31/07/2007 | di Alberto Di Felice
Oxygen** Oxygen si sviluppa attorno alla complicità fra criminale e poliziotto, nell'occasione il rapitore "alternativo" (la rapita viene seppellita viva) Harry (Adrien Brody) e la detective Madeline Foster (Maura Tierney, l'infermiera Abby Lockhart di ER). Il regista è Richard Shepard, con carriera principalmente in tv; il suo The Matador del 2005 con Pierce Brosnan e Greg Kinnear, che è stato bene accolto in patria, l'hanno visto in pochi —e fra i pochi non ci sono io.

Il film è un thriller/poliziesco abbastanza lugubre, che si distingue nell'atmosfera per il mix di ripugnanza e condiscendenza con essa. Più che collegati come due facce della stessa medaglia, Harry e Madeline vengono addentellati morbosamente: il primo conosce la seconda meglio di quanto lei conosca sé stessa, un po' come Hannibal Lecter conosce Clarice Starling, e presto inizia una mini-caccia al topo nel chiuso di una sala d'interrogatorio.

In questo piccolo spazio —nel quale comunque non rimane per periodi eccessivamente lunghi— Shepard riesce in una qualche misura ad allargare l'orizzonte psicologico della vicenda, che è anche il lato morboso, intorpidendolo con la disturbante sporcizia (anche fisica) del comportamento di Harry. Gli interpreti —da citare anche il marito di Madeline, Terry Kinney (La casa della gioia)— aiutano.

La tensione della struttura regge fino all'ultima scena, e il film può dirsi riuscito. Sarei tentato di assegnargli mezza stella in più, se avesse meno l'aspetto di un film tv riuscito.
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27/07/2007 | di Alberto Di Felice
In fondo al cuore** Il film del belga Ulu Grosbard è un melodramma attento a dire tutto quello che c'è da dire, ma che riesce solo a menzionare e non a penetrare nelle pieghe. Il soggetto di partenza —dal romanzo di Jacquelyn Mitchard— sembra essere ideale per intessere un denso costrutto in più direzioni psicologica e sociologica, per iniziare.

Senza insister troppo sul lato giallo, la pellicola passa per le sue varie fasi (introduzione, antefatto, flash-forward, svolgimento) con un certo ordine, mantenendo un tono medio. Le performance del cast (Michelle Pfeiffer, Treat Williams, Whoopi Goldberg, Jonathan Jackson, Ryan Merriman e John Kapelos) hanno modo così di trovare una dignità propria, risaltando sullo sfondo.

Questo è anche il problema, perché se lo sfondo fosse un po' meno neutro il lavoro degli attori troverebbe una dignità maggiore all'interno del film. Il modo in cui vengono gestiti gli snodi narrativi (troppo alla svelta in fase di sceneggiatura, senza la necessaria visione in fase di regia), invece, non sorregge la loro convinzione: sappiamo che la Pfeiffer c'è come mamma lacerata, ma mancano i pezzi attorno. Si passa da un puntino all'altro senza vedere lo spazio che li separa, e alla fine di pezzi ne mancano in un numero tale che l'intero castello di carte fa per crollare.
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25/07/2007 | di Alberto Di Felice
Wah-WahNonostante sia un'opera autobiografica (il debuttante regista è l'attore nato e cresciuto in Swaziland Richard E. Grant, Jack & Sarah), Wah-Wah non fa del background del suo creatore (Grant scrive anche la sceneggiatura) un particolare filo conduttore. Lo sfondo dell'impero coloniale britannico al tramonto potrebbe essere rimpiazzato con qualsiasi scenario di villettine suburbane fuori da qualche cittadina inglese.

L'unica pennellata in questa coming-of-age story d'occasione è l'assorta quanto scalcagnata immersione del protagonista Ralph (Nicholas Hoult, About a Boy) nel cinema dove si proietta Arancia meccanica. Grant pensa che sia sufficiente dotare il ragazzo di un ciglio finto per mostrare la propria passione artistica e creare una piccola icona come è riuscito a fare Jean-Marc Vallée nel suo C.R.A.Z.Y.

La presenza di buoni interpreti —l'allora sedicenne Hoult in primis— non può in questo caso controbilanciare la povertà espressiva del film. Gabriel Byrne, in particolare, è costretto a girovagare senza alti comandi in terra d'alcool; Miranda Richardson (Spider), Julie Walters (Billy Elliot), Celia Imrie (Nanny McPhee) e Fenella Woolgar apportano spruzzi di cortese scortesia britannica; Emily Watson (Un giorno per sbaglio) fa la libera matrigna americana.
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25/07/2007 | di Alberto Di Felice
Heavens Fall** Diretto da tale Terry Green —il suo precedente La valle del silenzio (Almost Salinas) del 2001, che non ho visto, con John Mohoney e Virginia Madsen, è stato distribuito da noi due anni fa in home video; questo troverà forse posto nello stesso mercato, che d'altronde è l'unico in cui si sta giocando le sue chance negli USA e altrove—, è un dramma giudiziario incentrato sullo stesso fatto di cronaca degli anni '30 —quello degli Scottsboro Boys— che molto liberamente aveva ispirato il romanzo Il buio oltre la siepe dell'originaria dell'Alabama Harper Lee, poi omonimo (bellissimo) film di Mulligan.

