30/04/2008 | di Alberto Di Felice
*½ [5] Un modo pregevole per trasporre un testo letterario incentrato sulla memoria in testo filmico, e un modo men che pedestre di farlo. Prendiamo come esempio della prima opzione il recente Espiazione: sceneggiatura prima e regia poi frantumano il racconto, da un punto di vista temporale e prospettico, per rivelarne in abisso la rilevanza per i personaggi (vivi o morti che siano) che vengono narrati, e soprattutto per imbastire un discorso con lo spettatore. Qual è il senso del ricordo per i personaggi? Quale per noi? Quanto ci si può fidare di esso? Chi sta narrando? In altre parole, il romanzo viene reso problematico per il pubblico meditando sulla prospettiva del racconto filmico stesso, al quale viene negata la confidenza tipica della narrazione, ossia la credenza nella sua certezza.Prendiamo ora a esempio della seconda opzione questo Evening di Lajos Koltai. È un film che ha essenziali tratti in comune con quello di Wright, a partire da una certa levigatezza formale (Koltai nasce direttore della fotografia: osservate come a un certo punto i raggi del sole colpiscono bellamente Claire Danes assorta su una barchetta). A segnalarlo ci sarebbe anche il fatto esterno che i lungometraggi d'esordio di ambedue i registi, subito precedenti, erano anch'essi degli adattamenti di romanzi. Ma, ancora, la stessa "protagonista" interpretata in entrambi da Vanessa Redgrave è un segnale nient'affatto secondario. I due personaggi, nonché il diverso peso specifico e di minutaggio che ha l'attrice, sono una misura abbastanza fedele del metodo e delle conclusioni delle pellicole.
In Evening seguiamo la progressione parallela in cui è impegnata Ann Grant, che da vecchia (Redgrave) sta morendo e da giovane (Claire Danes) vive i giorni che hanno segnato per sempre la sua vita durante le celebrazioni per il matrimonio dell'amica Lila (Mamie Gummer). La vicenda di Ann da giovane è narrata in una serie di falsi flashback a incastro, nei quali non è tanto Ann a ricordare direttamente, quanto il narratore a spiegarci i retroscena dei pensieri (e delle visioni e passeggiate notturne in cerca di lucciole/stelle) della donna in punto di morte. Ora, questo tipo di costruzione si spera essere motivato da un qualche intento specifico; nel più banale dei casi, dovrebbe almeno produrre una "rivelazione" (o delle rivelazioni) nella trama, se non un vero e proprio twist, un qualcosa di determinante da relazionare al tempo presente della storia.
La cosa non sembra verificarsi in Evening. D'accordo: ci viene fatto vedere l'Harris (Patrick Wilson) che nomina Ann; viene descritto alla buona il rapporto fra Ann, Lila ed il di lei fratello Buddy (Hugh Dancy, con rozzo motivetto gay); ci viene fatto vedere l'avvenimento funesto che cambia bruscamente quel vecchio equilibrio apparente. Per dirla in breve, adesso sappiamo come sono andate le cose. Però non c'è una riflessione attorno, noi e la protagonista non stiamo elaborando nulla: non viene spiegato nulla se non quei fatti in sé.
Tant'è che alla fine arriva una munifica Meryl Streep (Lila da vecchia), che sbugiarda tutta la baracca. L'Ann anziana è assistita dalle due figlie, Constance (Natasha Richardson) e Nina (Toni Collette): la prima è moglie e madre attenta, mentre la seconda è confusa e non vuol fare la scelta giusta accettando il suo destino di madre (si confessa incinta di due mesi) e moglie dell'eterno fidanzato Luc (Ebon Moss-Bachrach). Ecco allora che la Streep esce dalla camera della Redgrave dopo esserlesi sdraiata accanto a ricordare i vecchi tempi, scende le scale e si ritrova davanti la Collette, che giustamente le chiede di aiutarla a capirci qualcosa. E la Streep non può tirarsi indietro, rivelando che dopo tutto questo viluppo lo scopo del film era quello di dire alla figlia—nientemeno!—che la mamma non ha sbagliato nulla in vita sua, e che in virtù di ciò la figlia non sbaglierà nel prendere finalmente quella decisione che è esitante a prendere. Accasciante.
pubblicata su Cine Zone
29/04/2008 | di Alberto Di Felice
**½ [7] C'è del polso nel film di Justin Chadwick, adattato dal romanzo di Philippa Gregory dal Peter Morgan già autore de L'ultimo re di Scozia e del The Queen di Frears. Liquidato fegatosamente da buona parte della stampa anglo-americana come un drammone con storiella pruriginosa da soap opera televisiva—dal romanzo era d'altronde stata precedentemente tratta una fiction per la BBC; per di più, Chadwick viene proprio dalla televisione—, ricostruisce i gineprai della corte inglese del sedicesimo secolo, punto storico nodale per le sorti del paese, fronteggiandoli liberamente entro una struttura di scontri a più livelli, e attraverso di essa componendo un affresco—critico anziché storico—alquanto tempestoso.Riassuntivo di tutti questi livelli è quello banalmente definibile come scontro di caratteri fra le due sorelle della famiglia Bolena, la maggiore e meglio nota alle cronache Anna (Natalie Portman) e la minore e più bella Mary (Scarlett Johansson). Fra le due fanno capolino stati d'umore complessi, divisi fra l'attaccamento e la fedeltà l'una all'altra, e di riflesso alla famiglia, e un istinto di ripugnanza e ribellione soprattutto da parte dell'impaziente Anna. Il rapporto fra di loro è naturalmente il nucleo del film, e viene profilato soprattutto per deduzione, a rilevare dunque la loro soverchiante affinità, narrando per ellissi le imposizioni che gravano su entrambe piuttosto che facendo ricorso a introspezioni psicologiche.
È soprattutto nella figura di Anna, nonostante il titolo che farebbe intuire una predilezione per Mary, e nonostante ci sia comunque un sostanziale equilibrio fra le due protagoniste, che viene riflesso l'afoso disdoro verso la sordida morale maschile che guida sia le scelte di convenienza della famiglia Bolena, sia l'affannosa ricerca di un erede maschio—e della propria alterigia virile di Stato—di re Enrivo VIII (Eric Bana). Difatti la sequenza conclusiva del film ci mostra, in successione in una serie di dissolvenze incrociate, i tre uomini il cui dominio è stato l'unica vera macchina della vicenda—il padre interpretato da Mark Rylance, lo zio macchinatore duca di Norfolk di David Morrissey, e il Re—come a metterli fra parentesi con le didascalie che li condannano inesorabilmente.
