cella di Elijah Muhammad, Al Freeman Jr.), ma in 202' vediamo l'uomo nella sua complessità, la sua oratoria (dominante e potente nella seconda parte) messa a nudo nella sua passione e controversia.

È un'agiografia non acritica perché, come le parole di Ossie Davis, celebra l'umanità di un uomo che aveva idee, anche sbagliate, che le ha predicate e rimesse in discussione, sempre in nome di un'autocoscienza e di un rispetto che voleva la sua gente avesse per sé stessa per prima. «Per quanto possiamo aver dissentito con lui, o tra noi, riguardo a lui e al suo valore in quanto uomo, che la sua tragica e prematura dipartita serva unicamente a unirci, adesso». Una lezione di storia che era necessario venisse da un regista nero, e non c'è un secondo in cui questo non si percepisca.
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15/02/2007 | di Alberto Di Felice
American Graffiti***½ In un'America che non si sentiva ancora lontano dal paradiso, il sogno stava per svanire. Nelle loro macchine con autoradio che non smettevano mai di diffonder musica come sottofondo di un'epoca, fra sfide, balli scolastici e tavole calde, quattro ragazzi ed altrettante ragazze si preparavano, sul finire dell'estate del 1962, a diventare adulti e compier scelte che, per decisive che potessero essere, erano ancora spensierate.

Curt (Richard Dreyfuss) è il più combattuto. Come Steve (Ron Howard), sta per partire per un college all'est, ma non è sicuro di volerlo fare. È convinto che una misteriosa donna bionda incrociata sulla terza strada, che domina i suoi pensieri, gli abbia sussurrato «Ti amo». Steve e la sua ragazza Laurie (Cindy Williams) devono accettare l'idea di separarsi. Terry (Charles Martin Smith) e John (Paul Le Mat) resteranno nella piccola cittadina a far le solite cose. Il primo, impacciato, cerca di rimorchiare una ragazza con l'auto di Steve — e trova Debbie (Candy Clark); il secondo sa solo far gare di velocità con la sua auto truccata, ma gli tocca sopportare la dodicenne Carol (Mackenzie Phillips).

American Graffiti è ricordato per il suo cast di giovani all'inizio della carriera. Per Ron Howard, ad esempio, doveva ancora arrivare, meno di un anno dopo, Happy Days. Ambientato in una cittadina del nord della California in omaggio alla Modesto dove è cresciuto Lucas, il film si compone di una serie di aneddoti che seguono la serata dei vari protagonisti. Fino ad un prefinale che si avvicina al tragico, con l'incidente durante la gara fra John e Falfa (Harrison Ford). Nessuno è ferito, e il giorno dopo Steve e Curt possono prendere l'aereo verso la loro destinazione. Le didascalie finali, con foto da album scolastico dei quattro amici, spiegano in poche parole e tono sensibilmente amaro cosa il futuro riserverà loro. I personaggi della misteriosa bionda e del deejay Lupo Solitario (Wolfman Jack) sfumano ed avvolgono la pellicola di un tenue senso di mistero che assieme alle luci della speranza getta l'ombra della perdita dell'innocenza.
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14/02/2007 | di Alberto Di Felice
Harvey**** «Stavo passeggiando, quando sentii una voce dire: “Buonasera, signor Dowd”. Io allora mi rivoltai e ti vidi questo grande coniglio bianco appoggiato a un lampione. Non ci trovai nulla di strano, perché quando uno ha vissuto in una città quanto ho vissuto io in questa, si fa l'abitudine che tutti conoscano il tuo nome. E naturalmente incominciai a discutere con lui».

Elwood P. Dowd (James Stewart) parla da anni con un coniglio gigante alto un metro ed ottantasette centimetri, conosciuto nelle circostanze sovra descritte. Lo presenta a tutti allo stesso modo in cui a tutti dà il proprio biglietto da visita; lo fa passare per primo tenendogli aperte le porte (lo fa con tutti); passeggia sempre portandosi dietro due cappotti e due cappelli, i suoi e quelli dell'amico. È arrivato il momento per la sorella Veta (Josephine Hull) e la nipote Myrtle Mae (Victoria Horne) di separarsi dal pur amato Elwood, che comincia ormai a farsi imbarazzante e ad allontanare tutta la società bene da casa. In clinica, però, il dottor Sanderson (Charkes Drake) prende per matta Veta e la fa rinchiudere dopo che questa confessa di essere così disperata da vedere a volte lei stessa l'alto coniglio. Elwood viene invece lasciato libero per la città, a zonzo come suo solito per bar, e va recuperato. Ma se persino i medici, come il dottor Chumley (Cecil Kellaway) che possiede la clinica, iniziano ad aver dubbi, Harvey va davvero fatto sparire dalla testolina sognatrice del suo amico?

