31/01/2008 | di Alberto Di Felice
** C'è un po' troppa voglia di fare nel film di Davide Marengo. Di buono, oltre al fatto che il film è comunque mediamente (o «normalmente», citando il protagonista maschile interpretato dal buon Valerio Mastandrea) piacevole, c'è che prova a recuperare una certa goliardia da cinema di genere (o di generi, un frullato) che da tempo ormai immemore ha abbandonato i nostri lidi e sta tornando. Saccheggiando ideuzze qua e là, non molto in grado di vedere quando è il caso di smettere, tagliare, accelerare, ma riuscendo comunque a dare una qualche forma ad un qualche intreccio e ad una storiella umana cui appassionarsi in tempo compatto.Tanti personaggi. Magari troppi personaggi. Una sceneggiatura che li sballotta in giro non sempre col massimo della giustificazione, in modo a volte ripetitivo, ma anche senza inventarsi sonore cavolate. E nell'insieme il gioco regge. Non molto riuscito è invece il tentativo di nobilitare romanticamente tutto con la solita storia dei sentimenti incomunicabili, degli autisti e dei killer soli: forse si poteva spingere fino in fondo sul grottesco anche in questo frangente. E far virtù di una Mezzogiorno che non ha mai imparato come respirare senza sembrare finta.
Sì, perché ad esempio Citran e Pannofino vanno discretamente alla grande. Soprattutto Pannofino, con la sua vociona fuori dal mondo piombata nella Roma di notte, fa sganasciare in sé. Per intenderci: che effetto può fare sentire la voce di George Clooney, giusto un filino meno pulita nella dizione, attaccata ad un tracagnotto esagitato?
Quindi, molto semplicemente e per riassumere: un film con il giusto brio, un esercizio comico/noir con ironia ma non troppa. Purtroppo non molto al di là di una buona fiction.
30/01/2008 | di Alberto Di Felice
* [5=] Se Dio decide che vuol darti una mano a trovare la felicità prima che crepi, cosa fai? Non accetti? Morgan Freeman, che sarebbe, è stato e sarà, il Dio nero di Hollywood, introduce la storiella di questo film con la sua solita voce fuori campo. Se qualcuno chiede a Morgan Freeman di sfornare una voce fuori campo, lui cosa fa? Non accetta? Il qualcuno nel caso in questione è Rob Reiner, che con questa pellicola raggiunge il punto più basso della sua carriera, forse irrimediabilmente perduta.Chiaramente —almeno questo; o anzi per sfortuna— Freeman non interpreta Dio. E non si offre di far trovare la felicità al riccone col cancro. È il riccone col cancro (Jack Nicholson) che decide bene di divertirsi sperperando i suoi soldi e scorrazzandosi col suo jet privato per mezzo mondo in compagnia dell'estraneo che è capitato nella stessa stanza dell'ospedale che possiede. Il concetto comunque è il medesimo, e in mezzo stavolta c'è la malattia. Se c'è l'opportunità di fare un bel film con qualcuno che muore imparando qualcosa dalla vita, cosa si fa? Non si accetta?
Lascia senza parole il fatto che una sceneggiatura tanto ingenua (nel senso che sembra scritta da un bambino di sei anni e mezzo che non ha ancora chiara cognizione di come va il mondo, ma crede ancora nei sogni) possa esser stata abbracciata da questo regista e da questi due attori. Freeman e Nicholson, almeno e comunque, possono essere nel film che vogliono ed è difficile che non tirino fuori l'arsenale d'ordinanza. Più o meno i loro personaggi si riesce quasi a farseli piacere. Ma Reiner non raffazzona da parte sua neanche il minimo sentimento, esprime meno di una puntata qualunque di Settimo cielo.