Nonostante l'aspect ratio di 2.35:1, si nota subito la fattura televisiva, anche nella scrittura (dello stesso Green), del prodotto. Se sul piano realizzativo non c'è infamia e non c'è lode, Heavens Fall nasce però abbastanza datato nel delineare i suoi personaggi e di riflesso la vicenda, in particolare facendo affidamento esclusivamente su figure di bianchi illuminati contro bianchi bifolchi, e dimenticando totalmente i nove ragazzi di colore da difendere. Nella linea che si è tracciato, tutto sommato, il film resiste bene.

I punti positivi che segna si registrano nel reparto recitativo. Timothy Hutton e David Strathairn, nelle parti rispettivamente dell'avvocato e del giudice illuminato, dimostrano solida dedizione alla parte. Secondari sono Bill Sage (l'allenatore di Mysterious Skin), Anthony Mackie (She Hate Me), Bill Smitrovich (The Practice, più svariate altre serie), James Tolkan (il preside Strickland di Ritorno al futuro) e Leelee Sobieski (Prigione di vetro).
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13/07/2007 | di Alberto Di Felice
In occasione della mia partenza per Melbourne domani (tornerò in terra italica per Natale), in quanto fra i quattro fortunati studenti italiani beneficiari di una scholarship EAAPN, questo post vi preannuncia la "chiusura" del mio blog cinefilo fino a data da destinarsi.

Ma non disperate. Come è sempre successo quando già mi aspettavo l'apocalisse (vedi miei precedenti post della categoria "personali"), giorno verrà che riprenderò a scrivere in questo spazio. Stavolta però la situazione credo si possa considerare logisticamente più complicata-- Per cominciare, dovrò mettermi a cercare un appartamento-- La scrittura cinefila dovrà attendere che queste cosucce vengano sistemate prima di scatenarsi di nuovo-- Quando ciò avverrà, potrò bearmi del vantaggio di tempo rispetto alle uscite in Italia, e mi beccherò dunque un bel po' di "anteprime" delle quali cercherò di scrivere il più possibile qui e su TV Zone. Per ora, lì chiudo una stagione più magra di mio materiale (studio, studio--) con un pezzo scritto (non che ci fosse molto da scrivere, noterete--) di fresco sul nuovo Harry Potter —paurosa bolgia di ragazzini e ragazzine ieri: son dovuto tornare alla proiezione successiva--

Con le tre recensioni brevi postate ormai ieri giovedì 12, metto in stand-by soddisfatto il mio Gahan at the Movies, ben felice delle tante visite e dei nuovi (e vecchi) amici virtuali che partecipano anche attivamente con commenti. Vi ringrazio di cuore dell'affetto!

Dato questo momento particolare ho deciso però di non lasciarvi da soli. A presto (ovvero non appena avrò una connessione internet a portata di pc) il mio post inaugurale di Aussie Gahan, blog dedicato interamente alla mia nuova avventura in terra dei canguri. Spero vogliate venirmi a trovare anche lì.

Saluti pieni d'entusiasmo, e a prossime recensioni!
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12/07/2007 | di Alberto Di Felice
La valle dell'Eden***½ Il film di Kazan deve fare il pari con quello dello stesso anno di Nicholas Ray, Gioventù bruciata. Principalmente perché in entrambi c'è James Dean (qui per la prima volta protagonista), ma anche per l'espressività che il colore ed il cinemascope (da segnalare qui soprattutto per l'uso delle inquadrature sghembe nei dialoghi fra padre e figlio, al massimo della loro carica quando Cal si dondola sull'altalena) hanno in entrambi i lavori. La presenza di Dean non deve tuttavia far credere che i due film abbiano molto in comune in quanto a tematiche.

Si può dire che se il film di Ray presuppone un vuoto e la sua espressione tragica e tacita tramite sottrazioni e spirali, quello di Kazan gli dà composizione in un quadro chiuso all'interno di una famiglia, a mo' di parabola. Il riferimento del titolo, più esattamente in quello originale East of Eden, è infatti a Caino e Abele. O meglio, con maggior precisione vi si può leggere una parabola del figliol prodigo, il ritrovamento di un figlio (Dean) da parte di un padre (Raymond Massey).

La derivazione religiosa, di profumo lontanamente dreyeriano, si veste però di una mise di rottura, simbolicamente rappresentata dalla presenza sul fondale della madre fuggita (Jo Van Fleet), fattore scatenante e fattivo, e della speculazione sull'incombente guerra.
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12/07/2007 | di Alberto Di Felice
L'occhio che uccide**** Ogni regista è un "Peeping Tom" (titolo originale), accecato dall'apparizione che peccaminosamente cattura nel suo obiettivo. Ogni atto di ripresa è qualcosa di proibito; la tentazione, l'impulso di far scorrere la pellicola oltrepassa la linea del divieto di posare gli occhi sull'ammaliante nudità di Lady Godiva. Il "Peeping Tom" della leggenda anglosassone, per di più, è un sarto: il cinema non è forse arte (fra l'altro e anzi prima di tutto) di taglia e cuci, ossia di montaggio?

