28/02/2007 | di Alberto Di Felice
Scrivimi una canzone** Negli anni '80 il pop inglese spopolava anche dall'altra parte dell'Atlantico; ora se chiedi ad una ragazzina di Poughkeepsie chi è Robbie Williams ti dice che è un attore prevalentemente comico, e che di recente l'ha visto al cinema in Una notte al museo. Alex Fletcher (Hugh Grant) era un idolo pop a quei tempi, metà meno carismatica di un gruppo molto Wham! che trionfò, per poi sparire per le ambizioni soliste dell'altro, con il motivetto (irresistibile: mi son ritrovato a canticchiarlo all'istante) "Pop! Goes My Heart". Ora vive a New York e non ha nessunissima aspirazione se non far quel poco di soldi che si posson raccogliere partecipando ad un Celebrity Death Match con per protagonisti varie meteore del mondo dello spettacolo, o cantare al luna park. Fin quando la teen star del momento Cora Corman (Haley Bennett) gli offre l'occasione di scrivere una canzone per un duetto. Guarda caso la ragazza che si presenta ad annaffiargli le piante, Sophie (Drew Barrymore), ha delle doti come paroliere.

Il film di Marc Lawrence (regista di Two Weeks Notice e sceneggiatore/produttore dei due Miss Detective e Miss FBI con Sandra Bullock) è una perfetta commedia usa e getta ideale per San Valentino. Se adorate Hugh Grant, qui potrete trovarlo al massimo del suo splendore, rinfrancato anche da lezioni di canto e danza (le ultime, che gli suggeriscono qualche ancheggiamento, meno fruttuose delle prime: è più memorabile come Prime Minister ballerino in Love Actually — tranne magari quando qui ha problemini da quarantenne alla schiena); soprattutto non mancano le one-liner d'assalto che sembrano cucite su di lui. Grant domina la scena e Drew Barrymore è sopraffatta, anche se le vien dato un po' di spazio con la sua storiella d'amore e tradimento letteraria con Campbell Scott (The Exorcism of Emily Rose). Fra gli altri interpreti Brad Garrett (Tutti amano Raymond) e Kristen Johnston (Una famiglia del terzo tipo)

La sceneggiatura dello stesso regista non ha nessuna illuminazione — include qualche elemento che sembra uscito da un filmetto minore con Lindsay Lohan quando è in scena la sensuale Cora — ma il minimo per rimaner soddisfatti c'è. Quella che è una commediola un po' fiacca ha però il suo momento memorabile: il falso video ormai trash della hit '80s (scritta come tutti i pezzi del film da Adam Schlesinger, bassista dei Fountains of Wayne) che la apre e rimane in testa.
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28/02/2007 | di Alberto Di Felice
Blood Diamond - Diamanti di sangueI film umanitari hanno sempre intenzioni lodevoli. Poi ce ne sono di orripilanti come Amore senza confini e di onestissimi come Hotel Rwanda. Blood Diamond prende i diamanti della Sierra Leone per lanciare messaggi ONU in tema di guerra civile, e lo fa con i peggiori mezzi dell'intrattenimento di massa con messaggio. Prende due star di buona o ottima fama, Leonardo DiCaprio (ottima) e Jennifer Connelly (buona), cui dare ampio spazio fra eroismi e storiella d'amore, e aggiunge un eroe nero buono (Djimon Hounsou, il Mateo del bellissimo In America di Sheridan) cui far sperimentare ogni tipo di sofferenza —compresa ovviamente quella della sua famiglia. Nulla di intrinsecamente sbagliato, se fosse fatto con un minimo di accortezza.

Il "j'accuse" è per le varie De Beers che se ne infischiano dei mezzi necessari per procurarsi materie prime, ma c'è anche un immancabile appello ai sensi di colpa del consumatore finale, che sarebbero le nostre donne occidentali e gli uomini che le viziano. I personaggi sono chiaramente delineati: il nero buono di cui sopra, una giornalista e un trafficante, oltre agli altri, generalmente cattivi. Il trafficante di DiCaprio, ad onor del vero, è leggermente più ambiguo: d'altronde è un trafficante, ma state certi che DiCaprio non può fare il cattivo. Di fatti gli viene riservato uno straziante monologo con campo strettissimo e musica di sottofondo (James Newton Howard); nel corso del film si può assistere come minimo ad altri tre momenti di tal fatta (tra Hounsou/Solomon e il figlio, ad esempio), puntualmente interrotti (sempre quando il discorso commovente è già finito) da colpi da sparo.