Ma poi: va bene la sospensione dell'incredulità, ma «accà nisciùn'è fess». Come diamine è possibile che ultrasessantenni che hanno pochi mesi rimasti da vivere, appena usciti da interventi e chemioterapia, possano fare skydiving e corse in velocità neanche si trattasse di quarantenni in ottima forma? Perché il nero deve essere credente, con numerosa famiglia unita, fedelissimo alla ben conservata signora, e il ricco bianco, ateo, pluridivorziato e ovviamente con figlia con la quale non parla da anni? E com'è possibile che la casa della figlia del riccone sia meno sontuosa della casa del semplice meccanico nero con tre figli, ai quali nonostante sia solo un semplice meccanico nero ha potuto e potrà pagare una costosa istruzione universitaria, oltre a non avere nessunissimo problema con l'assicurazione per la terapia sperimentale per il cancro?
28/01/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Sarebbe bastata poco più di un'ora e mezza —mio calcolo: un'ora e quarantacinque minuti esatti, a volerla tirare leggermente per le lunghe— al neozelandese Andrew Dominik per raggiungere quello che ha raggiunto con due ore e quaranta minuti. L'assassinio di Jesse James, adattato dallo stesso regista dal romanzo omonimo di Ron Hansen, potrebbe esser pensato narrativamente come una graphic novel già dall'uso del voice-over. E racconta qualcosa di molto diretto negli intenti, in realtà: l'inesorabile mitizzazione del bandito nell'immaginario americano.Il perno centrale del film è (dovrebbe essere) il gesto dell'uccisione, la sua nascita e le conseguenze che se ne traggono. Abbiamo così un giovanotto qualunque, Robert Ford (Casey Affleck), nel quale nasce deformata dal mito stesso l'ossessione di farsi egli stesso bandito, di avvicinarsi all'eroe figura stampata nei racconti illustrati d'infanzia. Ford ha maniacalmente costruito un piano di piccola grandezza —sebbene timido ed incerto—, ha instaurato un rapporto di ammirazione, quasi affettivo; ma anche già di rancore, perché come il bandito Jesse James (Brad Pitt, anche produttore) lui non potrà mai diventarlo. La sua tragedia, come in ogni buona tragedia, è già segnata.
Questo il quadro di fondo, sul quale la narrazione deve preparare il tradimento. Dominik sceglie di raccontare tutta la storia come evidentemente era nel libro, dimenticando forse (il produttore Pitt deve averlo aiutato a dimenticare) che il vero protagonista del suo film sarebbe per l'appunto Ford, e non Jesse James. Quindi segue tutti i passaggi fra i membri della gang di James, nei quali sono svariate le scene in cui Ford (e spesso anche James) non c'è proprio. Una scelta che genera parecchie scene inutili, facilmente sostituibili da ellissi. Al racconto, dunque, manca economicità.
Stilisticamente, le cose belle non mancano. Aiutato della splendida fotografia di Roger Deakins, densa di tonalità rosse e di contrasti, Dominik sfiora costantemente l'elegia, efficace anche negli interni. Anche qui però sembra perdere il focus della pellicola, allungando i tempi come se dovesse scoprire chissà cosa negli interpreti, anche i più secondari (ad esempio sul personaggio di Ed Miller, interpretato da Garret Dillahunt, la cui uccisione viene mostrata in flashback anche quando poteva essere resa semplicemente con l'analessi verbale del racconto di James) e non solo per quanto riguarda giustamente il confronto centrale.
Dall'uccisione di Jesse James in poi, però, il film combina solo cose buone. Perché torna a delineare quel quadro più ampio oltre il fievole abbozzo di psicologia che a tratti emerge nel resto del film, senza essere però granché approfondito, riprendendo il filo del bandito come rappresentazione, come "intimità culturale" della nazione americana. Poco interessa infatti, e nei fatti, di com'era Jesse James in questo film: interessa semmai come, dalle storie che leggeva Ford da piccolo fino alle fotografie del suo cadavere, è stato impresso nel pubblico. Da qui nascono sia il gesto di Ford che quanto ne segue. La sua stessa morte avviene davanti al ritratto di un cavallo, nel quale oltre a sé stesso si riflette l'immagine di colui che lo ucciderà. La riproposizione di questo atto, fedelmente riprodotto stavolta su un palcoscenico, genera una crisi di rigetto: la gente non è pronta ad accettare il traditore che ha assicurato il bandito alla "giustizia", perché da sempre per lei il bandito è l'eroe.