Il film di Michael Powell è un cimento di estrema tensione nell'intessere un'accesa e lucida riflessione sul linguaggio cinematografico, sulla visione come atto violento ed irresistibile, come ripresa e assieme proiezione dell'io. Assieme ragiona dalla parte di chi lo fa e di chi lo guarda, perché il primo spettatore è il regista stesso.

L'alter ego Mark Lewis (l'austriaco Carl Boehm) nasconde significativamente i segreti che ogni narratore deve avere per poterne far partecipi gli astanti. Il film è una completa messa in svelamento di queste profondità recondite, come appunto ogni film è (dovrebbe essere) svelamento, tramite di un'idea di sé e del mondo. L'idea si forma progressivamente, prende coscienza di sé per prima e si palesa secondo una trama, intesa non come semplice storia ma come struttura in spiegamento.

L'occhio che uccide è un saggio di psicanalisi sul procedimento catartico che è la visione.
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12/07/2007 | di Alberto Di Felice
Epic Movie* Hot Movie non era il miglior esempio di destrezza comica, certo, ma almeno non era un filmetto totalmente impudico. Voglio dire: si poteva tranquillamente accettare che un gruppetto di amici si divertisse innocuamente andandolo a vedere. Purtroppo la nuova creatura di Jason Friedberg e Aaron Seltzer (sceneggiatori di quello nonché co-genitori coi Wayans ed altri del primo Scary Movie, ora entrambi alla "regia") oltrepassa anche la soglia delle demenza sopportabile dal più impenitente dei trogloditi.

Intitolato Epic Movie (ammesso che ci abbiano davvero riflettuto su) esclusivamente in quanto costruito sul canovaccio principale de Le cronache di Narnia (pessima scelta), è in realtà un mischiume informe che include anche Borat nella sua tenuta da mare, passando per X-Men e La fabbrica di cioccolato, "parodie" replicanti senza un perché video musicali e programmi MTV stile Punk'ed!.

È davvero dura assistere a 1h20' imbastite senza non dico invenzioni geniali, ma neppure la semplice nozione di ritmo della battuta, il sapere che cosa fa ridere e cosa è solo stupido (e non fa ridere neppure in quanto stupido). Friedberg/Seltzer avranno pure riciclato la via Scary Movie, ma il gusto (bisogna aver gusto, anzi bisogna averne moltissimo, anche nel ricercare la volgarità) della saga Wayans/Zucker non si vede proprio da nessuna parte. Miserando.
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11/07/2007 | di Alberto Di Felice
Il dolce domani**** Ogni luogo, ogni persona, ogni famiglia ha i suoi fantasmi. Atom Egoyan pone questa verità innegabile al centro della sua poetica, che ne Il dolce domani ha forse il punto più alto. Egoyan crea un afflitto microcosmo corale, ma in modo molto diverso rispetto a quelli di pellicole quali America oggi: ad interessargli non sono i rapporti sinallagmatici fra destini presenti, ma quelli fra passati individuali.

La catena sintattica che costruisce ha dunque come elemento fondante il tempo frantumato: la fabula perde di senso e l'intreccio è l'elemento che ordina con la forza dell'associazione inconfessata e inconscia, espressa in binomi reconditi. Sam Dent, una innevata cittadina canadese, diventa così replica altrove di Hamelin, nella quale un pifferaio è venuto a reclamare giustizia portandosi via tutti i bambini. Chi è il pifferaio? Il fato (o la colpa) che ha prodotto l'incidente, ma anche l'avvocato Mitchell Stephens (Ian Holm), giunto non si sa come per colmare anche la sua personale perdita —quella della figlia Zoe (Caerthan Banks)— infondendo la sua rabbia in quella dei locali.

Trafiggente il commento fuori campo della sopravvissuta Nicole (la stupenda Sarah Polley, allora diciottenne), che usa con candore —e mai per un attimo a vuoto— il necessario parallelo con la fiaba del Pifferaio.
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11/07/2007 | di Alberto Di Felice
America oggi**½ Era il periodo dell'Altman de I protagonisti (un anno prima) e di Prêt-à-Porter (un anno dopo). A mio avviso non era il periodo del miglior Altman. Riguardando America oggi dopo che altri ne hanno imitato lo stampo (da Magnolia a Crash alla trilogia di Iñárritu; ma è d'obbligo risalire a Nashville, d'altri tempi) si ha l'impressione magari distorta che questi affreschi odierni, in vario modo "morali", di un'umanità che si intreccia guidata dal caso rivelatore finiscano tutti per assomigliarsi.

Altman ha certo il merito di avere uno stile tutto suo, e guardando solo al suo modo di piazzare la camera sull'azione è quasi impossibile distinguere, per rimanere a quelli citati, America oggi dagli altri due. Però, andando al sodo, ossia a ciò su cui si focalizza e ciò a cui arriva, non ha particolare pregnanza rispetto ai "concorrenti".

Questo sciame di mosche della frutta appare anzi più cerebrale e meno carnale di altri. Mi sento di dire, in breve, che il reverse engineering sul modello ha prodotto cose più arcigne: l'Happiness di Solondz, ad esempio, o La sicurezza degli oggetti della Troche.
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10/07/2007 | di Alberto Di Felice
Hostel: Part IILe idee dietro a Hostel: Part II sono semplici e molto buone. Il film non vuole dire qualcosa di diverso o di nuovo rispetto al primo capitolo, ma rende esplicito e cerca di costruire su quello che lì era implicito. Per farlo riprende solo superficialmente la sua ossatura, puntando invece dritto ad una diversa attesa creata stavolta non dall'immedesimazione con le vittime ma dalla scoperta dei torturatori paganti e dell'organizzazione che gli sta dietro.

