29/08/2007 | di Alberto Di Felice
*½ Prima di impazzire, Shooter non era un cattivo film. Non lo era come film d'azione nei suoi connotati più trascurabili —quelli che in sostanza fanno l'azione: Antoine Fuqua (Training Day) sa come si fanno certe cose—, né cannava l'argomento politico. A posteriori, almeno la seconda metà di quelli che fino ad allora erano i suoi pregi va rimessa in discussione, soprattutto perché Shooter la fa culminare in una resa dei conti che crea solo esplosioni ma lascia comodamente senza nessun colpevole.Scritto da Jonathan Lemkin (L'avvocato del diavolo), da un romanzo del 1993 del critico cinematografico premio Pulitzer Stephen Hunter, il film è adattato al post 9/11. Il cecchino del Vietnam Bob Lee Swagger (Mark Wahlberg) diventa così ex-cecchino in Etiopia, ora al centro di un'imboscata che si scoprirà ha a che fare con la costruzione di un gasdotto.
Nella sostanza, l'intrigo non si discosta dalla media cospirazione che di tanto in tanto salta fuori al cinema, preferibilmente con un senatore come burattinaio principale se non unico. Senonché l'attualizzazione porta qualche punto a casa: il senatore (Ned Beatty, Superman), ad esempio, viene da uno stato dell'ovest montuoso (Montana) vicino ad un altro stato dell'ovest montuoso (Wyoming) che potrebbe farlo associare da parte di certi maligni ad una certa figura (non un senatore, ma Presidente del Senato) piuttosto potente dell'attuale amministrazione Bush, anche lui con ben noti contatti con ben note compagnie appaltatrici. E sebbene sia chiara lungo tutto il percorso, la carta sembra esser giocata con tono costumato, senza neanche il bisogno di troppo plateali monologhi esplicativi.
Ragione in più per rimaner delusi dalla svolta giustizialista di un Wahlberg che usa fucili, pistole ed esplosivi per portare a compimento la tagline: "Today is about justice". Non gli si può neanche rimproverare di non averci detto che sarebbe finita così: dopo tutto, gli hanno ucciso il cane. Il che ci ricorda che oltre ai punti portati a casa Shooter non ha mai allargato abbastanza l'obiettivo: il Presidente non si sa chi sia, il senatore rifila la solita storia del «repubblicani o democratici, siamo tutti uguali». Piccole "disattenzioni" che eliminano il dubbio circa la necessità di riempire da soli quelle caselle che avrebbero potuto portare ad un vero sottotesto.
29/08/2007 | di Alberto Di Felice
* Orgoglioso do potersi dire "tratto da una storia vera", Flyboys racconta la sua storiella come se decenni di convenzioni narrative non fossero mai trascorsi. Il che non è neanche il peggio: il problema è che queste convenzioni non hanno una coscienza propria, sono automatiche, mai per un attimo i personaggi e le loro azioni riflettono su di sé. Difficile di conseguenza che riflettano su qualcos'altro.Nessuno nutre mai dei dubbi in Flyboys. Quando lo squadrone riesce finalmente a bombardare l'arsenale tedesco, tutto quello che il film ha da offrire è la musica ampollosa di Trevor Rabin (Armageddon, Con Air) ed esultanza. Ogni pezzettino di trama è impostato per delle mediocri dimostrazioni, da A discende B, senza una nervatura: c'è il capitano un po' monolitico ma infine umano (Jean Reno, che comunque vada fa sempre ridere: una bambina gli prende la mano, tagli sull'espressione di lui e il gioco è fatto), il nero (Abdul Salis) che serve a far vedere quanto —alla fine— sono misericordiosi i bianchi (naturalmente tutti, anche i più spregevoli, capiscono e rimediano ai propri errori in un batter di ciglia), la bella francesina (Jennifer Decker) —che non è una prostituta, l'onore è salvo.
Per un po' potrebbe persino reggere, ma il tracollo è assicurato dalla durata che supera le due ore, usate solo per fare andare avanti la trama. Evidentemente la celebrazione di questi eroi americani in terra di Francia di Flyboys aspirava ai fasti produttivi di un Bruckheimer, e fa quasi paura apprendere che qualcuno si è preso la briga di investire 60 milioni di dollari fuori dal circuito delle major per finanziarlo. Persino le major avevano capito che non ne valeva la pena. Al pari con Annapolis, protagonista sempre James Franco.