Perfetta la conclusione, anche perché specularmente opposta all'incipit —incluso il voice-over che al di là di queste due circostanze non è sempre usato nel migliore dei modi— che riassumeva la figura di James, bandito che circolava tranquillamente in città travestito da rispettabile uomo d'affari. Un uomo comune, un uomo del popolo. Peccato che il film si sia scordato della meta per buona parte della sua durata. Un soggetto come questo si prestava ad una riduzione; Dominik ha provato a farci un lungo ed arioso poema attorno ma non gli è riuscito.
27/01/2008 | di Alberto Di Felice
* Fallimento totale questa simil-biografia dell'autodistruzione libertina impersonificata nella Londra di Carlo II. Esteticamente, di base, ci siamo: abbiamo costumi, scenografie e fotografia che ci fanno capire subito che il mondo in cui sguazza questo conte di Rochester è sporco, porcino, sozzo. Ma non si sa come farci girare una qualche visione coerente attorno, a parte la cinepresa a mano, perché il testo che vomita parole nasce e resta episodico senza che dell'episodicità e sregolatezza venga fatta virtù. Sorge il sospetto che l'effetto sia voluto, ma resta il fatto che non dice nulla.Tanto che Johnny Depp, che alla follia è avvezzo, deve far scena da solo, come forse dev'essere, si riduce a far tutto e il contrario di tutto. Il suo personaggio qui rimane senza naso, come a dire che chi vedeva inquietantemente Michael Jackson nel suo smunto Willy Wonka aveva stramaledettamente ragione. Impavido con sprezzo del ridicolo, che c'è.
Il libertino dovremmo vederlo da una fugace toccata alla parte più privata della consorte, in carrozza, da una puttana di cui è cliente abituale, da un po' di vino. Poi c'è la traccia che sfuma totalmente nel nulla dell'attrice Elizabeth Barry (Samantha Morton), che servirà bene a farci sapere che Carlo II (John Malkovich) ha permesso per la prima volta che i ruoli da donna fossero di attrici, ma qui finisce. E dobbiamo sorbirci la sua inutile evoluzione da cane d'attrice a grande stella della Restaurazione.
Queste cose nella vita di John Wilmot sono successe davvero, certo, ma non mi sembra grande operazione prendere la vita insensata di qualcuno e farcela rivedere. A meno che non lo si faccia come van Sant. O forse conviene prenderla alla leggera e vendere buoni sberleffi come Lasse Hallström. Da salvare la moglie di Rosamund Pike. Oltre al solito Malkovich, va da sé.
27/01/2008 | di Alberto Di Felice
**** Schiaccianti tegole appiattiscono il panorama, delimitano il cielo, e perseguitano la povera Songlian (Gong Li). Donna istruita, ed appunto per questo dalla solenne disgrazia, ha accettato il suo destino: sarà una concubina. Ogni donna lo è. Una simmetria le incornicia il volto mentre testimonia la sua affermazione e già la sua resa fiera alla madre, fuori campo come per tutto il film sarà fuori campo, anche quando visibile, il Padrone.Non c'è infatti bisogno di vederli in faccia, loro che sono effettivamente dei fantasmi, persone che non esistono in sé ma come funzioni rimandanti ai secoli. Loro sono tutt'uno con gli ambienti, la loro forma è una cornice. Il volto che dobbiamo vedere da vicino è solo quello di Songlian, e quelli delle altre concubine, comandato ad alzare una lanterna che lo metta in luce. Inevitabilmente, essendo questa una tragedia, alla fine lei stessa diventerà un fantasma, una donna costretta alla pazzia: non le è rimasto che un teatro che simula una dignità, l'attesa della decisione del Padrone su chi sarà la sua concubina per la notte.