Uno dei più comici, leggeri e toccanti elogi della follia. Sebbene Elwood, uno splendido Stewart, parli barcollante per tutto il film dimostrando un amore eccessivo per l'alcool, la sua follia se l'è sanamente scelta. «Io ho lottato con la realtà trentacinque anni, dottore, e sono felice di dire che l'ho vinta fuggendola», confessa candidamente al dottor Sanderson fra un'ordinazione di whisky e l'altra. E ben venga, se la follia porta in dono un essere così amabile. La sua mamma gli diceva: «“In questo mondo, Elwood, devi essere o molto astuto o molto amabile”. Io preferivo l'astuzia, ma consiglio l'amabilità».
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14/02/2007 | di Alberto Di Felice
I guerrieri della notte***½ Una New York notturna e 90' di pellicola. Basta questo al classico di Walter Hill, suo terzo lungometraggio prima de I cavalieri dalle lunghe ombre, per potersi dir tale. Con l'immediatezza di una trama snella, pronta ad introdurre scorribande di gang rivali, il film si posiziona a metà fra il noir, il western e la fantascienza (l'idea originale di Hill era di ambientarlo in un futuro imprecisato), anticipando un altro film che farà epoca come il di poco successivo 1997 — Fuga da New York di Carpenter.

Riuniti nel Bronx sono nove rappresentanti per ogni gang della città, convocati da Cyrus (Roger Hill), capo dei Riffs, che è intenzionato a riunirle per formare un esercito con schiacciante superiorità numerica sulla polizia ed impossessarsi della metropoli quartiere per quartiere. Durante il suo discorso viene assassinato da Luther (David Patrick Kelly, T-Bird de Il corvo), capo dei Leather Boyz, che fa ricadere la colpa sui Guerrieri. Per loro, guidati da Swan (Michael Beck), inizia la fuga per tornare salvi a Coney Island.

Coreografato a mo' di musical, con un'alternanza stretta di luoghi e personaggi inframezzata dalla voce della deejay di Lynne Thigpen, I guerrieri della notte è quasi la presentazione distorta del passaggio da incubo da un'era all'altra, dai '70 agli '80, un'iconografia urbana che di lì a poco lascerà New York ai sogni di Saranno Famosi.
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13/02/2007 | di Alberto Di Felice
Via col vento**** C'era una volta il vecchio Sud, terra di piantagioni di cotone, grandi dimore aristocratiche e schiavi buoni che servivano padroni degni. Gerald O'Hara (Thomas Mitchell, zio Billy de La vita è meravigliosa) se ne sta su una collina al tramonto e riprende la viziata figlia Scarlett/Rossella (Vivien Leigh): «È la sola cosa per cui valga la pena di lavorare, di lottare, di morire, perché è la sola cosa che duri». La terra.

Via col vento, il film più celebrato di sempre, può infischiarsene dei problemi della schiavitù. Il Sud che racconta è solo una terra armonica in ogni suo elemento, un paradiso scomparso dalla faccia della Terra e degno di esser celebrato. Gli schiavi sono solo figure protettive e sagge: Mammy (Hattie McDaniel) sbuffa e risbuffa ma è l'unica di cui lo sciupafemmine Brett Butler si interessi di avere il rispetto. Big Sam (Everett Brown) si illumina ogni volta che Scarlett gli si avvicina, e da uomo grande e grosso qual è la salva da un'aggressione di bianchi nordisti.

Eppure in qualche angolo non tutto brilla di pacifico mito. Scarlett rimprovera la svagata schiavetta Prissy (Butterfly McQueen) minacciando di "venderla"; nella Atlanta conquistata gli Yankee illustrano le opportunità del libero voto ad un pubblico di uomini neri appena affrancati. In un'America nella quale la segregazione legale o di fatto doveva durare ancora per quasi quarant'anni, di più non si poteva fare — né si doveva.

La storia è quella di Scarlett, svampita affabulatrice ed incantatrice di maschi, perdutamente innamorata del bell'Ashley (Leslie Howard) che sta per sposarsi con l'odiata Melanie (Olivia de Havilliand), e ridotta dal sollazzo delle feste prima della guerra alla fatica nei campi per non soffrir più la fame dopo. E del burbero ed opportunista come lei, Brett, che più della fame la metterà alla prova. È il più grande feuilleton popolare mai trasposto sullo schermo, tre ore e quaranta minuti — divise in due parti narrativamente distinte — di accesi tramonti, incendi, scambi di battute pieni di sottintesa carica sessuale fra i due, pettegolezzi, cadute, risurrezioni, lutti. Un romanzo popolare buontempone e infine crudele, con la nostalgia scritta nel dna e l'ardore di lasciare la sua protagonista fra la punizione di un «Francamente, cara, me ne infischio» e la forza di un «Domani è un altro giorno».
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13/02/2007 | di Alberto Di Felice
Alì*** Sapendo che questo è un film di Michael Mann non si dovrebbe rimaner sorpresi. Eppure resta una strana sensazione nel guardare un biopic così distante dal didascalismo che solitamente affligge il genere. Questo non perché Mann abbia rinnegato le regole del gioco —impossibile, ma perché sceglie coerentemente di illustrare il personaggio piegandolo alla sua poetica. Il risultato è che Alì è assieme ricostruzione e, di più, elegia di un'anima.