Così al centro del film sono a ben vedere sempre degli uomini, nonostante possa sembrare che la sostituzione di tre turisti maschi con tre ragazze sposti il baricentro. Questi sono i fratelli Todd e Stuart (Roger Bart e Richard Burgi, rispettivamente il farmacista invaghito di Bree e l'ex marito di Susan in Desperate Housewives), l'uno con una crescente insicurezza e l'altro con una crescente adrenalina in attesa di squartare le giovani pulzelle.

Ha perfettamente senso (sebbene gli schermi dei cellulari e i riflessi sugli occhiali fatti al computer non siano proprio il massimo) entrare nel meccanismo di aste on-line attraverso il quale ricchi uomini d'affari in giro per il mondo (potete individuare anche, fra gli altri, un sosia di Pierluigi Collina e uno di Flavio Briatore: Eli Roth omaggia la nostra Italia caciarona con tutto il raccattabile) si contendono gli sventurati turisti. Il circolo che si viene a creare, facendo anche incontrare il dubbioso Todd col suo acquisto/regalo Beth (Lauren German), sembra poter penetrare nelle maglie già intessute in modo coerente e complementare.

Ma Roth non va al fondo di questo meccanismo, e finisce per fargli imboccare linee troppo manichee. Alla fine, volendo far ribadire ad una iraconda eroina la sua messa in stato d'accusa del denaro capitalistico (ultimo di una serie di ribaltamenti d'umore decisamente avventurosi), l'ha banalizzata.
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10/07/2007 | di Alberto Di Felice
L'angelo della vendetta*** Secondo di Abel Ferrara. Zoë Tamerlis Lund, co-sceneggiatrice de Il cattivo tenente, ne è la letalmente affascinante protagonista. Il film è interamente febbrile, adesca lo spettatore come una vittima da circuire con vertigini metropolitane sotterranee.

A cominciare dal silenzio nel quale è costretta la muta Thana. Significativa l'apertura, nella quale la sua soggettiva è costretta a subire poco eleganti apprezzamenti maschili all'uscita dal lavoro. Prima di liberare la simbologia vendicatrice, associata per un tratto ambiguamente ad un ricordo d'infanzia nel sogno di Thana (dal costume da uovo di Pasqua si passa al costume da suora), Ferrara (che ha diretto anche porno) racchiude con una forsennata macchina a mano e le musiche di Joe Delia la sua protagonista, precipitando il ritmo in due stupri consecutivi.

Sospeso in un velame fra l'horrorifico, il thriller e la commedia nera, L'angelo della vendetta è un exploitation movie d'autore: si fa fatica ad individuare una scena che non presenti una disposizione amletica da parafrasare.
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10/07/2007 | di Alberto Di Felice
Non per soldi... ma per denaro***½ Prima volta insieme per quella che diventerà la strana coppia Jack Lemmon/Walter Matthau, diretta in seguito altre due volte da Billy Wilder (Prima pagina, Buddy Buddy). Matthau, Oscar come non protagonista, fa in pratica da terzo incomodo nell'avviato idillio fra il mansueto prediletto del regista e il regista stesso: a lui è infatti riservata la tutto sommato onesta cupidigia che alimenta il lato comico della pellicola, dando una spalla a quello amaro.

Quest'ultimo si materializza nel giocatore di football —di colore: memorabile l'uscita dell'investigatore Purkey (Cliff Osmond) per provocare una reazione nel falso infortunato Harry Hinkle (Lemmon)— 'Boom Boom' Jackson (Ron Rich), che si fa specchio inverso della furberia del cognato avvocatucolo e vittima centro d'imputazione di una penosa indifferenza.

La concupiscenza dei coinvolti si sviluppa sia verticalmente che orizzontalmente (Matthau fa idealmente solo da cerniera: al telefono, ad esempio, parla con l'approfittatrice ex-moglie di Hinkle, interpretata da Judi West, del suo stesso rango, e con i piani alti dello studio assicurativo che vuole spennare), creando una dura geometria sociale stemperata dall'eleganza comica del quadro e poi romanticamente malinconica nel finale.
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09/07/2007 | di Alberto Di Felice
Un mercoledì da leoni**** Un mercoledì da leoni è per molti versi simile ad un altro film dello stesso anno, Il cacciatore di Cimino, ha lo stesso senso di perdita cosciente. La grande piena del 1974 che viene preannunciata da Bear (Sam Melville) è come l'inno del cuore degli americani che viene intonato in chiusura di quest'ultimo. Più che una sfida con la natura, lo spingersi sulla tavola, assieme forse per l'ultima volta, fino all'onda per poterla cavalcare è per Matt (Jan-Michael Vincent), Jack (William Katt) e Leroy (Gary Busey) una partita finale contro il tempo, i cambiamenti e le lontananze che impone.