27/08/2007 | di Alberto Di Felice
**½ Quando si dice che un film è talmente stupido da essere irresistibile, la frase è un complimento. Ma in realtà è una menzogna, ignora il procedimento curativo di scoperta generato da quell'istinto di ilarità apparentemente bislacca. In Anchorman —che appartiene allo stesso lignaggio comico di Dodgeball, Starsky & Hutch e l'inarrivabile Zoolander (i nomi che circolano sono sempre gli stessi)— ci si trova a ridere di trivialità, e non si sa se ci si debba vergognare. È una banalità che ci sembra molto familiare.Ambientato in una rete locale di San Diego negli anni '70, il film è un concentrato di motivetti femministi ed anti-femministi dentro uno studio televisivo. Cos'è lo studio televisivo di un telegiornale? È il posto di lavoro che più di ogni altro deve convivere con quello che succede nel mondo (che esso stesso contribuisce a formare) e camuffarlo con la sua facciata. Ron Burgundy (Will Ferrell) ed i colleghi maschi, stolti al pari e più di lui, sono facce rassicuranti ed orgoglio dell'America di mezzo, che ha standardizzato la colazione del mattino e le news delle 6pm. Ron non ha qualità intrinseche: sa leggere il teleprompter e sa ammiccare alle casalinghe. Il modo in cui si vanta della sua persona, sicuro dell'appoggio di chi (volontariamente e quasi con orgoglio, forse per proteggersi dalla propria mediocrità) continua a cascarci, ricorda le imitazioni di Bush sempre ad opera di Ferrell —o il vero Bush direttamente, se è per questo: da un momento all'altro sembra voler chiedere, nel mezzo di termini che non conosce o inventa di sana pianta, «Are you having burritos for lunch?».
Il fatto di risalire all'epoca d'oro del femminismo, richiamata con precisione nelle acconciature, nel vestiario e nell'arredo, è una rete di sicurezza, al riparo della quale il film può divagare nel modo più sgargiante in sketch fenomenali (il combattimento fra le testate della città, in cui rispuntano fuori i compari Ben Stiller, Vince Vaughn e Luke Wilson, più Tim Robbins, è portentoso) e nel contempo mantenere un livello medio di comicità che gioca in un ambiente altrettanto irreale ma vero, con una mirandola di battute più o meno allusive («Mr. Burgundy, you have a massive erection», «Oh, uh, yes: I do»).
Pure risate, ma la mente che c'è dietro (sceneggiatura dello stesso Ferrell col regista Adam McKay) sembra avere una naturale capacità di interfacciare una grossolanità di stile (nella quale non si può fare a meno della fisicità dei protagonisti: Anchorman non esiste se i baffi finti non sono sulla faccia di Ferrell; Dodgeball non esiste se i baffi finti non sono sulla faccia di Stiller) con un retrogusto fattuale (portare ad apoteosi quello che già fa ridere di suo, sotto la pomposità con cui si atteggia: impresa fra le più improbe) che ne è il vero genio.
26/08/2007 | di Alberto Di Felice
** Sapendo che c'è uno Shrek 4 in arrivo nel 2010 mi pare difficile argomentare che, oltre i personaggi fatti di pixel, ci sia qualcosa che renda l'orco verde diverso da una qualsiasi serie demenziale. Per prendere quella che ci è più prossima, ovvero gli Scary Movie, che con l'arrivo di Zucker alla regia hanno trovato nuova linfa vitale, Shrek anzi dimostra ad ogni puntata che, al di là della finta aria di rottura, le cartucce ed il genio comico sottostanti sono parecchio debolucci. Non so voi, ma la scena della vestizione seguita dalla grattata di sedere mi ha messo tristezza.Se Shrek 2 reinventava un regno mitteleuropeo in salsa Hollywood, Shrek 3 perde anche questa facciata di irriverenza e può solo giocare con i personaggi. Spero per il quarto si inventino una rivoluzione come ha fatto il Zucker di cui sopra, perché ormai le caratterizzazioni che vengono fornite sono piatte ogni oltre descrizione, le dinamiche del ribaltamento palesi.