I momenti nei quali Muhammad Ali (Will Smith) è solo predominano emozionalmente, quasi debbano essere lì a stampare la sua condizione. Uno di questi lo vede nella sua macchina dopo l'assassinio di Malcom X (Mario Van Peebles): la vicinanza ed il parallelismo fra i due personaggi sono centrali nella primissima parte della pellicola, e la segnano. Altrove è in metro, o a correre per Kinshasa. Sono la firma di Mann, e fanno sembrare eventi e personaggi un'appendice che ha l'intento di fornire un'ottica mediata al tormento di un uomo che non è fatto icona, dettagli su una tela impressionista. Tant'è che quello che rimane non è la storia di Ali, ma quei momenti che puntano dritti a lui.

I valori della produzione, come solito per Mann, sono altissimi. La fotografia è per la prima volta di Emmanuel Lubezki, con un digitale notturno che Mann rivorrà nello splendido Collateral (ad opera stavolta di Beebe e Cameron). Le scene degli incontri sono fenomenali.

Primo, vittorioso ruolo serio per Smith. Jon Voight è da nomination Oscar, sotto un trucco e con un accento che lo rendono irriconoscibile per interpretare il suo Howard Cossell. Fra gli altri: Jada Pinkett, Giancarlo Esposito, Nona Gaye, Jamie Foxx, Barry Shabada Henley, Ron Silver, Jeffrey Wright.

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12/02/2007 | di Alberto Di Felice
Il dottor Zivago**** Uno dei film più celebrati della storia del cinema. Questo nonostante sia anche uno dei più criticati all'uscita, e continui ad esserlo. Nel suo dizionario, ad esempio, Mereghetti (che giudica Grandi speranze l'unico capolavoro di Lean) assegna due misere stelline a questo kolossal «più melenso che epico». Roger Ebert menziona una frase della defunta Pauline Kael del New Yorker: lo stile di direzione di Lean sarebbe «essenzialmente primitivo, ammirato dallo stesso tipo di persone che rimangono incantate quando una scenografia ha acqua corrente o il dipinto di un cavallo sembra talmente reale da poterlo cavalcare».

Hanno le loro buone ragioni, perché Zivago
è effettivamente un romanzo per immagini. Si ferma a contemplare i suoi paesaggi sterminati, scenografie curatissime, fotografia sontuosa, score evocativa, e ad un certo punto — l'arrivo di Zivago e famiglia a Varykino nel secondo atto — non smette più di farlo quasi la trama, pur densa di rivoluzioni, debba lasciare completamente il passo alla perdita nel sentimento, alla mesta rincorsa di un miraggio. Quello che il protagonista (Omar Sharif) sfuggito ai partigiani vede nella bufera della steppa siberiana: il fantasma dell'amata Lara (Julie Christie), che inseguirà fino alla morte sceso dal tram una volta tornato a Mosca.

Questo rincorrere immerso in un ritmo sempre più dilatato riflette la caduta di un mondo e l'impossibilità di adattarsi al nuovo che nell'omologazione annega per sempre la possibilità
per il singoloZivago che accetta la perdita della casa di famiglia, la nuova burocrazia, e persino che la sua poesia sia ora da stracciare — di trovare un proprio posto.

Delle tante da menzionare (il fido Alec Guinness narratore, la moglie di Geraldine Chaplin, il Pasha/Strelnikov di Tom Courtenay; Klaus Kinsky è l'intellettuale anarchico sul treno) l'interpretazione migliore è quella del compianto Rod Steiger
, che ruba la scena ad ogni occasione nei panni del cinico Viktor Komarovsky.

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12/02/2007 | di Alberto Di Felice
Hurricane - Il grido dell'innocenza**½ In Hurricane la gloria per Rubin Carter dura solo cinque minuti, giusto il tempo di vederlo vincere il suo titolo di campione dei pesi welter. Il resto del film non è una biopic, bensì un dramma giudiziario-carcerario. Sarebbe bene considerarlo così anche alla luce delle polemiche sulla sua aderenza alla realtà.

La sceneggiatura di Armyan Bernstein e Dan Gordon si ispira all'autobiografia scritta in prigione ("The 16th Round") e al libro "Lazarus and the Hurricane" di Sam Chailton e Terry Swinton. Questi ultimi
(interpretati rispettivamente da Liev Schreiber e Josh Hannah) sono due canadesi (oltre a loro c'è Lisa Peters interpretata da Deborah Kara Unger) che dedicarono anima e corpo alla causa di Carter fino alla sua definitiva assoluzione nel 1988, dopo diciannove anni di carcere, da parte della corte federale. La bontà della ricostruzione è stata pesantemente messa in dubbio. In una biografia uscita nel 2000, lo stesso Carter dipinge in maniera ben poco benevola i suoi "salvatori", i canadesi che prima hanno riaperto il caso e poi l'hanno accolto. Come lui, anche il giovane Lesra Martin (Vicellous Reon Shannon) —ragazzino analfabeta del ghetto istruito in casa (o meglio, una comune: il film evita di informarci troppo) dai suoi nuovi amici di Toronto— deciderà di abbandonarli presto. Carter ha anche sposato la Peters (una tenerezza vien fatta intuire), per divorziare poco dopo.