La guerra non si vede, se non in tv; vediamo solo la chiamata di leva, comicamente coreografata, che separerà i destini di questi amici. È appunto da questo momento che la scansione cronologica, sempre incentrata sull'evocazione (già infranta nella voce di Matt) di diverse "grandi piene", si fa più evanescente: non ci mostra quello che fanno assieme, ma come si ritrovano dopo che non si son visti per molto tempo, quello che hanno smarrito. L'innocenza delle piene estive è stata spezzata da quella delle piene invernali.

Il film si alimenta di questa graduale ma sensibile sottrazione, fino alla riunione/addio spontanea e commovente. In più, la regia in acqua di Milius è titanicamente magnifica.
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09/07/2007 | di Alberto Di Felice
Gioventù bruciata**** Film che è mito per tramite dei suoi lutti, presagiti sullo schermo. Dentro e fuori di esso, con i suoi colori e la partitura di Leonard Rosenman, carichi di malessere, Gioventù bruciata smette quasi di essere un film, è direttamente un'espressione tragica, stilizzata nella sua ricerca di vitalità negata, di un'era nella quale le sfumature venivano sommerse e sottintese.

I tre protagonisti (Sal Mineo e Nathalie Wood non lo sono meno del mito James Dean, morto all'incirca un mese prima dell'uscita) non hanno famiglia o non vi trovano una causa (Rebel Without a Cause è il titolo originale). Judy (Wood) si sente odiata dal padre; John (Mineo) ha i genitori separati e la madre è via; Jim (Dean) si trasferisce con i suoi, che lo viziano, di città in città, e beve. «Mi avete rotto i timpani!» è la sua reazione alle voci dei genitori. «Nessuno può aiutarmi» dice John/Plato alla governante di colore (Marietta Canty) che è l'unica ad esser rimasta a casa nel giorno del suo compleanno.

Vengono messi subito in contatto nella stazione di polizia dove vengono portati, dopo che sono scappati dalle rispettive case la notte di Pasqua. È fra di loro che il film crea una tensione nella quale le doppiezze nascoste del tranquillo sobborgo losangelino si esprimono. Le risse e le corse in macchina sono una premessa utile solo a farli tornare al planetario dove il film si concluderà.

I dialoghi ed i rapporti fra i tre, e fra ognuno di loro ed i genitori (o l'assenza di questi), hanno costantemente una natura elusiva, equivoca. Si pensi alla sessualità repressa fra figlia e padre, o all'istinto sottostante la relazione fra Plato e Jim. È questa natura, trasfigurata in una messa in scena di rigorosa ampiezza drammatica, che dà alla pellicola una forza figurativa ed espressiva unica.
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09/07/2007 | di Alberto Di Felice
Pulse* Se si capita per caso davanti alla tv mentre qualcuno sta guardando il finale di Pulse, si può avere l'impressione che possa essere un film interessante. A farlo pensare è una voce fuori campo che parla di cose (cellulari, internet) che anziché mettere in contatto dividono; in questo caso, essendo un horror, perché bisogna stare attenti a non farsi "suicidare" dai drenatori di energie vitali che circolano tramite cavi e campi.

Lo spunto è interessante, e so per certo che nelle mani di qualcun altro che non sia Jim Sonzero (nomen omen) avrebbe prodotto qualcosa oltre un finale che con le parole si preoccupa di dare tardi un senso a spaventini standard con fantasmi di pixel grigi, offerti col contagocce in un'atmosfera oltremodo atona.

Non avendo visto l'originale giapponese del 2001, Kairo, non posso sapere se quel qualcuno è Kiyoshi Kurosawa (nessuna parentela). Posso solo sperare che non fosse anche quello un ulteriore esemplare dei tanti orientali sfornati in serie come telefonini per capitalizzare sulle fortune di Nakata o Shimizu. Tipo il coreano Phone.
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09/07/2007 | di Alberto Di Felice
Il cattivo tenente*** Guardi Il cattivo tenente e hai l'impressione di star guardando un film di un Martin Scorsese radicale, fresco di debutto, che non è ancora entrato nel circuito delle major. Infatti, due anni dopo che Scorsese ha diretto Quei bravi ragazzi, Abel Ferrara dirige Il cattivo tenente come se Mean Streets fosse roba vecchia di un giorno. Per di più c'è lo stesso protagonista di quel film, Harvey Keitel. Ferrara non si allontana dalla macchia metropolitana underground per come la conosceva e ce l'ha fatta vedere agli esordi.

Esplicita più che mai è la simbologia religiosa, dato che qui viene violentata una suora (Frankie Thorn). Detta banalmente, il film registra la progressiva messa in dubbio e in colpa dello stile di vita di un tenente (Keitel) drogato e pesante scommettitore, aggravandone la situazione in parallelo allo sconvolgimento causato dal perdono puro della vittima. Il pezzo "Signifying Rapper" accompagna con spirito di rottura e sfida già segnata con sé stessi l'intera pellicola, compresa penetrantemente la scena dello stupro che irrompe violenta a mo' di video musicale metal.

Il tenente Keitel pippa coca dopo aver portato i figli a scuola, va con puttane, barcolla piangente nudo, completamente strafatto, si fa preparare pere da una bella amante (Zoë Tamerlis, che ne L'angelo della vendetta concludeva la sua strage in costume da suora), tormenta due ragazzine senza patente, scommette male e raddoppia la posta per rientrare, fin quando la cifra sarà troppo grande.