Nella perfetta ciclicità cui si è arresa, le forme del passato incanalano da sé la vicenda. Si passa un cortile all'altro, dalla porta di una Signora all'altra. Zhang Yimou restituisce e plasma la materia espressiva di strutture architettoniche che da sole, spoglie, danno corpo all'armoniosa e aspra forza costrittiva delle strutture sociali. La stessa che luci e colori addobbano e ripristinano diffusamente di continuo, cui danno la parvenza della possibilità, del potere, per ribadire in realtà il loro stesso ascendente.
Alla rovina da qui non si può scappare, perché le regole danno a Songlian solo l'illusione di poter ingannare sé stessa. Di fatti agisce per poterle curvare a proprio favore, non si ribella, le accetta sin da subito, dalla sua stessa decisione di sposarsi con quell'uomo ricco. Ma al minimo errore, ecco i fantasmi e la tragedia.
27/01/2008 | di Alberto Di Felice
** [6+] Tutto molto carino nel film di Zach Helm. Ma tutto anche con non troppo eccelso senso del ritmo e con ideuzze riciclate a destra e a manca. Per intenderci, la battuta centrale del pazzo protagonista magico, Mr. Magorium (Dustin Hoffman) appunto, quella sui panini e sugli hot dog, è ripresa così com'era dal remake de Il padre della sposa con Steve Martin. Ma forse chiedere l'originalità sarebbe troppo.La cosa buona del film, o almeno la principale, è offerta dal lavoro di Thérèse DePrez, Brandt Gordon e Clive Thomasson, che creano un set la cui poesia è quella del giocattolo vecchio stile, quello che si prende in mano (in questo caso, magicamente prende vita) e porta a scoprire nuovi mondi, opposta al mondo moderno in cui i nuovi mondi sono digitali. Si era visto qualcosa del genere, anche se con meno sfarzo, in Zathura. In una certa misura l'intento di fondere le belle scenografie con le storie umane che contengono (la bottega "somatizza" quello che succede) è riuscito, con almeno un momento molto bello: il dolly ed il totale che mostrano la bottega risvegliata dalla magia di Mollie (Natalie Portman).
La sempre carina Portman e il pazzoide (ultimamente se li va proprio a cercare certi ruoli) Hoffman funzionano teneramente assieme, anche perché è quasi impossibile che le rispettive qualità (carineria e pazzia) non creino momenti, per quanto lontani dal sublime, piacevoli. In qualche circostanza (apice il loro dialogo finale) addirittura toccanti. Hoffman ci crede davvero, e volendo viene da commuoversi per un attore come lui, ormai di una certa età, che non trova una parte di rilievo da tempo. O forse viene invece da commuoversi nel vedere come, comunque, si sia convertito in pianta semi-stabile alla fantasticamente ironica rilettura del suo estro che ha inaugurato con (il sottovalutato) Hook di Spielberg.
C'è dunque di che gioire nelle piccolezze di questo film. Principalmente perché, nonostante la chiara programmaticità del tutto, i due principali attori ci mettono quel tocco umano, aiutati da una regia che in questo si dimostra sveglia, che vende lo zucchero filato col sorriso in volto. Anche se la Portman si vede che il piano non lo sa suonare, e anche come direttrice di un'orchestra di giocattoli fa quasi pietà. E a soffermarsi sulla sentimentalità di questo film viene da tornare un po' romanticamente alle origini magiche, ai trucchi scenici del primo cinema.