Sorvolando tali dati accessori, Hurricane si presenta come un dramma molto ben strutturato e diretto con piglio sicuro dal navigato Norman Jewison (La calda notte dell'ispettore Tibbs e Agnese di Dio, fra gli altri). È particolarmente efficace —ed è tema centrale— il modo in cui si lega già dalle prime scene la salvezza del protagonista alla sua passione per la scrittura: la biografia di Carter sarà ritrovata da Lesra in un mercatino a sette anni dalla sua uscita e lo porterà ad appassionarsi alla sua vita. Jewison sfrutta al meglio tutti i suoi interpreti, a cominciare dal dedicato Washington. I caratteri secondari sono di molto snelliti a favore di una narrazione meno complicata possibile. Il personaggio del sergente Della Pesca (Dan Hedaya, Le ragazze della casa bianca), ad esempio, è un coniglietto tirato fuori dal cilindro per incarnare le persecuzioni di un sistema che fa ancora fatica ad accettare che i neri non debbano più cedere il proprio posto sull'autobus. Non è un cinema sottile, ma è solido e d'impatto.
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11/02/2007 | di Alberto Di Felice
Wonderland**½ La pornostar da trenta centimetri John C. Holmes (Val Kilmer) dopo le Boogie Nights degli anni d'oro. Il film di James Cox ricostruisce i fatti risalenti al 1981 — gli omicidi di Wonderland, appunto — fra stordimenti da cocaina, rapine e detective che fanno il loro lavoro in mezzo ai flashback.

Il concetto della pellicola è immediato ed onesto, esplicitato sin da subito dalla didascalia d'apertura. Si usa un collaudato meccanismo Rashomon, mescolato con una buona immagine della decadenza losangelina post-anni '70, per dare un'idea sfuggente — più d'atmosfera che logica — di quel che è successo. Infatti non si finisce l'opera e ci si limita a proiettare Holmes e la sua Dawn (Kate Bosworth) verso un futuro raccontatoci, ancora, dalle asciutte didascalie finali.

Per buona parte l'impresa è riuscita anche, pur narrando, omette di dire cose apprezzabili su colui che sarebbe importante: il protagonista.
Il cast dei secondari è di qualità: Josh Lucas, Tim Blake Nelson, Lisa Kudrow (ottima ed ottimo il suo personaggio), Eric Bogosian ed un Dylan McDermott quasi irriconoscibile da motociclista con bandana e pizzetto.
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10/02/2007 | di Alberto Di Felice
Sotto il segno del pericolo Fuori dalla sua Australia il povero Phillip Noyce ne ha combinate delle brutte. Nessuna può superare  Furia cieca o Il santo col bolso Val Kilmer, ma Sotto il segno del pericolo rimane un perfetto esempio di come la professionalità al servizio di Hollywood è spesso merce da svendita.

Intendiamoci: è un film, appunto, professionale. Ma anche totalmente inutile, un dispendioso e lunghissimo (2h21') fluire di stanze del potere e ville di mafiosi colombiani che fa tanta trama ma zero intrattenimento, se avete a cuore un minimo di contenuto che non sia ridicolamente intriso di "bianco contro nero".

C'è il solito cartello della droga e c'è il solito giro di intrallazzi nei corridoi della Casa Bianca. Harrison Ford nei panni del Jack Ryan di Tom Clancy fa tutto ad occhi chiusi, con ghigni ed espressioni che in certe occasioni carica in automatico. Il Presidente è il caro vecchio Donald Moffat, che come fa intuire il suo nome va benissimo per fare il babbo di Steve Martin nel sempre deliziosissimo Moglie a sorpresa, ma come primo cittadino spietato non convince molto. Willem Dafoe deve pagare il mutuo.
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10/02/2007 | di Alberto Di Felice
Kissed**½ La canadese Lynne Stopkewich, cimentatasi in seguito principalmente solo alla regia di qualche episodio di serie tv, adatta un racconto erotico di Barbara Gowdy. Il suo film è il diario di una necrofila, Sandra Larson (Molly Parker, famosa per il telefilm Deadwood), che sviluppa sin da piccola un'ossessione per la morte. Comincia con gli uccellini morti e, da adulta, passa ai cadaveri umani facendosi assumere in una ditta di pompe funebri.