Certo c'è spazio per una riflessione linguistica su questo carrozzone, dalla quale non si può a questo punto escludere la sua natura seriale, ma il terzo capitolo dimostra che lo spazio non è poi molto vasto. Anche perché qualsiasi riflessione deve fare i conti con due fatti: Shrek deve far ridere, e Shrek è un film per famiglie. Sul primo versante ho già detto; sul secondo c'è da dire quello che spesso si dice dei ribelli, ovvero che prima o poi si calmano. Shrek ha impiegato poco tempo a calmarsi, e di fatti rifila le solite morali sulla famiglia (Shrek diventa adulto e papà, e ovviamente ha paura) e sul trovare il buono che c'è in sé. Lo so, lo so: non è mica un male. Rivela solo che lo spirito di rottura cui ci si appiglia per la riflessione linguistica è sempre stato condizionato ad un ritorno nei ranghi.
26/08/2007 | di Alberto Di Felice
**½ Che Hard Candy abbia perplesso e spaventato lo si vede già dal fatto che dopo la proiezione a Park City nel 2005 sono dovuti passare quindici mesi prima del salto nelle sale statunitensi. Ora che più di un anno è passato dall'uscita americana, la pellicola del britannico David Slade non sembra proprio voler vedere la luce nel nostro paese. Il film è di quelli tosti, un incubo ancestrale cui gettarsi in pasto con la premessa che verremo fagocitati e saremo confusi. Il suo fare è tortuoso e sibillino, tant'è che si è prestato a svariate critiche, a detta delle quali sarebbe un film che gioca sporco, subdolo, ipocrita.Roger Ebert, cui è piaciuto, scrive: «Eppure, cosa succede di preciso? Ed è in qualche modo chiaro come sembra? Forse Ellen ricava del piacere dalla situazione che ha creato per Jeff? I pervertiti sono due?». La mia idea è che l'ambivalenza del personaggio Ellen (Ellen Page, X-Men: conflitto finale) rafforzi le ombre che il film allunga sullo spettatore: necessariamente deve intimorirlo e farlo vacillare. Mi sembra infatti evidente che leggere la pellicola esclusivamente in riferimento alla tematica pedofila porta a travisarne in una certa maniera il funzionamento, focalizzando l'attenzione sulle motivazioni attuali degli attori in gioco.
Senza dettagli che ci aiutino a scoprire chi sia in realtà —di fatto la conosciamo come la conosce il protagonista maschile, interpretato da Patrick Wilson (Angels in America)—, Ellen è un angelo vendicatore, un giustiziere. Ma il suo carattere distorce la divisione fra buono e cattivo: durante lo svolgimento siamo condotti dapprima a dubitare della colpevolezza di Jeff, poi proviamo compassione per lui e siamo portati persino a capirlo in un qualche modo (la confessione infantile). Di Ellen, viceversa, non sappiamo nulla: il giustiziere mente, sembra quasi fabbricato, diabolico piuttosto che giusto.
Tutto questo può far pensare ad un'operazione di normalizzazione, umanizzazione del mostro; un'espressione totalmente mendace, dato che sottointende un processo manicheo, una reazione subconscia di alienazione del male. Ma il male germoglia in sfumature di normalità e candore, e nessuno ne è al riparo, né la condanna è inflitta senza colpa. L'obiettivo della "normalizzazione" è intrufolarsi in queste ombre, porsi in stallo sul loro bisbigliante confine. Tuffandosi in entrambi gli oceani, Hard Candy si interessa così sia all'innocenza delle tenebre sia alla perversione manipolativa della luce. Dietro le azioni e reazioni dei due protagonisti non sembra esserci tanto una battaglia di psicologie ma interrogativi sul nostro delitto, sulla nostra colpa e la nostra purezza.
25/08/2007 | di Alberto Di Felice
*** È dal bellissimo (e non apprezzato come meriterebbe) Man on the Moon di Forman che non vedevo un film biografico così "ispirato". In Italia American Splendor non è uscito forse perché, come dicono in molti, è troppo culturalmente radicato (i fumetti omonimi non sono neanche stati pubblicati da noi); ma in realtà non riesco a trovare un solo motivo (che gli Italiani non conoscono Letterman? Andiamo...) per giustificare questa lacuna della nostra distribuzione.Premio della giuria al Sundance, script (dei registi Shari Springer Berman e Robert Pulcini) nominato agli Oscar, il film racconta la vita di Harvey Pekar (Paul Giamatti), sceneggiatore (ma non disegnatore) di fumetti sulla sua esistenza, normalissima fino al deprimente, da sfigato che lavora nell'archivio di un ospedale.