Le ultimissime immagini in coda alla sequenza mostrano invece la piccola Elisabetta, figlia di Anna, sottolineando beffardamente che l'erede forte del quale il Re era alla ricerca in effetti ci sarà, ma in una donna. E qui, se in molti hanno pigramente visto solo un furbetto ammiccamento ai due Elizabeth di Kapur, la pellicola si dichiara apertamente ed orgogliosamente femminista. Si potrà notare a tal proposito la felice scelta delle belle interpreti (che tuttavia non mancheranno di generare commenti negativi ed antipatie, come è sempre stato), delle quali possiamo ricordare due film, molto diversi eppure in vario grado di parentela "rivoluzionaria" con questo, come V per vendetta per la Portman e La ragazza con l'orecchino di perla per la Johansson. Senza dimenticare, per quest'ultima, la sua partecipazione al velenoso trittico inglese di Allen.
pubblicata su Cine Zone
28/04/2008 | di Alberto Di Felice
*** [8=] Jimmy 'Dodge' Connelly (George Clooney) e altri membri della squadra dei Duluth Bulldogs siedono cosparsi di fango in panchina, in pausa dalla trincea della partita. Dissolvenza incrociata: nella stessa posizione, siede sugli spalti un gruppo di militari che si godono l'incontro. Ecco, il film di Clooney sarebbe tutto qui: il regista/attore—che qualcuno pensa come attore sia bravo solo a far smorfie, e come regista sia quasi una barzelletta inventata dal poco spiritoso Soderbergh—se ne sta al margine destro del quadro, il più piccolo fra i seduti in fila (anche se c'è buona probabilità che chiunque, come me, stesse concentrandosi proprio su di lui: d'altronde fa smorfie anche quando è seduto in lontananza e sta fermo immobile), e quando meno te lo aspetti salta fuori la nota intellettuale.Le sequenze d'apertura ci mostrano in successione i due football americani, quello "professionistico" e quello universitario. A separarli c'è una placida vacca che se ne sta tranquilla a pascolare, quando una palla ovale attraversa il campo, prima di esser seguita da una mandria di giocatori che si azzuffano per rincorrerla. Cosa diamine ci fanno lì, e perché c'è proprio una vacca? Semplice: nei bei tempi d'oro non c'erano regolamenti che richiedessero regolamentari campi d'allenamento, e capitava che vacche e giocatori fossero sullo stesso terreno. Che siano forse tutti inconsciamente pronti al macello, in attesa di esser sacrificati a favore le une della grande industria del cibo veloce e gli altri della schizofrenia mediatica, e tutti assieme della catena alimentare del biglietto verde? «Questo spettacolo vi è offerto da Coca-Cola e Standard Oil».
Giustappunto una palla ovale significherà l'apparizione delle "regole" nel gioco dove omaccioni di umile estrazione con poche speranze e brillanti studentelli universitari—da una parte e dall'altra qualche eroe (o presunto tale) di guerra—si scazzottano in divisa. Clooney ha qualche dubbio sull'utilità di regole siffatte, ma soprattutto su chi le stabilisce, le segue (le piega a suo favore) e le applica dicendo di farlo per il bene del gioco. Come ha notato Peter Travers, questo film potrebbe essere sottotitolato “Si uccidono solo le cose che si amano”. E dopo averlo fatto si va in un bar-bisca a proibizionisticamente ubriacarsi, per non pensarci troppo.
Leatherheads (teste di cuoio, o soldatini in battaglia per dirla in altri termini), che lo si voglia o no, terzo film "impegnato" di Clooney, è sempre in zona di media-e-politica e responsabilità del mezzo. Stavolta ecco Clooney stesso, che un po' contraddittoriamente si inventa dettatore di effervescenti cronache sportive ad un giornalista ubriacone (Stephen Root): imbroglia un po' nel come, contravviene alle regole, però è oggettivo e appassionato. Tanto il tempo dei giornalisti maschi e ubriaconi (almeno nel film) sta per finire: ci penserà Lexie Littleton (Renée Zellweger) a farsi spifferare la verità, barando col fascino delle gambe. Salta in sella, George, e ricordati di aggrapparti alla bella altrimenti cadi. Le foto sui titoli di testa, comunque, ci ricordano che il film sta finendo, e intanto la sua storia continuerà, meno splendidamente: un assegno versato («Confesserò tutto»? Non proprio), un passaggio di carriera (Jonathan Pryce invece mantiene la promessa e si dà al baseball). Buona partita, insomma, e buona fortuna.
pubblicata su Cine Zone
25/04/2008 | di Alberto Di Felice
"Qualcosa è cambiato" è una catalogazione degli ingredienti del film di successo: la sequenza in cui la segretaria del mercante d'arte si presenta a casa del pittore con una serie di cartellini annotati con le cose che gli deve dire è paradigmatica; come se il film fosse stato confezionato analogamente - con una scaletta di punti "necessari" desunti dall'analisi delle migliori commedie della storia del cinema. Abbecedario: spaziando dalle quattro mura domestiche alla cena delle gaffes, dal road-movie in decapottabile alla passeggiata in camicia da notte sotto i lampioni; giocando sul triangolo e sulla gelosia; animando il plastico plasticoso con cagnolini dai comportamenti umani, bambini poveri e malati, gay allontanati dalla famiglia, mamme-mammone che la sanno lunga, colf ispaniche lacrimevoli, segretarie timide e impacciate e affezionate, baristi occasionali confidenti, camerieri ammiccanti, dottori buoni ecc. Troppo. Come i puzzle che riproducono quadri celebri - una copia in cartone di qualcosa di poetico, kitsch senza speranza. Un frullato tutti-gusti buono per tutti, non necessariamente buono... attrazione-repulsione; come il personaggio di Nicholson: le cui manie e fobie sono la summa delle piccole manie e fobie di tutti - ognuno in sala, senza esclusione, si riconosce in almeno una di esse... anormalità normalizzata, "il matto che c'è in te".
—Luca Imeri su Expanded Cinemah

Mr. Udall Goes to the Restaurant

«E se questo fosse il massimo?»
Tre sere fa, in uno dei soliti e subitanei cambiamenti alla programmazione, in televisione hanno ridato Qualcosa è cambiato. In qualsiasi attività fossi impegnato, a causa di una insopprimibile attrazione verso questo film non ho potuto continuare: mi son dovuto sedere e l’ho rivisto. Esattamente come si trattasse di un L’appartamento, di un Sabrina o di un Accadde una notte. Eppure James L. Brooks non è di certo Billy Wilder o Frank Capra. Capita però, per scherzi dell’età (quando il film è uscito io avevo “appena” 14 anni, ed ero in pieno periodo di boom da videonoleggio), che io abbia visto il suo Qualcosa è cambiato notevolmente più volte di quante volte non abbia visto L’appartamento—è mia stima, sempre per uno scherzo spiegabile anagraficamente, che il film di Brooks sia quello che ho visto più spesso finora nella mia vita. Nel 1997 (o meglio nel ’98, quando è uscito in Italia) è probabile che io non avessi neppure sentito nominare i tre capolavori menzionati—fatta forse eccezione per Sabrina, più che altro perché sapevo che un film di Pollack del 1995, che avevo visto, ne era un remake. Riecco ora Qualcosa è cambiato dieci anni dopo, dopo all’incirca quattro anni che non lo vedevo durante i quali la mia cultura cinefila si è grandemente allargata, e riesce ancora a farmi dimenticare tutto il resto e farmi sedere davanti alla tv. La cosa non può essere casualmente legata a uno sciocco sentimento affettivo: un tempo impazzivo per Insonnia d’amore, per intenderci, e rivedendolo adesso capisco perfettamente che impazzivo senza motivo.