Il soggetto è di quelli pericolosi, l'approccio è new age. Il rituale di Sandra è il seguente: sale sul lettino dove il cadavere (di preferenza un maschio sulla trentina) è stato appena imbalsamato e vive un'esperienza extrasensioriale, con tanto di mistica luce bianca che le piomba sopra. C'è anche un ragazzo ancora vivo, Matt (Peter Outerbridge, Mission to Mars), che si innamora della fragile e solitaria protagonista iniziando a comprenderne l'agire. Diventa geloso dei cadaveri e pensa bene di suicidarsi per compiacere la sua lei. Quest'ultima, in chiusura, confessa che, sebbene dopo la morte di Matt abbia avuto altre esperienze mortuarie, quella con Matt resterà insuperabile.

L'impresario delle pompe funebri, coincidenza, è anch'egli appassionato di cadaveri - quelli di bambini, però. In buona sostanza, il film è, più che un viaggio controverso in una psiche non proprio convenzionale, un accorato abbraccio poetico a perversioni che tanto non fan del male a nessuno. E' un film repellente dall'inizio alla fine, in stile Boxing Helena; ma gli va riconosciuto il merito sostanziale di costruirsi un angoletto meditativo ultraterreno di morbosità quantomento coerente con sé stesso. La Parker, in più, è brava. Kissed è insomma uno di quei film tanto ridicolmente inquietanti da aver qualcosa che, alla fine, li giustifica.

La frase: «Guarda che non mi scopo tutto quello che è morto».

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09/02/2007 | di Alberto Di Felice
**½ Il Bronco Billy di Clint Eastwood è "un uomo da tendone". È scappato da New York verso Montana ed Idaho per metter su con un gruppo di ex-carcerati uno spettacolo del Wild West. Nessuno paga il biglietto, l'ingresso è gratuito: a Billy interessa solo divertire i bambini. Teoricamente è conosciuto come il pistolero più veloce del West, ma c'è una viziata ereditiera che tutti credon morta, Ms Lily (Sandra Locke), che accidenti è più abile di lui. Ovviamente, dopo un po' di tira e molla sarà amore.

Filmone lungo e sempre più sgangherato, con zuffe dove capita, il settimo lungometraggio di Eastwood regista è una godibile burla fra amici - Geoffrey Lewis è il marito datosi pazzo per denaro di Ms Lily. Guardate Bronco Billy mentre espone le sue ragioni ai poveracci del circo che vorrebbero giustamente esser pagati, o quando gioca a rifare l'ispettore Callaghan se un rapinatore fa cadere un bambino in banca.

Frasi celebri. «Aspettami qui: vado a incassare un assegno di tre dollari». «Nessuno può dire vaccaro a un cowboy». «No, non l'ho ucciso ma gli ho fatto fuori il cavallo con lui sopra: non bisogna mai uccidere un uomo se non è proprio indispensabile». «Quella non ha voglia di lavorare: è chiaro perché il marito se n'è scappato». «- L'ho beccata a letto con il mio migliore amico; - E che hai fatto al tuo amico?; - Ho sparato a lei; - A lei? E a lui non hai fatto niente?; - Era il mio migliore amico, no?».

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09/02/2007 | di Alberto Di Felice
L'orecchio dei Whit*** L'orecchio dei Whit (titolo originale A Texas Funeral), è sciaguratamente sparito dalla circolazione ancor prima di esser conosciuto. È uscito solo da noi (è stato presentato anche a Venezia) ed in Germania; negli USA si è visto solo al Los Angeles Independent Film Festival.

Il funerale texano è quello del patriarca Sparta Jones (Martin Sheen), ultimo di una gloriosa famiglia che ha tirato su una modesta fortuna con l'allevamento di cammelli e dromedari. Il piccolo nipotino Sparta (Quinton Jones) vede nonna Murtis (Grace Zabriskie di Twin Peaks), tagliare un orecchio (zampino di Lynch) al defunto marito nella sua bara e succhiarlo avidamente. C'è uno strano segreto, pare, in ogni orecchio dei maschi della famiglia Whit. Gli unici maschi adulti Whit rimasti sono il papà di Sparta, Zach (Robert Patrick, Walk the Line), e lo zio Clinton (Chris Noth, Prigione di vetro), figlio del fratello più ricco del vecchio Sparta (a lui è toccato il terreno col petrolio).

Nella miglior tradizione dei melodrammi del profondo Sud, questa è una storia piena di fantasmi. Non solo perché il fantasma del vecchio Sparta e quelli di tutta la combriga dei suoi antenati si presentano al giovane nipotino, ma perché la famiglia Whit è l'esempio di luci ed ombre dell'avanzata verso ovest. Quel che è leggenda può essere in realtà menzogna: mentre al piccolo vengono raccontate le gloriose gesta dei Whit, vediamo la realtà sanguinosa dei fatti che le storie tramandate hanno coperto nel mito. Così nella fattoria di famiglia, fra gli sterminati campi d'erba spazzati dal vento, brulicano vecchi razzismi e delitti; nel frattempo i Whit sono vissuti sicuri nei loro sani valori, ignari —o desiderosi di dimenticarlo— del vero passato.