La tensione scema, anzi culmina, nel dialogo con la suora in chiesa, e nell'incontro con un Gesù ritrovato contro cui inveire che si materializza in una signora di colore che lo porta dagli stupratori. Ma la purificazione definitiva è meno benevola.
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08/07/2007 | di Alberto Di Felice
Ocean's Thirteen** Il terzo Ocean's è un ritorno al primo: di nuovo un singolo colpo, di nuovo Las Vegas. La sceneggiatura, fedele al ritrovato corso, è di Brian Koppelman e David Levien, già all'opera ne La giuria. Il risultato è che, rispetto al secondo capitolo che ha diviso pubblico e critica nelle reazioni, come l'Eleven il Thirteen è di certo più omogeneo e stagno. Ma è anche meno dilettevolmente umoristico.

Quello che lo differenzia e gli toglie un po' di verve rispetto all'Eleven è il fatto che ormai realizzatori, interpreti e pubblico sanno di essere in una serie e si comportano di conseguenza. Soderbergh non deve mutare il proprio modo di lavorare, che rimane decisamente perfetto per l'impresa, e aggiorna di poco il caper movie che era il primo con qualche minimo maquillage ripreso dal secondo. Col ritorno ad una storia di rapina pura e semplice da raccontare viene meno l'autoreferenzialità disorganica da "laissez-faire" della gita europea, ma ne viene meno anche la folle spontaneità.

Il che non vuol dire che il film non funzioni e non sia internamente raziocinato. È che ora l'intera banda ha già mostrato le sue due anime, professionale e pazzoide: questa è una replica della prima. E poi dov'è finita Julia Roberts?
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08/07/2007 | di Alberto Di Felice
I Fantastici 4 e Silver Surfer** Girovagando per la rete troverete ogni opinione e il suo contrario su questo film. «È meglio del primo, che comunque non era gran cosa anzi faceva schifo»; «È peggio del primo, e già il primo faceva abbastanza schifo»; «Il primo era discretamente divertente, e questo lo è di più». Dai miei sbiaditi ricordi (giusto anche che lo siano: questo è intrattenimento usa-e-getta, deve fare il suo dovere mentre è in atto) di quanto visto nel 2005, l'ultima opinione è quella da sottoscrivere.

I Fantastici 4 sono, fra gli adattamenti da fumetto, i più ameni. Questi supereroi non hanno particolari problemi esistenziali se non qualche disguido (ma più vantaggi: anche La Cosa di Ben Chicklis, che si ritiene il più gravato, trova la sua bella ammiratrice in Kerry Washington) nella conduzione delle loro vite dovuto appunto ai poteri acquisiti: questo è quanto, punto. Al che è difficile trovare materiale serio di cui lamentarsi. Chi si lagna ad esempio dei personaggi stereotipati (lo saranno, ma non sono meno umani) sta evidentemente andando oltre il richiesto.

Con un po' più d'azione, un cattivo non cattivo che apporta anche una punta di poesia (Silver Surfer ha i lineamenti di Doug Jones, il fauno de Il labirinto del fauno, e la voce originale di Laurence Fishburne) ed il solito tono canzonatorio, c'è abbastanza materiale da gestire in maniera semplice ed efficace per Tim Story; abbastanza di cui, come da premessa, divertirsi. E per fortuna non c'è da ragionarci molto su.
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08/07/2007 | di Alberto Di Felice
I ragazzi della 56ª strada*** Nel 1983 Francis Ford Coppola usciva con due pellicole tratte da altrettanti romanzi di Susan Hinton, ragazza di Tulsa (Oklahoma), che a diciassette anni scriveva il suo "The Outsiders", titolo originale del film. Se Rusty il selvaggio è una tela in bianco e nero con solo il rosso di pesciolini chiusi in un acquario in antitesi, I ragazzi della 56ª strada è una tela densa di colori. Johnny (Ralph Macchio) e Ponyboy (C. Thomas Howell) se ne stanno su una collinetta avvolti dall'abbagliante densità del sole al tramonto proprio come Rossella O'Hara e il padre in Via col vento, che è il romanzo che Ponyboy vuole leggere.

La diversa cromia trova un primo motivo nella diversa età dei protagonisti (quelli de
I ragazzi della 56ª strada, Johnny e Ponyboy, sono poco più giovani), e nella natura dello sguardo narrante, che in questo caso si sovrappone fino ad assorbirla (e sovrappone le immagini dei ricordi, portate a sintesi con una sovraimpressione) con la voce narrante di Ponyboy.

Con premesse stilistiche distinte, i film portano avanti due parabole la cui morale viene fatta maturare pur sempre mediante un'alterazione cocente dei colori e degli spazi ad astrarre il milieu comune alle vicende.
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07/07/2007 | di Alberto Di Felice
Cannibal Holocaust*** Un film del genere è difficile pensare non sia espressione del suo tempo —il che non vuol dire che non sia attuale—, ancor più se si sa che ne è previsto un remake tra poco più di un anno. Chiunque vi metterà mano dovrà avere l'intelligenza necessaria (non poca) per non rendere l'operazione del tutto improduttiva come nel caso del remake di Aja de Le colline hanno gli occhi, mini-cult di Craven anch'esso da inquadrare necessariamente in una data società e generazione.