25/01/2008 | di Alberto Di Felice
È partito da qualche settimana un nuovo progetto che mi coinvolge. Anche se non è esattamente una cosa nuova, essendo naturale evoluzione di Tv-Zone, con cui chi frequenta questo blog dovrebbe già essere familiare. Dato il buon successo della sezione cinema, gli amministratori (rivolgo un grazie pubblico al mio amico Giuseppe Falconi) hanno ben pensato fosse tempo per creare uno spin-off totalmente dedicato. Neanche a dirlo, il nuovo portale si chiama Cine Zone-- Così ora io e i miei due stimatissimi colleghi Emanuele Rauco e Pietro Signorelli abbiamo più spazio per le nostre recensioni, che stanno crescendo vorticosamente di numero. Data la conquistata autonomia, in futuro sarà possibile spingerci anche oltre. Del nuovo sito sono, oltre che redattore, content manager. Il che significa che ho anche incombenze non dettate esclusivamente dalla scrittura, come sistemare tutte le vecchie schede alla luce della nuova impaginazione-- Il lavoro è iniziato, ma richiederà ancora un po' di tempo: il sito è appena nato ed è ancora un po' un cantiere.
Il primo cambiamento sostanziale è che ora potrete leggere più recensioni per singolo film. L'intento è quello di creare col tempo uno spazio di discussione fra i redattori, tenendo comunque presenti le problematiche legate alla tempistica della scrittura per il singolo autore. Uno dei problemi che per me si presentano, in relazione almeno ai film di nuova uscita, è quello del rapporto con questo blog: trovate già inserite su Cine Zone alcune delle recensioni presenti qui, ma per il futuro non ho ancora deciso come gestirò la cosa, dato che ora posso pubblicare sul portale anche quando è già presente la recensione di un mio collega. Nel frattempo, potete trovare le mie recensioni di Io sono leggenda, American Gangster, Il club di Jane Austen e Into the Wild.
Probabilmente creerò nel blog un'altra lista comprendente i link ai miei articoli su Cine Zone. Farò così perché mi piace l'idea di usare questo blog per le re-visioni, ossia per ampliare l'analisi che per forza di cose ad una prima e unica visione può esser solo parziale e per certi versi anche fallata. In genere ricavo sempre molto rivedendo un film, specie se il film è bello. Questo anche perché, citando il mio Robin Wood, quando parlo di un film parlo di com'è quel film per me, in quel momento. Grazie al cielo sono ancora giovane, negli ultimi anni ho imparato tanto e tanto imparerò (spero) in futuro, ma soprattutto è la mia sensibilità, che per l'analisi è forse la cosa più importante, ad esser maturata da molti punti di vista. Non sostengo di aver la verità in pugno, dunque (beh, ammetto che qualche volta mi è scappato--), al di là delle discussioni che qui e altrove posso aver avuto: scopo dell'analisi (ma anche quello di un semplice commento) dovrebbe essere appunto quello di aprirsi alla discussione. Il problema della discussione è che bisogna dapprima intendersi su che cosa si sta discutendo (sempre del cinema nella sua specificità: di questo ogni tanto ci si scorda), e poi mantenere un tono pacato. Sul secondo aspetto sto ancora lavorando.
Il primo cambiamento sostanziale è che ora potrete leggere più recensioni per singolo film. L'intento è quello di creare col tempo uno spazio di discussione fra i redattori, tenendo comunque presenti le problematiche legate alla tempistica della scrittura per il singolo autore. Uno dei problemi che per me si presentano, in relazione almeno ai film di nuova uscita, è quello del rapporto con questo blog: trovate già inserite su Cine Zone alcune delle recensioni presenti qui, ma per il futuro non ho ancora deciso come gestirò la cosa, dato che ora posso pubblicare sul portale anche quando è già presente la recensione di un mio collega. Nel frattempo, potete trovare le mie recensioni di Io sono leggenda, American Gangster, Il club di Jane Austen e Into the Wild.