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07/02/2007 | di Alberto Di Felice
Ricette d'amore**½ Potete scommetterci: quando entra in scena Sergio Castellitto, cuoco della gloriosa scuola nostrana emigrato in Germania in compagnia del suo amato basilico e di uno stereo con tanti cd che possano ricordargli casa, il pezzo d'accompagnamento è "Volare". Seguiranno Dalla e l'immancabile Conte "It's wonderful, good luck my baby". Ammaliante come dev'essere un nostro rappresentante all'estero, saprà addolcire lo chef numero due della fredda Amburgo, Martha Klein (Martina Gedeck), alle prese con irascibilità latente ed una nipotina (Maxime Foerste) che ha appena perso la madre.

In fondo poche cose sanno rassicurare noi Italiani come i luoghi comuni positivi che ci portiam dietro. E' garantito che, sotto sotto, anche il più cosmopolita dei nostri si riempia di orgoglio quando uno straniero loda la nostra cucina ed il nostro sole. L'unica "critica" all'essere italiano che troverete qui è che siamo sempre in ritardo.

Sandra Nettelbeck scrive e dirige una lieve commedia sul guarimento dalla solitudine, con sempre d'uopo retrogusto culinario, senza sorprese ma anche senza pesantezze; soprattutto con tre interpreti che si appassionano nel decorare con armonia e grazia il piatto da servire.

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07/02/2007 | di Alberto Di Felice
Demonlover Arrivato da noi direttamente in home video (con dunque un doppiaggio pessimo), il penultimo film di Olivier Assayas è un corporate-cyber-thriller che per poco più di due ore attraversa varie fasi senza mai imboccarne una. E' come star seduti in una stanza dove tutto è di un bianco accecante ed attendere, rimanendo costantemente delusi, che qualcosa arrivi a dare un qualche "feel to it".

Protagonista è la sempre bellissima Connie Nielsen, manager doppiogiochista (anche se questo verrà rivelato nella seconda ora) che gioca molto disonestamente per due squadre in un momento di alleanze strategiche fra case d'animazione ed aziende produttrici di software e servizi su internet.

Dopo aver tirato troppo per le lunghe con il quadro (comunque confuso) degli intrecci aziendali, nella seconda metà il film si fa gratuitamente guardone e desideroso di trovare una svolta onirico-gialla buttando dentro sempre più anime vietati ai minori, siti commerciali che - non si sa come - commercializzano liberamente efferatezze, qualche tentativo di omicidio, amnesie e spietati cambi di ruolo (
Chloë Sevigny per l'ennesima volta mal utilizzata). Per dir cosa, non è chiaro.

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07/02/2007 | di Alberto Di Felice
84 Charing Cross Road***½ Il termine "miracolo" si usa troppo spesso senza farci caso, così che quando un vero miracolo accade si fa fatica a riconoscerlo. Il film di David Jones è in effetti tale. Serve molta classe per raccontare la storia di due persone di mezza età che dialogano a distanza di oceano scambiandosi rispettose lettere "commerciali", sebbene sempre più avvolte di cura ed affetto.

Questi sono la newyorkese Helene Hanff (Anne Bancroft) ed il londinese Frank P. Doel (Anthony Hopkins). Il secondo è la colonna di una libreria antiquaria e la prima una divoratrice esigente e un po' pazzoide di vecchi volumi che nessuno a New York è in grado di trovarle. La loro corrispondenza inizia appena finita la seconda guerra mondiale e continua per trent'anni senza che mai riescano ad incontrarsi.

84 Charing Cross RoadFatto di enorme semplicità, questo film ha due interpreti la cui sensibilità è capace di cogliere tutta la sottile complessità che si cela dietro agli scambi fra persone lontane, dietro a quel magico rituale della scrittura che crea vicinanza e permette di conoscersi in modo spesso più ricco rispetto agli incontri in carne ed ossa. È commovente il modo in cui, col passare degli anni, finiscono per parlarsi come si trovassero uno di fronte all'altra. Ad un certo punto Doel risponde ad una lettera della Hanff guardando direttamente in camera: è sempre educato e mantiene un registro formale, ma è come se finalmente vedesse una cara amica dalla quale è stato separato per anni. Quasi struggente il finale, nel quale stavolta è la Bancroft, guardando quei luoghi che aveva solo immaginato e rivedendoci il caro amico che non aveva mai visto, a salutarlo sorridente: «Eccomi qua, Frank: finalmente ce l'ho fatta».