Deodato realizza la pietra tombale di un genere preciso, il mondo movie, replicandone i canoni fondanti. Attraverso il meccanismo del film nel film, dal momento del
ritrovamento del filmato (anzi filmati: le camere erano due) dei quattro reporter (Yorke, Ciardi, Pirnaken, Barbareschi) si alternano gli sguardi delle camere (e delle telecamere) per smentire le une e le altre mettendole in progressiva tensione dialettica. «Non ci può essere una vera scienza senza una autentica coscienza», afferma con la sicurezza del giusto un giornalista in apertura; in chiusura, il prof. Monroe (Robert Kerman) concluderà: «Mi sto chiedendo chi siano, i veri cannibali».

La riflessione che ne nasce, forse appunto perché sostanziata da un certo retroterra, mantiene così com'è una valenza anche per l'oggi. Di più, di oggi può essere l'archetipo (lo shock) risalente. D'altronde di media cannibali si farà presto a parlare ancora a lungo.
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05/07/2007 | di Alberto Di Felice
Them**½ Them è una pellicola spiazzante. In modo complementare al loro connazionale  Alexandre Aja nel riuscito Alta tensione, David Moreau e Xavier Palud suggeriscono una via francese ad un cinema di genere particolarmente difficile quale l'horror. Se Aja proponeva un rimpasto fruttuoso col thriller, Moreau e Palud sembrano per la gran parte del loro film offrire un campionario rigoroso e sistematico (facilitato nella sua asciuttezza dalla ridotta durata: 1h14') dei metodi classici per creare paura.

Con camera a mano d'ordinanza a vagare per setting disturbanti come il solito bosco (si apre con un incidente in auto) e una villa sperduta e cadente, fa affidamento esclusivamente sull'attesa creata da inquadrature tutte impegnate ad indagare nell'oscurità, dove le spingono suoni e luci. Se il tutto si riducesse a questo, saremmo di fronte ad un compitino ben svolto ma sterile.Them rivela invece —non prestissimo, in verità— la sua volontà di intessere su queste premesse (ovvero, con queste premesse) qualcosa di sostanziato.

Si può notare in particolare come, con minime forzature (è pur sempre un horror), la nudità degli artifici combacia coerentemente con la promessa di fatti tratti dalla realtà: il film nasconde, ma non inganna mai durante il suo corpo centrale sulla natura dei "loro". Non è infatti sull'esterno e sul fuori campo che lavora, bensì sul sottobosco; non su ciò che è altro ed è fuori, ma su ciò che è altro (anzi no) ed è sotto. Non a caso "loro" abitano dei cunicoli, ed è in questi che finiremo.

Lo svelamento di chiusura è una candida e quasi agghiacciante riprova dell'onestà dei meccanismi adoperati, riprendendo fra l'altro il filo della didascalia d'apertura. Them viene da ultimo dopo l'Hostel di Roth (ricordate i ragazzini randagi per le strade di Bratislava?) come felice esempio di horror dalle inquietudini pensanti, come messa in opera livida di malesseri clandestini nascosti
nel contemporaneo. Con un occhio alla Storia da cui derivano: geniale il viaggio verso casa della protagonista (Olivia Bonamy) sui titoli di testa, che fa intravedere il Palazzo di Ceausescu nel traffico della Bucharest d'oggi.
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05/07/2007 | di Alberto Di Felice
Ocean's Twelve** Il secondo Ocean's (come credo il terzo, che non ho ancora visto) è un pentolone d'oro tirato a lucido. Steven Soderbergh è il padrone di casa, che accoglie il ricco cast di amici (George Clooney in primis) come fosse in corso un favoloso party a base di Martini. Prima ad Amsterdam, poi sul lago di Como, infine a Roma. È cosa un po' diversa dal primo, che era un film di genere di quelli "tosti": qui il baraccone è retto esclusivamente come una burla, un mini-tour europeo comodo e spesato di un gruppetto di ricche star hollywoodiane.

E come burla non si può neppure dire che sia del tutto improvvisata: la sceneggiatura (con un solo difetto: la ridicolaggine del trucchetto del ladro francese di Vincent Cassel) di George Nolfi, ad esempio —e non secondariamente, era preesistente al primo film del 2001 ed è stata poi riaggiustata per adattarsi alle nuove esigenze. Soderbergh, quanto a stile, mantiene —tranne minimi aggiustamenti— intatto il modello precedente.

Non è dunque un film che manca di valori. Semmai è un film al quale non si sa bene cosa chiedere: in particolare, è meglio non chiedere perfetto rigore e ordine. Però come caper movie funziona, al di là di un andamento che può apparire gigione, episodico e a vuoto. Certo, va messo in conto il fatto che dal circolo dell'autoreferenzialità c'è poco verso di uscire. Ma se ci si abbandona ai particolari ci son soddisfazioni: per fare un piccolissimo esempio, vedere Clooney sul divano fissare la tv mentre versa champagne sul tappeto anziché nel bicchiere di Brad Pitt può avere un effetto invincibile.
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04/07/2007 | di Alberto Di Felice
Breve incontro***½ Enorme saggio del cinema di David Lean. Non è una pellicola datata, al contrario di quanto dicono in molti, a meno di non fermarsi superficialmente ai piccoli ostacoli frapposti dalle trasformazioni di costume. Tratta ovviamente la sua materia con dialoghi distanti, ma è di quei film che dalla distanza traggono appunto una capacità di conservarsi nel tempo, di assorbire un valore perpetuo.