L’estratto di recensione che ho riportato mi sembra un perfetto esempio (il pezzo di Imeri, persona della quale non so nulla né ho mai letto altro, è un buon esemplare di scrittura) dei (facili) modi in cui si potrebbe stecchire il film di Brooks. In buona sostanza, secondo la recensione, Qualcosa è cambiato altro non è che un furbo collage di sceneggiatura «desunt[o] dall’analisi delle migliori commedie della storia del cinema». Il mio più risalente nume tutelare, Roger Ebert, si lamenta quasi allo stesso modo:
Diventa chiaro che Melvin viene destinato dagli autori a diventare un uomo migliore: prima accetta i cani, poi i bambini, poi le donne, e infine anche il suo vicino gay. Ma Brooks ed Andrus, avendo abbozzato questa convenzionale progressione, le scrivono contro, usando ricca ironia di modo che le singole scene sembrino fresche anche se il progresso generale segue vecchie usanze.
Per Ebert questo sarebbe una sorta di difetto, ma questo tipo di lamentela fatica non poco—quasi sempre, a dire il vero—a suonar valida. In Accadde una notte non si capisce forse da lontano un miglio che Clark Gable e Claudette Colbert finiranno assieme nonostante all’inizio si odino a morte? Non è tutto il film una serie di episodi “scritti contro”, atti a creare avvicinamenti ed ostacoli sulla via del finale che gli autori hanno preparato prima di tutto il resto? La risposta è chiaramente affermativa, e basterebbe da sola a inquadrare giustamente il film di Brooks nel genere ben preciso—e intramontabile—della commedia sofisticata, quello dove l’uomo e la donna sono destinati ad unirsi dopo le schermaglie, del quale è a mio avviso una delle più brillanti riletture prodotte negli anni ’90—e nei primi anni del nuovo secolo. Mi viene da domandarmi, come fa—riprendendo il titolo originale As Good As It Gets—Melvin Udall (Jack Nicholson) in un momento di epifania nella sala d’aspetto dello studio del suo psichiatra, se questo non sia il massimo che si può chiedere: se certe usanze andavano bene per Capra, perché non andrebbero più bene per Brooks? Il discrimine, credo, sarebbe facilmente rintracciabile nella “sincerità” delle intenzioni; e chi parla di “catalogazione”, “copia” e “confezionamento”, intuisco, pensa che questo film sia furbo. È un’accusa magari comprensibile, rivolta ad uno che di certo ha fiuto come Brooks; tuttavia, più che alla “furbizia”, alla malafede e alla “fastidiosità”, difficili da provare e in parte rintracciabili nella malizia stessa (o nei gusti) di chi ce li vede, è preferibile guardare a quanto si può ricavare dal discorso prodotto dalle scelte operate entro quell’insieme complesso che è il film stesso, specie dalle più sottili, a volte anche dalle scelte superficialmente liquidabili in un elenco come “furbe”, o finanche totalmente involontarie. Proverò a sottolinearne alcuni aspetti nei paragrafi che seguono.
Prima, però, mi piacerebbe spendere brevemente due parole sull’accusa di “anormalità normalizzata” del personaggio fobico di Nicholson. Val la pena di affrontarla immediatamente, perché si è soliti lamentarsi, non senza ragioni, dell’abitudine—ultimamente fattasi regola quasi ipertrofica—di infarcire le commedie—specie quelle appartenenti al circuito americano indipendente—di personaggi strambi, con le fissazioni più disparate, in modo da dare al pubblico il facile zuccherino di potercisi riconoscere. L’obiezione rischia di diventare alquanto sterile, se si riduce a censurare come “furba” ogni stranezza. Nel film di Brooks, come spero di dimostrare, l’intera opera non sarebbe pensabile nella sua struttura e nel suo tono complessivo se Nicholson non fosse un compulsivo ossessivo che non sopporta le crepe sui marciapiedi e i bordi delle mattonelle. Se la struttura e il tono non piacciono, o infastidiscono, è un altro conto. Questa particolare mania di Nicholson costituisce parte integrante dell’universo del film, non solo contenutistica ma estetica. Se il protagonista fosse solo un normale scorbutico scrittore sessantenne, questo film, semplicemente, non esisterebbe. Sarebbe come se, in È arrivata la felicità, Longfellow Deeds non venisse accusato di esser pazzo e non trovasse al processo il giudice che riempie le O e lo psichiatra che fa scarabocchi; come se in Arsenico e vecchi merletti non ci fossero due vecchiette matte che ammazzano incauti avventori solitari e contagiano quasi chiunque capiti loro a tiro, nipote compreso; come se in Harvey Elwood Dowd non vedesse un coniglio alto almeno un metro e ottanta, e dopo un po’ non cominciassero a credere di vederlo anche altri (e quindi anche noi). Se lo spettatore medio si può ritrovare nelle sue stranezze, è per quel gioco che lo schermo intraprende col pubblico, facendolo immedesimare e, manifestando al contempo un certo distacco, facendolo riflettere sul suo stesso rapporto con la realtà.

Crepe e mattonelle
Va necessariamente registrato, all’interno del genere cui appartiene la pellicola, il cambio di costume intercorso fra i modelli citati—e i molti altri che non ho citato—e il nostro tempo, che si riflette in primis nel diverso fondale sociale sul quale la storia dalla “convenzionale progressione” può svilupparsi. James L. Brooks ha esordito al cinema nel 1983 proprio con una pellicola, Voglia di tenerezza, che ha contribuito notevolmente—per fare un altro titolo, si prenda il precedente Gente comune di Redford—a spianar la strada a un rinnovato sopravvento del sentimento, che dopo i burrascosi fine di anni ’60 e anni ’70 ha come re-incapsulato l’America nel privato, mentre la commistione di generi in pellicole come Fuori orario di Scorsese, Tutto in una notte di Landis e Qualcosa di travolgente di Demme ne era il rovescio, rimanifestando il profondo malessere sottostante. Qualcosa è cambiato ha assorbito questi terremoti, ivi compresa l’anestetica prima metà dei ’90 segnati dal virus letale dell’AIDS—d’inciso, dato che ho citato Demme, si potrà ricordare il suo Philadelphia. A tal proposito non è un caso o un puro vezzo che sia presente il personaggio del vicino pittore gay Simon Bishop (Greg Kinnear), né il fatto che quest’ultimo ci venga raccontato oltre la macchietta nel suo dramma, e che cerchi per necessità di ricucire in qualche modo i suoi rapporti famigliari; né è casuale o puro vezzo che sia proprio lui a fare da veicolo, fornendo la “scusa” per l’on the road basata proprio su questa sua necessità, per l’avvicinamento della coppia etero.