L'avventura non ha mai una vera funzione di denuncia: è sempre vistosamente al servizio di mezzucci narrativi serviti su un piatto di diamanti a favore delle star interessate. È un film che serve più a farci vedere quanto è bravo DiCaprio (nominato non si sa perché all'Oscar per questo ruolo, in un anno in cui è ben più convincente nel trionfatore The Departed), quanto non sia più il ragazzino di Titanic (come in The Aviator, il doppiaggio italiano servirebbe meglio lo scopo se gli assegnasse una voce diversa, a proposito), che non a dire qualcosa sulla Sierra Leone. Che DiCaprio sia bravo lo sappiamo già, ma vederlo fare l'eroe scolastico non rinforza la convinzione.
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28/02/2007 | di Alberto Di Felice
Dreamgirls*** Dreamgirls di Bill Condon (Demoni e dei, Kinsey) è intrattenimento da showbiz come può esserlo nella sua forma più pura, il musical. In questo caso è l'adattamento sullo schermo (ad opera dello stesso Condon) dell'omonimo show di Broadway vincitore di 6 Tony Awards nel 1982. Il principale merito del play e del film sta nel narrare un momento topico della cultura americana, quello che ha aperto la grande scena musicale e popolare ai cantanti afro-americani (e ad un genere, l'R&B) un tempo esclusi dai principali circuiti commerciali "bianchi". Con nomi mutati, ad esser romanzata è infatti la storia della mitica Motown di Detroit, con a capo Berry Gordon Jr., che dagli anni '60 ha lanciato gente come Diana Ross, Marvin Gaye, Stevie Wonder, Lionel Richie, Michael Jackson.

Il titolo è Dreamgirls perché le protagoniste nominali sono le Dreamettes, poi Deena Jones and the Dreams, ovvero Diana Ross and the Supremes. Per questo i primi due nomi in cartellone sono quelli di Jamie Foxx (il manager Curtis Taylor Jr.) e di Beyoncé Knowles (Deena Jones). Veri protagonisti del film sono però due secondari. Uno è un commovente Eddie Murphy, alla sua prima prova drammatica nonostante mantenga le smorfie: è stato candidato all'Oscar, e dati i concorrenti avrebbe dovuto vincere. L'altra è l'ex finalista di American Idol e debuttante attrice Jennifer Hudson, che l'Oscar l'ha avuto. Il cantante in discesa James "Thunder" Early dell'uno e il talento grasso messo da parte dell'altra sono il vero motore emotivo e riflessivo della pellicola.

Condon riesce, con una direzione scarna e quasi retró (al contrario di quella, pur vincente, di Marshall in Chicago, sceneggiato sempre da Condon), rispettosa del modello teatrale, a dar sfogo a dinamiche risapute (la bella che ruba il posto, il manager piacione, piccoli tradimenti d'affari, figli illegittimi) ma non meno reali. Si consideri la semplice resa, ad esempio, di "And I Am Telling You I'm Not Going", cantato dalla Hudson a centro palco circondata dagli specchi. Particolarmente riuscita, come detto, è la descrizione della contrapposizione razziale. Come è necessario in questi casi, le prove del cast sono un notevole valore aggiunto: oltre a quelle già citate, sono da menzionare quelle di Danny Glover e Keith Robinson.
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27/02/2007 | di Alberto Di Felice
Arthur e il popolo dei Minimei** Stare dalla parte del di certo non raffinato Besson non è cosa che fanno in molti. Io sì. Ho apprezzato — e non poco — il per tutti scialbo e null'altro che lezioso Angel-A (a proposito, ne approfitto per segnalare una recensione che, oltre alla mia, fa giustizia al film, quella del sempre ottimo Federico Gironi su Duellanti). Nel caso di Arthur non posso però esimermi dall'essere un po' insoddisfatto.

Questo film metà in carne ed ossa e metà animato potrebbe essere l'equivalente fantastico e per bambini di quello che è stato Il quinto elemento per la fantascienza: un rimasticamento libero, sgangherato e rutilantemente ironico di materiale americano in salsa europeidea. Gli elementi sono noti. C'è un bambino, Arthur (Freddie Highmore, La fabbrica di cioccolato), appassionato di scoperte ed invenzioni, affascinato dalla figura del nonno esploratore che non ha mai conosciuto. Quando la casa della nonna (Mia Farrow) rischia di essere espropriata, si mette alla ricerca del tesoro che quest'ultimo avrebbe nascosto nel giardino. Entra così nel
microscopico mondo sotterraneo dei Minimei e si dirige verso il regno del perfido Maltazard (voce di David Bowie nella versione in inglese), dove il tesoro è nascosto. In sua compagnia ci sono la principessa Selenia (Madonna) e il di lei fratellino Bétamèche (Jimmy Fallon).