Come Man on the Moon, American Splendor riesce a restituire colui cui rende tributo in maniera fedele alla sua figura, che è quello che si propone il classico biopic, e di più. Giamatti —come Carrey— è, si sa, un caratterista impagabile, e ha anche il physique du rôle; Hope Davis (la moglie Joyce, The Weather Man) è una splendida attrice.
Il film di Forman elevava nel poetico (sfociando nel fantastico) la sregolata arte trasformista di Andy Kaufman; quello di Berman/Pulcini non ha un genio ma un ordinario brontolone d'artista, e il suo universo, da celebrare. Il film lo sublima moltiplicando la sua natura (i registi vengono dal documentario), così che il vero Pekar narra in voice-over e viene intervistato, Giamatti dialoga col fumetto, le strisce vengono accostate alla riproduzione, Giamatti esce dal camerino del Late Night e va sullo schermo col vero Letterman da vero Pekar, che poi in un'altra scena vengono risostituiti dagli attori. Un patchwork che celebra l'arte di una vita (nelle sue varie accezioni e disturbi compulsivi) anziché una vita.
24/08/2007 | di Alberto Di Felice
***½ Oltre ad alcuni lineamenti tipici (struttura narrativa labirintica, composizione e luce in funzione espressionista, un'iconografia hard-boiled, etc), il noir è caratterizzato da una certa ansietà, che ne costituisce la problematica inespressa, circa l'esistenza e la definizione di mascolinità e normalità. Il noir divide il mondo fra ciò che è conosciuto dal punto di vista dell'eroe/narratore e ciò che non lo è: le donne nel noir sono prima di tutto sfuggenti, ed è questa loro sfuggevolezza (e il loro fascino) che le rende fatali. In questo contesto, ogni film che renda conoscibile la femme fatale non nel modo in cui la conosce l'eroe si rende problematico: una volta che la donna non è più un'incognita, l'inadeguatezza finora nascosta dell'eroe viene scoperta. Questo è quello che succede in Gilda.Nonostante il rispetto delle convenzioni (a partire dal voice-over), non è facile identificarsi con Johnny (Glenn Ford) come l'eroe o sostenere la sua descrizione di Gilda (Rita Hayworth). Ci dice che è superstiziosa, che è spaventata, che è promiscua, ma vediamo poche prove a supporto. Dopo il loro matrimonio, quando lei lo supplica, lui descrive il momento come «meraviglioso», ma a questo punto non siamo sicuri di condividere la sua reazione all'umiliazione di lei. Questo in parte per la sua strana posizione in relazione a Gilda e all'altro personaggio principale, Ballin (George Macready); in parte perché Gilda è la Hayworth.
Malgrado il posizionamento tradizionale di Gilda come fattore sconosciuto e pericoloso per il destino del protagonista, al personaggio vengon dati un'autonomia, un esserci per sé —e non solo per l'eroe— che solitamente sono riservati agli uomini. Il carisma da star della Hayworth sfida apertamente il ruolo maschile, rende la sessualità femminile oggetto attivo.
24/08/2007 | di Alberto Di Felice
**½ Shane Black, creatore di Arma letale, tira fuori un'altra strana coppia per un "buddy hard-boiled movie", firmando la sua prima regia. La città degli angeli e delle stelle in un incastro dei sogni svaniti dell'Indiana, cadaveri di ragazze nel lago, ragazze con la parrucca e dita tagliate.Kiss Kiss Bang Bang è una discreta perla di scrittura, soprattutto, che sebbene non rappresenti affatto la lapide e rimasticamento definitivo del genere, si prende un gusto comico tutto contemporaneo che ci gioca coscientemente, a partire da un narratore disincantato: «Mi chiamo Harry Lockhart, sarò il vostro narratore». Una visita alla sezione "Memorable quotes" su IMDb rende bene l'idea della qualità dei dialoghi.
Robert Downey Jr. è l'uomo perfetto per articolare questi giochetti linguistici, con la sua parlantina frenetica di chi dice una cosa e sa come girarci intorno e rimangiarsela in pochi secondi perché è una sciocchezza (o forse no). Ve lo segnalo, se non l'avete visto, in The Singing Detective, dove interpretava uno scrittore (e il detective protagonista) di romanzi pulp. Il buddy negli scambi di parole è Val Kilmer nei panni di Gay Perry; la femme fatale è la bella Michelle Monaghan, che mostra tutta la personalità che non ha fatto vedere (non che fosse colpa sua) in Mission: Impossible III. Cast scintillante per un film scintillante, insomma.