La trama del film prevede semplicemente che un celebre scrittore di romanzi di pronto consumo femminile, senza passione per il suo pubblico, veda penetrata la sua dura scorza di burbero da una semplice cameriera; né più né meno come la trama di Sabrina prevedeva che un ricco industriale di una patriarcale multinazionale, senza passione per il suo lavoro, vedesse penetrata la sua dura scorza di affarista dalla semplice figlia di un autista. Ovviamente quello che ci interessa non è che fine faranno i due, bensì il percorso che compiono e ciò che attraverso di esso il film dice. Nel caso in specie, riesce nel coniugare nella migliore tradizione classica l’attenzione alla storia e ai personaggi ed un discorso più ampio che li ingloba nelle strutture nelle quali agiscono. Abbiamo, importantemente, il tipico motivo delle divisioni di classe, che si svolge fra il ricco Greenwich Village del complesso residenziale dove vive Melvin e del ristorante dove lavora Carol (Helen Hunt), e la Brooklyn dove quest’ultima vive con la mamma (Shirley Knight) e il figlio malato (Jesse James). Due mondi separati ed intercomunicanti. Di più, Melvin si offre come benefattore del piccolo pagandogli le cure mediche, e anche Simon (ex-ragazzotto di fuori Baltimora, separato da un corridoio dall’appartamento di Udall) è in grossi guai per le spese dell’ospedale, tanto che è a causa di tali guai che è costretto a mettersi in contatto coi genitori, che non sentiva da quando il padre l’aveva cacciato di casa. Altri mondi separati ed intercomunicanti. Certo, nel film tutto troverà una soluzione felice. Ma, ancora, in una commedia di questo tipo non bisogna prendere alla lettera il punto di trama, bensì capire quello che ci segnala. Qui ne esce fuori una vicenda dal tono sorprendentemente naturalista, sebbene chiuso nelle richiamate esigenze di genere (si prenda ad esempio il segnale dell’abbigliamento di Carol, e in particolare l’episodio della serata al ristorante, in cui lei viene fatta entrare e il ricco Melvin viene invece costretto a procurarsi giacca e cravatta), nella quale si delinea una società dissociata, segnata da difficoltà unitamente economiche ed affettive, che se possono infine trovare una piacevole soluzione nella finzione (l’amore per Melvin e Carol, la ritrovata ispirazione artistica e la fiducia nella vita per Simon), rimangono sempre contrappuntate dagli errori di percorso e da quell’ironia che pone la giusta distanza fra lo schermo e la vita reale.
Il finale del film è, da questo punto di vista, un piccolissimo capolavoro di metacinema e di coerenza interna. Melvin ha appena trovato il coraggio di correre fino a casa di Carol per dichiararsi con un bellissimo discorso: le spiega quanto si senta fortunato a vedere in lei la splendida persona che è, e si chiede come gli altri clienti del ristorante possano guardarla mentre li serve e non capirlo. Con questo discorso torniamo con la mente al momento in cui il film ci fa vedere per la prima volta i due assieme, che verrà citato anche letteralmente in questo finale. Nel momento in esame Melvin, come d’abituale nevrosi, è arrivato a piedi da casa sua fino al ristorante, evitando accuratamente ogni riga e ogni mattonella sul percorso, e dicendo nervosamente a ogni passante di non toccarlo. Non trova il suo tavolo, occupato da una coppia di ebrei cui ovviamente si rivolge in modo poco cortese; va così a presentare le sue rimostranze, piazzandosi al banco dove sono i camerieri, e succede che per uscire Carol sia costretta proprio a toccarlo, spostandolo: la cosa viene sottolineata con un fulmineo stacco sul particolare dei fianchi dell’uomo in quell’istante, cinti dalle mani di Carol. Quando Carol torna, Melvin non evita affatto di esser toccato di nuovo da lei, anzi cerca in ogni modo di ostacolarle l’ingresso per far sì che la cosa si ripeta. Di nuovo al finale, adesso. Melvin e Carol si sono baciati per la seconda volta, e riprendono a camminare. Melvin dovrebbe essere “guarito”, e quindi ogni problema—non solo suo—dovrebbe esser risolto; ma ecco che Carol cammina sulle mattonelle, mentre lui è ancora sul suo liscio marciapiede. Dopo pochissimo si accorgono che il forno sta aprendo, tornano indietro e fanno per entrare; Melvin (in richiamo alla scena precedente) deve però spostarsi per far uscire una ragazza, e gli capita di mettere un piede—uno solo, l’altro rimane sul marciapiede—sulle mattonelle; si guarda allora un po’ perplesso, per quanto sollevato perché sa di aver trovato l’amore, e solo dopo segue Carol ed entra nel panificio. L’ultima inquadratura del film, che segue il bacio, inizia dividendo subito il suo spazio in due metà: in alto il pavimento coi mattoncini, in basso l’inizio del marciapiede, dove si trovano i piedi di entrambi i protagonisti. Quando questi iniziano a camminare, la camera effettua una panoramica di poco obliqua verso l’alto, attardandosi un po’ rispetto al passo dei due, e iniziando contemporaneamente a zoomare indietro, creando un secondo quadro (di qui si muoverà solo con un leggerissimo carrello a destra) diviso in due stavolta da una linea verticale, costituita dalla parete-ingresso del panificio, che corre parallela al marciapiede. In questa conclusione felice, il film ha dunque inserito due contrappunti ironici che segnalano assieme a queste scelte di messa in scena un intervallo critico: il sogno sullo schermo e quanto possiamo ricavarne in termini reali rimangono divisi come è diviso il quadro, come il marciapiede e le mattonelle.

«Ti piacciono le storie tristi? Vuoi sentire la mia?»
Abbiamo detto del “triangolo” fra la coppia etero e il vicino gay, e della sua rilevanza nel leggere il film come re-inquadramento del genere nei tempi attuali, nonché come completamento del discorso sulle difficoltà economiche e le differenze di classe. In un’altra scena, l’ultima che analizzerò, il personaggio di Simon viene ad assumere un ruolo chiave particolare in quell’economia delle “divisioni”—diciamo anche delle crepe—che tocca il suo apice figurativo nel finale. Mi riferisco al dialogo in macchina, nel quale Simon racconta l’episodio in cui il padre lo scopre da bambino a dipingere la madre che posava nuda per lui, e poi anni dopo, prima della partenza per il college, quando gli dà dei soldi e lo caccia di casa. La narrazione di questo episodio è risolta perfettamente da Brooks, che la usa per concentrare l’attenzione sui due uditori Melvin e Carol attraverso le reazioni che la confessione di Simon suscita in loro.