Besson basa il mondo di Arthur sui romanzi per ragazzi che lui stesso ha scritto in collaborazione con la coppia Patrice e Céline Garcia. Fra I Goonies, un pizzico de La spada nella roccia e di quant'altro, alla fine esce fuori una sorta di FernGully, senza neanche particolari messaggi, ma che soprattutto non appassiona né diverte molto, se non per l'insolita eroina à la Besson e una nonna simpaticamente rintronata. Un po' del gusto va sicuramente perso nella versione italiana, nella quale mancano anche le voci ben riconoscibili di De Niro, Keitel, Palminteri e Snoop Dogg.
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27/02/2007 | di Alberto Di Felice
Vero come la finzione**½ Dopo Stay, Marc Forster (Monster's Ball, Neverland) ritorna in territorio meno accidentato e più gradevole, con una commedia surreale infarcita di belle interpretazioni. Protagonista è Harold Crick (Will Ferrell), agente del fisco dalla metodicità maniacale. Si lava i denti contando le spazzolate, così come conta i passi quando cammina. Un giorno, durante il suo rituale davanti allo specchio, inizia a sentire una voce che descrive tutto quello che fa. Non lo sa, ma è la voce della scrittrice Kay Eiffel (Emma Thompson), che sta scrivendo un libro del quale lui è protagonista. Harold va nel panico quando la voce comunica che a breve morirà. Notando il prezioso lessico adoperato, si rivolge al professore di letteratura Jules Hilbert (Dustin Hoffman), e intanto si innamora di un bel fornaio cui deve controllare i conti, Ana Pascal (Maggie Gyllenhaal).

Scritto dal finora sconosciuto Zach Helm, Vero come la finzione è nel territorio delle pellicole alternative da studios, lo stesso di I Heart Huckabees. Il surreale in questione spinge molto meno la mano rispetto a quest'ultimo, ma mantiene la capacità di attingere brillantemente dai lavori in stile Wes Anderson e Charlie Kaufman per farne prodotti con una propria anima e coerenza. Forse poco più commerciabili, ma senz'altro sinceri.

Sarà anche perché ogni singolo interprete è interamente e teneramente dedicato alla parte. È dai tempi del bellissimo Elf che Farrell dimostra di avere sensibilità e tatto, non solo doti comiche; Maggie Gyllenhaal, splendida e in attesa durante le riprese, è abituata a portar molto ai suoi personaggi anche in film minori; poi ci sono gli stralunati Hoffman (irresistibile, quasi-copia del suo "detective esistenziale" Bernard) e Thompson. Queen Latifah è l'assistente della scrittrice in crisi.
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27/02/2007 | di Alberto Di Felice
Happy Feet** Fresco vincitore dell'Oscar come miglior film d'animazione, Happy Feet va sul sicuro, anche se sembra tutto il contrario. Apparentemente è una bizzarra e adorabile favola che vede un pinguino/brutto anatroccolo trovare la sua strada nonostante tutto, con in più un bello spirito animalista ed ambientalista. In realtà sfrutta convenientemente i teneri pinguini che dopo La marcia dei pinguini e Madagascar (vedasi i piccoli pinguini messicani capitanati da Ramón, voce originale di Robin Williams) vanno alla grande, inventandosi qualche coreografia su pezzi noti (i genitori del pinguino coi piedi felici si innamorano sulle note di "Kiss" di Prince) e un po' di tip-tap, e più che avere uno spirito ambientalista fa un po' di predica ambientalista.

Mambo (nome originale Mumble, e voce originale di Elijah Wood) nasce da una coppia particolarmente talentuosa nel canto, attività nella quale i pinguini eccellono. Ma il papà Memphis (Hugh Jackman) ha fatto cadere il suo uovo e Mambo è stonato: non è mai esistito un pinguino stonato. Per di più i suoi piedini non stan mai fermi, e appena può si liberano in un'esibizione di tip-tap. Rinnegato dai suoi simili, Mambo trova degli amici in un gruppetto di pinguini di diversa specie (e diverso accento, spagnoleggiante), che sembrano apprezzare la sua stranezza. Assieme si daran da fare per risolvere il mistero degli "alieni" che sembra facciano sparire tutti i pesci.