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07/02/2007 | di Alberto Di Felice
Assassini nati - Natural Born Killers ***½ Facile prendersela con la tv che coltiva mostri per sfruttarli. Forse anche doveroso, soprattutto se si parla dell'ipertrofica patria di nascita del mezzo. Più passa il tempo e più appare evidente che le brutture del sistema si stan trapiantando acriticamente nella società di massa italica, con qualche ovvio adattamento di costume. Nel 1994 doveva sembrare proprio eccessiva la sequela di caricature a collage di Natural Born Killers: da noi non erano ancora arrivati i vari reality e programmi importati che oggi compongono i palinsesti delle tv satellitari. Non esisteva neppure MTV Italia. Ora, secondo voi, quanto impiegheremo perché Studio Aperto o l'Italia sul 2 si trasformino in cacce all'uomo con inseguimenti ripresi in diretta da un elicottero?

Gli assassini nati di Stone sono renegade delle sitcom gioiose che guardavano nelle loro villette suburbane dell'America profonda, mentre i genitori agivano nei loro confronti in maniera molto meno gioiosa. Il bel Mickey (Woody Harrelson) salva la bella Mallory (Juliette Lewis) dalle grinfie del babbo, si sposano col sangue e versano quello di casuali avventori. Diventeranno vere Star.

Stone imbandisce una satira spietata e quasi sgrammaticata nel suo rincorrere un linguaggio televisivo e para-televisivo: fra flashback in forma di situation comedy e report con telecamera e microfono puntati sull'azione come il muso di uno squalo, tutto è reality o comunque prodotto di veloce consumo per un pubblico talmente assuefatto che non sa più accorgersi che ciò che viene trasmesso è sempre la solita roba. Robert Downey Jr. è grande come reporter d'assalto, opportunista come la scuola di giornalismo ed anni di esperienza da squalo gli hanno insegnato: per un po' sembra anche umano, ma la giusta punizione non lo risparmierà.

La deformazione sintattica serve un mondo grottesco purtroppo ben rintracciabile in avvenimenti e personaggi che denunciano un sistema profondamente marcio dall'interno. Tommy Lee Jones fa il boss della prigione, e per caricaturale che voglia essere non è fuori dalla vera cultura "rieducativa" americana, quella che in alcuni Stati dell'Unione crede sia bene rinchiudere i minorenni come normali adulti. Come usuale in Stone, non è un approccio che va per il sottile, è da prendere o lasciare.
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07/02/2007 | di Alberto Di Felice
Crash*** Dopo il film di Haggis, Crash di Cronenberg faticherà ancor più di quanto non abbia già faticato a farsi ricordare. Al di là del titolo, qualcosa di base che li accomuna c'è: le autostrade e gli scontri fra persone. Pensate all'appartemanto del protagonista James Ballard (James Spader), in un condominio che dà sull'autostrada: le macchine scorrono mentre lui e la moglie Catherine (Deborah Kara Unger) si raccontano sul balcone i reciproci tradimenti della giornata. Il film inizia con Catherine che si concede ad uno sconosciuto sulla sua auto in un parcheggio.

Agiati borghesi (lui è un produttore cinematografico) che non sanno come ammazzare il tempo, rinvigoriscono il loro rapporto (ed i loro rapporti) raccontandosi sconcezze commesse o solo pensate. Poi c'è un incidente e le cose si complicano oltre queste depravazioni in sostanza del tutto ordinarie. James e Catherine son solo feriti, mentre Helen (Holly Hunter) perde il marito. Lei e James sono attratti l'uno dall'altra. Lei lo introduce a Vaugham (Elias Koteas), fotografo con strane teorie che ricostruisce, facendo molto sul serio, celebri incidenti mortali. Sembra non esserci scampo, la discesa nella perversione non è più arrestabile.

Più algido e meno immediatamente viscerale del solito, Cronenberg insiste sulle proprie ossessioni prendendo a soggetto la fuga privata nell'autolesionismo. Deformazioni, sesso e tecnologia si mescolano in una maniera inesorabilmente carnale ed altrettanto repulsiva, in un modo che ricorda qualcosa del Velluto blu di Lynch: non c'è nulla di intrinsecamente attraente in quel che accade, lo sviluppo della vicenda sottende ad istinti irrazionali ma pulsanti, estremi e scollegati dal mondo. I personaggi sono per vie diverse estranei al lontano ambiente circostante - considerate ad esempio l'enorme stanza con letti vuoti nell'ospedale dove viene ricoverato Ballard. Se Vaugham e i suoi (fantastica la Gabrielle di Rosanna Arquette, parte di un gran cast) ricordano la compagnia di Frank Booth, per tutto il film c'è aria di fredda solitudine ed incomunicabilità che non può che presagire un imbocco senza uscita.
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07/02/2007 | di Alberto Di Felice
L'uccello dalle piume di cristallo *** Riprendi il primo film di Dario Argento e ricorda a te stesso che il tempo passa per tutti, e non per tutti è clemente. Ne L'uccello dalle piume di cristallo sono accumulate tutte le qualità maiuscole che un tempo, a cominciare dal Maestro Bava, rendevano le nostre produzioni celebrato materiale d'esportazione, il "giallo" conosciuto come tale in giro per il mondo. Un risultato divertente (e comunque comune a molti altri lavori), pensando all'esportazione, si ottiene osservando i labbiali: potete notare un incessante andirivieni fra italiano ed inglese; all'ispettore Morosini di Enrico Maria Salerno capita anche di cambiar lingua durante la stessa scena.