Queste sono apparentemente opposte (Melvin è insofferente perché geloso e vorrebbe avere tutta l’attenzione di Carol per sé, e interrompe più volte; Carol è al contrario completamente concentrata ed assorbita), ma a ben guardare entrambi stanno riflettendosi in un qualche modo in Simon. Il punto è segnalato già nella sceneggiatura in relazione a Carol, la quale rivede in positivo la sua situazione rispetto alla vera tragedia vissuta da lui, ma è portato avanti esclusivamente tramite mezzi filmici per quanto riguarda Melvin—in questo, fra le altre cose, si vede la fine abilità di Brooks nel dirigere gli attori, e in particolare nel domare l’istrionesco Nicholson. Mentre Simon racconta del padre che lo picchia, e nella susseguente pausa in attesa dell’episodio del “gruzzolo sudaticcio” di banconote, si stacca per due volte sul suo primo piano: la prima volta lo vediamo alzare improvvisamente gli occhi, mascherati dagli occhiali da sole come lui stava mascherandosi nel sarcasmo, e poi li riabbassa a pensare; la seconda volta chiude gli occhi, porta la mano alla testa e alza gli occhiali coprendosi adesso gli occhi con la mano, quasi ad asciugarsi delle lacrime. Appare evidente che l’uomo si sente toccato, e non si impiega molto a capire perché: in una delle sue interruzioni aveva raccontato, con spirito di sfida, proprio del padre che lo picchiava con una bacchetta quando sbagliava a suonare il piano.
Il tono del film attraversa in questo dialogo i due estremi della farsa e del dramma puro, rivelando la prima come maschera del secondo, divisi e congiunti in una stretta successione di piani. Mentre il racconto di Simon raggiunge il suo apice, fa il suo ingresso in scena la musica extradiegetica, e nel contempo la camera si stringe sul suo primissimo piano, abbandonando la reazione di Melvin; solo a racconto concluso si stacca nuovamente su Carol, che commossa bacia Simon con la mano; qui torniamo in due stacchi diversi sul primissimo piano di Melvin, e lo vediamo chiaramente turbato dalla storia dell’uomo, più che dal fatto di non avere lui tutte le attenzioni di Carol. In pochissimo tempo il film ha disegnato con precisione geometrica il suo nucleo emotivo, facendo anche leva sul discreto aiuto delle musiche; e ora, dopo averlo fatto, torna a segnalare uno stacco critico facendo tornare Melvin nel suo vecchio stato cinico. A Carol che tenta di risollevare Simon dicendogli che tutti abbiamo delle storie difficili, Melvin risponde:
Non è vero. Alcuni di noi hanno grandi storie, bellissime storie ambientate su dei laghetti pieni di barche, di amici e di ciambelle alla marinara. Certo, nessuno in questa macchina. Ma per tanta gente, questa è la vita: divertimento e ciambelle alla marinara. La cosa che rende tutto difficile non è che per te sia andata male: ti fa più incazzare che per tanti altri sia andata bene.
Anche il bel momento che si era creato, in altre parole, viene prontamente confutato causticamente. E implicitamente, come ad anticipare la riflessione che alloggia nel finale, a dirci una verità ben poco rassicurante sul cinema stesso, il regno delle lacrime e delle favole a lieto fine: ci sarà forse da incollerirsi se li paragoniamo alle nostre comuni vite mortali? Probabilmente sì, ed è appunto per non abbindolarci che serve l’ironia che Qualcosa è cambiato ha.

Sceneggiatura del film:
http://www.awesomefilm.com/script/asitgets.txt
Recensione di Luca Imeri su Expanded Cinemah:
http://www.cinemah.com/neardark/index.php3?idtit=618
Recensione di Roger Ebert:
http://rogerebert.suntimes.com/apps/pbcs.dll/article?AID=/19971222/REVIEWS/712220301/1023
23/04/2008 | di Alberto Di Felice

Apprendo con frastornamento di esser stato nominato—per me è la prima volta, e spero bene sia anche l'ultima—in una delle tante catene che attanagliano la blogosfera. Ringrazio Mario Scafidi per il "premio", consistente nel darmi la foca, e soprattutto per le belle parole che lo accompagnano—parole che però deve aver scritto pensando a qualcun altro, sennò non si spiega. Sebbene recalcitrante, non mi tiro indietro e indico anch'io tre blog che ritengo valevoli di sponsorizzazione.
1] EsilioTridentinoReloaded
Del grande Sergio Zanotti, il bresciano più figo (anche perché non è bresciano di Brescia) della mia School of International Studies, la crème del mondo accademico trentino, e oserei dire italiano tout court. Ora il suo blog si è trasformato in un ricettario sul diritto d'autore, causa tesi. Chiunque sia interessato—e chiunque sia interessato al mondo dell'arcade, mondo del quale purtroppo a me non interessa assolutamente nulla—si divertirà in abbondanza. Non so quanto avrei pagato, tuttavia, per poter leggere il suo vecchio blog in inglese, prima che realizzasse che neppure la cara Ms. Riley si degnava di leggerlo—per non parlare di Gilbert o Birner, per carità. Un blog in inglese su Splinder non va. Splinder è troppo per noi provinciali, anche noi che studiamo alla School of International Studies. Which reminds me of la mia intenzione di aprire prima o poi un blog cinefilo con dominio ".blogspot.com" totalmente dedicato all'analisi in inglese—certo, non prima che abbiano accettato la mia domanda di PhD alla USC--
2] PersiNelCinema!
Del mio amico (purtroppo solo virtuale, per ora: è uno che dà scandalosamente buca agli appuntamenti a Roma) Emanuele Rauco. Rauco ha un fine tocco con la sua penna e grande capacità sintetica, oltre a un certo gusto—sebbene spesso non coincida col mio, che è quasi ricercato come il suo. Ha gusto il nostro Rauco, ma è anche un ragazzo pieno di difetti. Tanto che, impegnato com'è nelle redazioni che hanno la fortuna di poter annoverare i suoi scritti (Cine Zone si sente trascurata, sappilo), ha addirittura bisogno di una segretaria che gli pubblichi le recensioni sul blog. Ma quanto è figo uno che ha la segretaria sul blog? È una cosa alla quale non avevo mai pensato, e mi fa incazzare alquanto. Invidia. Comunque, sarebbe ora di cambiare quel template, e di curare un po' di più l'impaginazione: hai una segretaria, falla lavorare!
3] Movie Mania
Della "personcina dai gusti raffinati" Chiara. È quella che ne avrebbe meno bisogno (ziocane, ha iniziato dopo di me e ha sensibilmente più contatti--), ma va tenuta in considerazione per un numero di motivi. Elencherò alcuni dei più superficiali: prima di tutto perché è una ragazza (e da quanto si riesce ad intuire nelle foto, anche carina), poi perché ha la mia stessa età, poi perché il nome Chiara è bellissimo, e poi perché il suo blog personale è l'unico blog personale in senso stretto che riesce ad interessarmi. Quindi passo sopra alle sue sparate colossali su Cronenberg e su Burton, che a rigor di logica dovrebbero portare a rivedere quella definizione di "personcina dai gusti raffinati". Lo faccio per te, Chiara. E non è poco.
Ora la parola ai premiati, i quali se non notano questo post da soli verranno avvisati sui rispettivi blog. Non vi rimane altro da fare che premiare a vostra volta tre blog, ricordandovi contestualmente di postare il link al post originario della catena.