Happy FeetLa particolarità del film sta come detto nei numeri musicali, coreografati come enormi e magnifiche scene di massa. Tematicamente c'è del meritevole: la diversità di Mambo, le convenzioni, lo sfruttamento da parte dell'uomo. Il tutto finisce per sembrare nuovo e quasi spregiudicato nell'accostare tante cose, singolarmente conosciute, tutte assieme. Ma il problema è che "assieme" il film non ha uno spirito convincentemente identificabile. I suoi due centri nevralgici, pinguino ballerino "strano" e uomo sfruttatore, vengon messi in contatto risolvendo tutto con la curiosità dell'ultimo per il tip-tap. E alla fine si vedono tanti numeri musicali — forse troppi, come a calcare la mano sapendo di star facendo presa — e intanto, distratti dalle coreografie, ci si accorge poco che del pinguino e dell'uomo ci son state dette
, senza molto sforzo né con molto focus, le solite cose: il primo trionferà su tutti perché buono e il secondo farà appello alla parte buona di sé. È anche giusto che sia così in un cartone, ma lo si poteva dire meglio facendo meno scena. Per il capitolo ambiente fare riferimento a L'era glaciale.
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26/02/2007 | di Alberto Di Felice
Nuovomondo***½ Grandi carote che galleggiano in un fiume di latte assieme alla marea di gente pronta a riversarsi nella tanta terra americana. Queste sono le immagini ricorrenti e conclusive di una pellicola dalle piccole visioni, che racconta con ammirevole e lucida ironia la partenza, il viaggio e l'arrivo dei nostri migranti di un tempo. E ne mostra tutto, dalle fattucchierie all'orgoglio, dall'ignoranza all'acume.

Assieme alla famiglia Mancuso — Salvatore (Vincenzo Amato), il figlio maggiore Angelo (Francesco Casisa), il minore sordomuto Pietro (Filippo Pucillo) e Donna Fortunata (Aurora Quattrocchi) —, con le giovani Rita e Rosa (Federica De Cola e Isabella Ragonese), abbandona la Sicilia e si imbarca alla volta di New York anche la bella Lucy (Charlotte Gainsbourg, L'arte del sogno), aristocratica inglese delle cui fortune passate non sappiamo nulla di tangibile. Durante il viaggio Lucy (o Luce, come la chiamano) è oggetto di ammirazione (da parte degli uomini) e sospetto (da parte delle donne) allo stesso modo della terra del futuro, alla quale infine tutti arriveranno. Scontrandosi con qualche difficoltà che non cancella comunque dalle loro teste il sogno, fattosi un po' più reale in tutti i sensi.

Con un linguaggio cinematografico di assoluto valore (vedasi la nave che salpa o la tempesta, fra le altre), Crialese ha l'intuizione di voler fare un film di questo genere mischiando il verismo delle mani e dei piedi nudi e sporchissimi al simbolo illuminato nella sua franchezza, fermando così un intero immaginario storico nelle menti di semplice, testarda, dignitosa gente. E, con personaggi scritti ed interpretati fantasticamente ed un'analisi dissimulatrice attraverso un rinfrescante distacco storico, non si rifugia nella vittimistica incomunicabilità fra mondi diversi (Sicilia e America, plebaglia italica ed aristocratica inglese) ma umanizza sempre. Anche i medici che cercano i pidocchi, o il funzionario che chiama futuri sposi e spose che non si conoscono.
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26/02/2007 | di Alberto Di Felice
L'assedio*** L'assedio è un film con un forte sottofondo di sessualità e religiosità. O meglio: animismo. Racconta una storia di piccolo respiro usando caratteri su cui indugiare, azioni e simboli da mostrare per evidenziare una conseguenzialità nelle loro azioni. Questa non viene infatti mostrata attraverso gli svolgimenti di trama, ma viene forzata sullo spettatore in virtù di una insistenza su una quotidianità che nella sua nudità non svela motivazioni razionali bensì impulsi.

In una grande casa vicino Piazza di Spagna vivono un solitario pianista inglese, Jason Kinsky (David Thewlis, Poeti dall'inferno), e la sua domestica africana Shandurai (Thandie Newton, Crash). Lei studia medicina e lui dà ormai solo lezioni a dei ragazzini. Non si parlano praticamente mai, almeno non per dirsi cose che vadano oltre la gestione della casa, se non quando Kinsky confessa il suo amore. Lei è già sposata e il marito, l'insegnante visto in apertura, è in prigione nel suo paese.

Le spiegazioni, come le parole, sono frenate con rigore; basta un dialogo per spianare la strada a quel che segue, ed ogni cosa è sottintesa. Kinsky si sbarazza uno per uno di suppellettili, drappi e piano, spogliando completamente la sua casa decadente (vicolo del Bottino 8, un tempo lì abitava D'Annunzio). Per una richiesta, un urlo/promessa fatto in realtà per allontanarlo. Un atto di fede, amore incondizionato. Non con fede ma con un rimorso che si trasformerà in qualcosa di diverso, l'altra risponderà.

Un teorema geometrico sul sacrificio, dove tutti alla fine si sacrificano o sono sacrificati (il marito). Più puro della logica, la sostituisce con un monumento d'intimismo spogliato di tutto.
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