Probabilmente creerò nel blog un'altra lista comprendente i link ai miei articoli su Cine Zone. Farò così perché mi piace l'idea di usare questo blog per le re-visioni, ossia per ampliare l'analisi che per forza di cose ad una prima e unica visione può esser solo parziale e per certi versi anche fallata. In genere ricavo sempre molto rivedendo un film, specie se il film è bello. Questo anche perché, citando il mio Robin Wood, quando parlo di un film parlo di com'è quel film per me, in quel momento. Grazie al cielo sono ancora giovane, negli ultimi anni ho imparato tanto e tanto imparerò (spero) in futuro, ma soprattutto è la mia sensibilità, che per l'analisi è forse la cosa più importante, ad esser maturata da molti punti di vista. Non sostengo di aver la verità in pugno, dunque (beh, ammetto che qualche volta mi è scappato--), al di là delle discussioni che qui e altrove posso aver avuto: scopo dell'analisi (ma anche quello di un semplice commento) dovrebbe essere appunto quello di aprirsi alla discussione. Il problema della discussione è che bisogna dapprima intendersi su che cosa si sta discutendo (sempre del cinema nella sua specificità: di questo ogni tanto ci si scorda), e poi mantenere un tono pacato. Sul secondo aspetto sto ancora lavorando.
25/01/2008 | di Alberto Di Felice
**½ Ci sono molte cose pregevoli nell'ultimo film di Ang Lee. La prima è che, come è sempre stato nella sua filmografia, questo è un film di e per i personaggi, con un intreccio ed un'attenzione scenica che, come suol dirsi, li scava. Nella lotta fra spazi e tempi, Lee è abile —seppur non sempre perfetto— nel gestirli entrambi, delineando quelle geometrie che servono appunto a conveire le psicologie.C'è per cominciare la bellissima scena iniziale, la partita a majiang che suggerisce già che sarà una storia (più banalmente, un gioco: ma il pregio della scena non è blandamente figurativo quanto di stabilire sommariamente fra chi e su cosa sia il gioco) di "puttane", e di puttanieri —vedasi l'occhiata furtiva di un'amica della signora Yee (Joan Chen) al signor Yee (Tony Leung), mentre si parla con qualche nascosto imbarazzo di pietre preziose: non sappiamo ancora della vera pietra dello scandalo. Il sesso diventa di fatto il vero motore del film, più o meno a un'ora dalla conclusione, il vero meccanismo a due di quel gioco, che attraverso la penetrazione carnale simula quella della mente, e del cuore. Lee, al di là delle varie pose plastiche, sudate, giustappunto passionali, finisce sempre per tornare sui volti degli interpreti, con ampio uso del primo piano (anche quando e su chi non serve, come negli scambi fra compagni per la liberazione), e soprattutto della protagonista femminile, Wong (la bellissima e bravissima debuttante Wei Tang), la cui ottica d'altronde è quella adottata, ingarbugliata nella tela, arrabbiata e persa. Finiranno, come è stato durante il gioco, per riflettersi (sé stessi, non l'uno nell'altra) in specchi e vetrine, puniti entrambi.
Proprio di uno specchiarsi si nutre diegeticamente il film, partendo dopo il prologo con un flashback lungo anni, che tecnicamente sarebbe una classica mise en abîme della protagonista, il momento riflessivo che fa scattare un cambiamento precedente all'azione quando vedrà al dito la famosa pietra, ma, nonostante il mantenimento della focalizzazione (fra la zero e l'interna) che non viene mai meno, viene dilatato per raccontare un po' più ampiamente fatti e antefatti, cercando di allargare il discorso verso vicoli storici e politici. Qualsiasi altro possibile motivo, solo accennato, passa comunque esclusivamente attraverso la vicenda personale, rimanendo del tutto fuori campo.
Forse ci si poteva spingere più in là, in questa che a livello di scarna trama altro non è che la solita storiella della vittima che si invaghisce del carnefice. Lee confeziona tuttavia un mélo pastoso, con la pecca di essere più lungo del dovuto (alcune cose superflue, come la traccia amorosa in fumo anni addietro con l'altro puttaniere, stavolta compagno combattente), ma saggio nella gestione narrativa soprattutto dal punto di vista spaziale e del controllo sugli attori.