22/04/2008 | di Alberto Di Felice
Il restyling di questo blog è stato determinato principalmente da un cambiamento di "linea editoriale". Ho deciso di smetterla con le più o meno brevi (e anche un po' inutili) recensioni di (quasi) tutti i film che vedevo o rivedevo, mantenendo solo le nuove recensioni che scrivo per Cine Zone, e sperando per il resto di produrre non recensioni ma selezionate analisi (che, per schifo che possan fare scritte da me, spero siano comunque più interessanti delle mie recensioni) di film che mi sembrano offrire particolari motivi per farsi analizzare, in positivo o in negativo. Naturalmente, non ho smesso di veder film-- Questa nuova categoria di post si limiterà ad aggiornarvi esclusivamente sui film di produzione recente—limitandosi quindi a quanto uscito nelle ultime stagioni—che ho recuperato in home video, riportando semplicemente i voti (oltre alle classiche stelline, da oggi troverete anche i voti numerici, che ho sempre detestato, fra parentesi quadre) ed un succintissimo commento. Questo primo post è particolarmente voluminoso, dato che ho un arretrato. Trovate i film in ordine di gradimento.
Palindromi (Todd Solondz, 2004) ***½ [9+]
Palindromi (Todd Solondz, 2004) ***½ [9+]Solondz è un accorato umanista, e questo è uno dei film più intensi che vedo da tempo. Che non sia stato distribuito nelle nostre sale—non che in America le cose sian state più rosee, in ogni caso—non dovrebbe sembrar strano, e la circostanza mi ricorda il trattamento scellerato riservato a John Sayles, il cui stupendo Casa de los babys cadrebbe a fagiuolo. Comprensibile che sia così, perché un film che penetra l'alterità palindroma dell'essere mette paura: non c'è certezza della colpa da gettare sul colpevole, ma solo scura e dolce pietas.
Fast Food Nation (Richard Linklater, 2006) *** [8]
Linklater ri-esplora un'America persa, multinazionale in quanto multietnica e sfruttatrice, anche e soprattutto dei suoi proletari da grandi catene in serie. L'America si siede ogni giorno e mangia felice e soddisfatta la propria merda. Preciso che io adoro il cibo da fast food: bastardi. Un film agghiacciante, che fa entrare in un mattatoio costringendo a leggerne i plurimi macelli di animali, persone, spettri di libertà. E dice che le mucche non vogliono uscire dal recinto, come Don Anderson (Greg Kinnear) che manda giù il boccone e si rimette al lavoro. Non è Ken Loach, ma potrebbe esserlo (anzi, è anche meglio).
Ti va di pagare? – Priceless (Pierre Salvadori, 2006) *** [8=]
Intelligente commedia con retrogusto amaro, con fine e malinconico sapore di classicità, perfettamente risolta fra le necessità della trama, l'attenzione alla caratterizzazione, gusto non solo estetico, e sottotesti sulla società della ricchezza e dell'immagine, ma soprattutto sul vano desiderio dell'uomo comune di imitare volente o no una visione della vita, dentro il piccolo e luccicantissimo mondo della Costa Azzurra. E Audrey Tautou non è carina: è conturbante.
Lo spaccacuori (Bobby e Peter Farrelly, 2007) *** [8=]
Altro colpo dei Farrelly, che sono nel loro territorio in un'altra commedia romantica, degna erede del genere screwball, nella quale le nevrosi ed i perbenismi dell'America contemporanea vengono intercalati nella storia dell'uomo medio senza palle o pregi all'inseguimento della donna che ha entrambe queste qualità—e del matrimonio. Credo di essermi ufficialmente innamorato di Michelle Monaghan.
Rosso come il cielo (Cristiano Bortone, 2005) *** [8=]
Bellissimo il film di Bortone, che se comprensibilmente nel prefinale cade un po' nella concitazione, regala un'opera commovente sull'infanzia e soprattutto sull'immaginazione, sfuggendo ai ricatti del poetico spicciolo ed espositivo con grande naturalezza (Luca Capriotti e Francesca Maturanza sono meravigliosi), e ancor meglio regalando un piccolo saggio sul cinema come montaggio di idee visive e sonore. La sequenza della recita, col montaggio parallelo che intervalla i carrelli lungo le stanze vuote dell'istituto alle immagini quasi trasfigurate del piccolo palco dove si esibiscono i ragazzi, è uno dei momenti più alti prodotti di recente dal nostro cinema.
Hot Fuzz (Edgar Wright, 2007) **½ [7½]
È nato un filone pressoché geniale, il parodico film di genere dei mostri del regno di Sua Maestà. Dopo Shaun of the Dead, Wright & co. centrano ancora una volta il bersaglio in questo ritratto di campagna—ricorda un po' Wallace & Gromit—della notoria doppia morale anglosassone, fra town council e parish, con neanche velati riferimenti all'ossessione di controllo che ha disseminato di telecamere di sorveglianza ogni piccolo centro del Regno Unito—per tacere delle ronde di volontari che stanno prendendo piede anche da noi. Scalmanato finale da Far West: si salvi chi può.
Giorni e nuvole (Silvio Soldini, 2007) **½ [7+]
Il precariato nella famiglia borghese, quotidiano e discesa negli inferi, l'impossibilità di ritrovare una propria dignità nel meccanismo che ha termini diversi per definirla—if any. Un uomo che se ne fa carico e la sopporta umiliando la sua stessa comprensione della sua vita fino a quel momento, nei rapporti interni ed esterni alla sua famiglia, nel realizzare il termine "scelta" quale libertà, solidarietà, come guadagnarsi il pane. Gran cast, e grandissimo Albanese.
La leggenda di Beowulf (Robert Zemeckis, 2007) **½ [7+]
Rilettura-stravolgimento della leggenda, molto ironica ma soprattutto scura a mo' di incubo proiettato in avanti nei secoli, sulle origini del Male, la grettezza e futilità dei valori tradizionali, la colpa dell'uomo (inteso come maschio) alla ricerca dei "gioielli di famiglia" per proiettare il proprio potere sulla donna e il trasferimento di sé nella prole. Qualcosa di realmente sorprendente nel tono e nelle letture. Evidentemente Roger Avary non è stato co-autore (con Neil Gaiman) della sceneggiatura a vuoto.
Il caso Thomas Crawford (Gregory Hoblit, 2007) **½ [7]
Buona pellicola di genere, ben gestita da colui che ormai è uno specialista. Due ottimi interpreti, Anthony Hopkins e Ryan Gosling, in un discretamente teso scontro sull'orgoglio, racchiuso in un classico uxoricidio, nonché sui sistemi di potere e di giustizia. Il finale potrebbe sembrare accomodante e risolutivo, ma la scelta di chiudere prima di vedere in effetti come va a finire è azzeccata, e lascia intuire che lo sguardo è sempre critico nonostante quella che sembra un'imposizione da studios.