L'eroe hitchcockiano del film è Sam (Tony Musante), scrittore americano in crisi creativa in procinto di ripartire per casa. Una sera assiste all'aggressione ad una donna (Eva Renzi) nella galleria d'arte di proprietà del marito (Umberto Raho) ad opera di un maniaco con impermeabile e cappello. Sospettato dell'aggressione, si improvvisa investigatore alla ricerca di colui che si sospetta essere lo stesso dietro a tre omicidi di giovani donne nella capitale.

La scena dell'aggressione nasconde la chiave della pellicola ed un motivo ricorrente in Argento: lo sguardo da scomporre, la soluzione all'enigma che sfugge ma è già racchiusa nell'occhio interiore. La costruzione della scena è particolarmente efficace, dal momento che riesce inizialmente a nascondere il particolare essenziale usando la lontananza dall'osservatore e poi blocca quest'ultimo fra due vetrate, impotente, con in sottofondo la soundtrack di Morricone. I riferimenti, oltre a Bava, sono principalmente a Hitchcock e al Blow-Up di Antonioni, a loro volta ripresi negli anni seguenti da De Palma.
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06/02/2007 | di Alberto Di Felice
Benvenuti, oh impavidi.

Lo scrivente è Alberto Di Felice, quietissimo e tranquillissimo studente con una sana passione, accessoria ma vitale, per le visioni cinematografiche. Questo blog parlerà di queste ultime e solo parzialmente di me perché: 1) La mia vita privata non è abbastanza interessante da fornire materiale di qualità; 2) Anche lo fosse, preferirei per lo più tenermi le mie cose per me.

Di tanto in tanto scriverò comunque qualcosa di direttamente inerente la mia persona e ciò in cui è invischiata nelle mondane fatiche quotidiane. Almeno per iniziare, però, mi sembra educato presentarmi per sommi capi.

Sono nato e cresciuto in quel di Teramo (nato a Teramo, cresciuto in provincia di), anche se i miei conterranei fan fatica ad accettarlo. Un qualche trauma infantile deve avermi causato strani sviluppi alla dizione: nella mia esistenza mi son sentito dare del torinese, milanese, valdostano, emiliano (solitamente emiliano, sì) e, giusto una settimana fa, altoatesino. Dal che deduco che l'orecchio della persona media è quantomeno pazzoide, se non decisamente fallace. Attualmente sono alla Scuola di Studi Internazionali dell'Università degli Studi di Trento, laurea specialistica in Studi Europei ed Internazionali.

Sono un discreto divoratore di film sin da bambino, ma una passione razionale, organizzata e conscia si è sviluppata solo negli ultimi anni. Ringrazio pubblicamente la rimpianta Tele+ per aver messo ordine alla mia fruizione di pellicole, dopo anni e anni di noleggi alla rinfusa. Ho iniziato a scriver di cinema su alcuni forum, e da ormai più di un anno scrivo recensioni per tv-zone.net.

Dovendo classificarmi, sono (forse felicemente) ancora iscritto all'albo del popolo: non ho conoscenze accademiche, solo una gran voglia di vedere e cercare di comprendere il più possibile. Semplificando rozzamente, penso che basti non esser irrimediabilmente stupidi per poter saggiare e scomporre la complessità del mezzo cinematografico; ovviamente, serve anche esser "pratici" con la materia e non solo fruitori occasionali. Mi sarebbe piaciuto combinare passione con studio, ma dato il panorama ho pensato bene di andare un po' più per il concreto. Non che sarei stato un genio d'artista, poi. La mia scrittura è quindi relativamente immediata ma, penso, sufficiente per un'analisi non superficiale.

Al momento non ho le idee molto chiare su come procederà il blog. Conto di inserire brevi recensioni su film vecchi e nuovi, per lo più, oltre eventualmente a qualche digressione di commento o personale. Pesa il fatto che quando son lontano da casa per studio non ho molta possibilità di veder film né di curare questo spazio. Cercherò di impegnarmi.

Una cosa certa è che userò anche qui le stelline come misura di valutazione, da una a quattro includendo i mezzi voti. È l'unico modo che trovo sensato per dare un giudizio su un film, dato che detesto con tutto me stesso i voti numerici —per fortuna le superiori son finite. Ciononostante mi capita spesso di esser combattuto se dare mezza stellina in più o mezza stellina in meno. In generale, penso che per valutare bene un film (e soprattutto certi film) bisogna far passare del tempo e riguardarselo: troppo spesso una prima visione può ingannare anche l'occhio più allenato.

Per ora mi pare di aver detto il necessario per iniziare. Alla prossima.
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