Se può farlo è unicamente perché questo breve incontro e i suoi sensi di colpa sono insondabilmente trasfigurati nella forma che Lean dà loro. Quella di Laura (Celia Johnson) che fa per gettarsi sui binari, dopo che il dottor Harvey (Trevor Howard) le ha dato un purtroppo fugace addio, è una scena memorabile nell'esprimere il suo sommovimento impetuoso
, sovvertimento formidabile dell'ansia implosa in apertura. È il momento più alto di quella che è una messa in abisso: è giustappunto la stessa protagonista a ricordare, raccontando col pensiero al marito che dorme, scavando dentro di sé.

Grandi i due interpreti, perfetti in una rappresentazione disadorna e modesta del quotidiano.
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04/07/2007 | di Alberto Di Felice
Dogma** Si può essere geni e sregolati. Kevin Smith non è sempre riuscito ad esprimere al meglio queste due facce della stessa medaglia. Dogma è un esempio perfetto, il migliore che si possa fare, per dimostrare come le sue intuizioni fra il faceto ed il serio finiscano per imboccare la strada del primo con un po' troppa noncuranza.

Smith pone le prime pietre della costruzione del suo proprio dogma cristiano in maniera perfetta. Due angeli caduti fancazzisti (Matt Damon e Ben Affleck), la statua di un Gesù Compagnone, una missione imposta ad una donna riluttante che lavora in una clinica per aborti (Linda Fiorentino), un Metatron seccato (Alan Rickman), due profeti improbabili (Jason Mewes e Zittino/Smith), agenti demoniaci in cerca di aria condizionata (Jason Lee) e un tredicesimo apostolo nero (Chris Rock). In tutta la sua prima parte, Dogma è insomma l'espressione pura del genio.

Peccato che poi questa sfilata di amiconi si trasformi in un filmetto assemblato per sé stesso e per gli amiconi, con trovatelle episodiche alle quali quello che è ormai diventato un road movie picchiatello si abbandona
con diletto. Così al giusto e gustoso castigo di un consiglio di amministrazione si accompagna una montagna di escrementi messa al tappeto da un deodorante, dissacrante solo se si è buoni.

È chiaro che Smith provoca solo un mutamento della grammatica del sacro, ma non lo abolisce. Tutto il suo cinema è così: Smith si comporta come un giovane che viola gli obblighi per poi capire che hanno un senso. Meglio, è un quarantenne che dice: «Ragazzi, fate pure un po' di sano casino ma ricordate che alla fine ...la mamma è sempre la mamma». Fa un discorso molto vero, da amico; ma è un amico al quale piace ancora troppo cazzeggiare.
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04/07/2007 | di Alberto Di Felice
Intrigo a Berlino**½ Steven Soderbergh ha sempre provocato mal celate (anzi, affatto celate) storture di naso. Il suo nome è presso l'onesta ed intollerante cinefilia sinonimo di pretestuosità, prestamente liquidato come "tutto fumo e niente arrosto". Per farsi volere ancora più male, il Nostro partorisce con cavillosa precisione filologica (aspect ratio 1.66:1; microfoni, luci e lenti come nel '45) una riproposizione "a dimesioni reali" del noir à la Il terzo uomo/Casablanca.

La questione Soderbergh comincia ormai a farsi stancante, e andrebbe seriamente ridimensionata. Mi sembra facilmente sostenibile —ancor più alla luce di Bubble— che il georgiano stia
(direi, diabolicamente) inventandosi un modo di essere a tutti gli effetti un autore sui generis nella selva hollywoodiana, speculando sulla stessa (l'attività da produttore —tra l'altro di cose eccelse come l'altra operazione filologica che è Lontano dal paradiso— è tutt'altro che accessoria) in modo da trovarsi un po' di spazio per giocherellare in allegria.

E Intrigo a Berlino è senza dubbio il giochetto di un cinefilo, uno studente modello d'accademia. Ma, appunto, stabilito che questa è la sua natura, cosa può infastidire —o peggio, offendere? Lascio la risposta agli esponenti della di cui sopra cinefilia. Quello che vedo io è un lavoro che non è semplicemente una copia in carta carbone, ma anzi ha una componente riflessiva ben identificabile.

A parlare è l'operazione stessa, i cui dettagli non sono solo nella esattezza formale ma negli spazi che si aprono all'interno di questa. Come definire altrimenti un film che assume tutta la facciata di un genere topico, il noir (cinema che più cinema non si può), mischiando la ferrea ortodossia a piccoli elementi eterodossi? È cinema che rispecchia candidamente il suo divenire, lo cristallizza nei meccanismi del passato facendone intuire la deviazione. Non lo fa certo in maniera coraggiosa come faceva il meraviglioso film di Haynes, ma guardando ai dettagli c'è un riverbero pensante che quasi sconcerta.
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