Molto incinta (Judd Apatow, 2007) ** [6+]
Apatow ormai ha una ricetta e la rinnova in un modo gradevole, tutto di superficie, puntando sull'empatia da parte maschile, della quale riflette i giustificabili ma pigri turbamenti di vita, nell'ennesima storia dell'uomo grande e grosso che non vuole crescere. L'amore e la figura femminile sono, nonostante il linguaggio tendente al vero (come se la cosa fosse un pregio) e un po' di colore sessuale, null'altro che angeli che ti cullano (e ti scopano) dicendoti che va tutto bene, che c'è qualcuno che ti ama e che crescere vuol dire trovare l'amore in loro—cioè, nella mamma con le tette che sono loro. Un po' antiquato, e volendo sempre vero: potendo firmare, chi di noi maschietti non firmerebbe? Rimane la domanda: io sono davvero questo coglione? Per fortuna no, quindi—cordialmente—Apatow può intrattenermi con le sue menate di vita per (ben) due ore, ma poi se ne può tranquillamente andare a farsi benedire.
Il diario di una tata (Shari Springer Berman e Robert Pulcini, 2007) ** [6+]
Nonostante rinnovino il meccanismo grafico-narrativo del precedente—e molto bello—American Splendor, i due registi/coniugi non sono granché in controllo dell'intreccio, o almeno non lo sono fino alla fine, e in ultimo svaccano senza porsi le necessarie preoccupazioni nella redenzione della mamma cattiva e frustrata. Che ci poteva stare, ma si poteva avere un po' più di stile e magari un po' meno fretta. Nulla di tragico, comunque, però ne risulta troppo svilita la parte sociologica, che ha guidato col giusto wit la pellicola e che sarebbe l'unica cosa realmente interessante.
Correndo con le forbici in mano (Ryan Murphy, 2006) ** [6]
Fanatico capitolo della scoperta dell'individualità e dell'omosessualità, dipinta schematicamente come ribellione alle continue stranezze che circondano il protagonista (esattamente come in C.R.A.Z.Y. di Vallée, che comunque era un film anche sensibilmente migliore). Brian Cox potrebbe anche far crepare dalle risate, mentre Annette Bening può purtroppo approfondire all'ennesima potenza il suo personaggio esagitato di American Beauty. Chi mi conosce dovrebbe essere al corrente della mia smodata passione per Evan Rachel Wood, e infatti concludo—è la terza volta in questo post che cado in tentazione, e francamente mi sarei lasciato andare anche con Katherine Heigl—commentando sulla sua straordinaria bellezza.
Number 23 (Joel Schumacher, 2007) *½ [5½]
Il mio amico Emanuele Rauco mi ha fatto notare, riportando su un forum un'interessante osservazione di qualcun altro, che per puro caso anche la frase «Mi sono fracassato le palle» ha 23 lettere. Io le palle non me le sono fracassate, perché il film di Schumacher non inizia né si sviluppa male (bene fotografia e diligente montaggio), ma alla resa dei conti non ha una cavolo di idea seria sul cavolo di punticino che vuol fare. Ammesso che ci sia bisogno di fare un punticino. Il punto che fa, sulla giustizia e la famigliola fuori che aspetta, non è il massimo. Però il film nel complesso mi è sembrato quasi reggere.
Fast Food Nation (Richard Linklater, 2006) *** [8]Linklater ri-esplora un'America persa, multinazionale in quanto multietnica e sfruttatrice, anche e soprattutto dei suoi proletari da grandi catene in serie. L'America si siede ogni giorno e mangia felice e soddisfatta la propria merda. Preciso che io adoro il cibo da fast food: bastardi. Un film agghiacciante, che fa entrare in un mattatoio costringendo a leggerne i plurimi macelli di animali, persone, spettri di libertà. E dice che le mucche non vogliono uscire dal recinto, come Don Anderson (Greg Kinnear) che manda giù il boccone e si rimette al lavoro. Non è Ken Loach, ma potrebbe esserlo (anzi, è anche meglio).
Ti va di pagare? – Priceless (Pierre Salvadori, 2006) *** [8=]
Lo spaccacuori (Bobby e Peter Farrelly, 2007) *** [8=]Altro colpo dei Farrelly, che sono nel loro territorio in un'altra commedia romantica, degna erede del genere screwball, nella quale le nevrosi ed i perbenismi dell'America contemporanea vengono intercalati nella storia dell'uomo medio senza palle o pregi all'inseguimento della donna che ha entrambe queste qualità—e del matrimonio. Credo di essermi ufficialmente innamorato di Michelle Monaghan.
Rosso come il cielo (Cristiano Bortone, 2005) *** [8=]Bellissimo il film di Bortone, che se comprensibilmente nel prefinale cade un po' nella concitazione, regala un'opera commovente sull'infanzia e soprattutto sull'immaginazione, sfuggendo ai ricatti del poetico spicciolo ed espositivo con grande naturalezza (Luca Capriotti e Francesca Maturanza sono meravigliosi), e ancor meglio regalando un piccolo saggio sul cinema come montaggio di idee visive e sonore. La sequenza della recita, col montaggio parallelo che intervalla i carrelli lungo le stanze vuote dell'istituto alle immagini quasi trasfigurate del piccolo palco dove si esibiscono i ragazzi, è uno dei momenti più alti prodotti di recente dal nostro cinema.
Hot Fuzz (Edgar Wright, 2007) **½ [7½]È nato un filone pressoché geniale, il parodico film di genere dei mostri del regno di Sua Maestà. Dopo Shaun of the Dead, Wright & co. centrano ancora una volta il bersaglio in questo ritratto di campagna—ricorda un po' Wallace & Gromit—della notoria doppia morale anglosassone, fra town council e parish, con neanche velati riferimenti all'ossessione di controllo che ha disseminato di telecamere di sorveglianza ogni piccolo centro del Regno Unito—per tacere delle ronde di volontari che stanno prendendo piede anche da noi. Scalmanato finale da Far West: si salvi chi può.
Giorni e nuvole (Silvio Soldini, 2007) **½ [7+]Il precariato nella famiglia borghese, quotidiano e discesa negli inferi, l'impossibilità di ritrovare una propria dignità nel meccanismo che ha termini diversi per definirla—if any. Un uomo che se ne fa carico e la sopporta umiliando la sua stessa comprensione della sua vita fino a quel momento, nei rapporti interni ed esterni alla sua famiglia, nel realizzare il termine "scelta" quale libertà, solidarietà, come guadagnarsi il pane. Gran cast, e grandissimo Albanese.
La leggenda di Beowulf (Robert Zemeckis, 2007) **½ [7+]Rilettura-stravolgimento della leggenda, molto ironica ma soprattutto scura a mo' di incubo proiettato in avanti nei secoli, sulle origini del Male, la grettezza e futilità dei valori tradizionali, la colpa dell'uomo (inteso come maschio) alla ricerca dei "gioielli di famiglia" per proiettare il proprio potere sulla donna e il trasferimento di sé nella prole. Qualcosa di realmente sorprendente nel tono e nelle letture. Evidentemente Roger Avary non è stato co-autore (con Neil Gaiman) della sceneggiatura a vuoto.
Il caso Thomas Crawford (Gregory Hoblit, 2007) **½ [7]Buona pellicola di genere, ben gestita da colui che ormai è uno specialista. Due ottimi interpreti, Anthony Hopkins e Ryan Gosling, in un discretamente teso scontro sull'orgoglio, racchiuso in un classico uxoricidio, nonché sui sistemi di potere e di giustizia. Il finale potrebbe sembrare accomodante e risolutivo, ma la scelta di chiudere prima di vedere in effetti come va a finire è azzeccata, e lascia intuire che lo sguardo è sempre critico nonostante quella che sembra un'imposizione da studios.
Molto incinta (Judd Apatow, 2007) ** [6+]Apatow ormai ha una ricetta e la rinnova in un modo gradevole, tutto di superficie, puntando sull'empatia da parte maschile, della quale riflette i giustificabili ma pigri turbamenti di vita, nell'ennesima storia dell'uomo grande e grosso che non vuole crescere. L'amore e la figura femminile sono, nonostante il linguaggio tendente al vero (come se la cosa fosse un pregio) e un po' di colore sessuale, null'altro che angeli che ti cullano (e ti scopano) dicendoti che va tutto bene, che c'è qualcuno che ti ama e che crescere vuol dire trovare l'amore in loro—cioè, nella mamma con le tette che sono loro. Un po' antiquato, e volendo sempre vero: potendo firmare, chi di noi maschietti non firmerebbe? Rimane la domanda: io sono davvero questo coglione? Per fortuna no, quindi—cordialmente—Apatow può intrattenermi con le sue menate di vita per (ben) due ore, ma poi se ne può tranquillamente andare a farsi benedire.
Il diario di una tata (Shari Springer Berman e Robert Pulcini, 2007) ** [6+]Nonostante rinnovino il meccanismo grafico-narrativo del precedente—e molto bello—American Splendor, i due registi/coniugi non sono granché in controllo dell'intreccio, o almeno non lo sono fino alla fine, e in ultimo svaccano senza porsi le necessarie preoccupazioni nella redenzione della mamma cattiva e frustrata. Che ci poteva stare, ma si poteva avere un po' più di stile e magari un po' meno fretta. Nulla di tragico, comunque, però ne risulta troppo svilita la parte sociologica, che ha guidato col giusto wit la pellicola e che sarebbe l'unica cosa realmente interessante.
Correndo con le forbici in mano (Ryan Murphy, 2006) ** [6]Fanatico capitolo della scoperta dell'individualità e dell'omosessualità, dipinta schematicamente come ribellione alle continue stranezze che circondano il protagonista (esattamente come in C.R.A.Z.Y. di Vallée, che comunque era un film anche sensibilmente migliore). Brian Cox potrebbe anche far crepare dalle risate, mentre Annette Bening può purtroppo approfondire all'ennesima potenza il suo personaggio esagitato di American Beauty. Chi mi conosce dovrebbe essere al corrente della mia smodata passione per Evan Rachel Wood, e infatti concludo—è la terza volta in questo post che cado in tentazione, e francamente mi sarei lasciato andare anche con Katherine Heigl—commentando sulla sua straordinaria bellezza.
Number 23 (Joel Schumacher, 2007) *½ [5½]Il mio amico Emanuele Rauco mi ha fatto notare, riportando su un forum un'interessante osservazione di qualcun altro, che per puro caso anche la frase «Mi sono fracassato le palle» ha 23 lettere. Io le palle non me le sono fracassate, perché il film di Schumacher non inizia né si sviluppa male (bene fotografia e diligente montaggio), ma alla resa dei conti non ha una cavolo di idea seria sul cavolo di punticino che vuol fare. Ammesso che ci sia bisogno di fare un punticino. Il punto che fa, sulla giustizia e la famigliola fuori che aspetta, non è il massimo. Però il film nel complesso mi è sembrato quasi reggere.
21/04/2008 | di Alberto Di Felice
**½ [7½] Brad Silberling è forse un regista più interessante di quanto si potesse sospettare. Va da sé che, per chiunque abbia sufficiente (soprattutto nel senso di superficiale) conoscenza della sua (breve: oltre a questo, solo altri quattro lavori) carriera nel cinema, sostenere una cosa del genere può suonare eccentrico: «Silberling chi, quello di City of Angels?»—film, per inciso, troppo alla svelta schernito. Eppure si possono rinvenire particolari temi comuni nei progetti da lui diretti, tanto da fargli aleggiare sopra una definizione di mestierante nientaffatto svilente, e anzi un tocco distintivo piuttosto garbato.Nella sua filmografia si rintraccia anche una pellicola evidentemente personale, Moonlight Mile, che meglio delle altre (scritte da altri) rivela una onnipresenza del lutto come refrain fantasma. In ogni film di Silberling c'è nei personaggi una mancanza, caratteristicamente segnata da una morte (la mamma e moglie in Casper; il paziente perso dalla dottoressa e la caduta da angelo in City of Angels; la figlia e futura sposa di Moonlight Mile; i genitori di Lemony Snicket). Questo senso di separazione si riedifica anche in 10 Items or Less, che è il secondo che il regista scrive totalmente di suo pugno, nell'ennesimo "breve incontro", fra due anime in lutto di sé stesse: un attore da tempo senza il suo lavoro e una cassiera da tempo senza la sua vita.
Indipendente nella modesta forma e nel modesto spirito, in realtà è un film che per esistere abbisogna della contiguità con Hollywood, come in un dileggio del quale si coglie il tono solo avendo presente il referente non troppo lontano. Esattamente come il protagonista maschile, un Morgan Freeman del quale non verrà pronunciato mai il nome, che fa la parte del sé stesso da barzelletta: quello dei film con Ashley Judd, roba da videonoleggio (o offerta da metà prezzo, o paghi uno prendi due), che i passanti occasionali ricordano in film in cui non è mai stato (-«I loved “Barbershop”» -«So did I», con cordiale sorriso).
È proprio Freeman ad essere manifesto del film. Si trasla in un alter ego che, mentre cerca nelle piccolezze e nei tic caratteriali e fisici della "gente comune", espone la fragilità della loro esistenza e della sua, la fragile soavità dello "specchio della vita". Con questi cenni sintomatici—impassibilmente osservati e riprodotti fra l'ammirazione, la sorpresa e il sottile motteggio—emergono il nonsense e il vuoto avvolgente di un mondo e di quello ad esso contiguo: le ville da star di Brentwood, sulla via per le quali si incrociano in macchina Danny DeVito e signora, e la proletarissima Carson dove i messicani e le scritte in spagnolo sono in sovrannumero.
Silberling e un Freeman difficilmente sostituibile (troppi elementi della sua persona sono essenziali allo spirito del film: il suo essere nero, ad esempio, e poi attore "serio" e assieme da sempre prono allo scherzo, il suo contegno elegante congiunto all'infingarda mimica, e si potrebbe continuare) creano un piccolo universo quotidian-surrealista, nel quale il microcosmo di contorno è riflesso dalla piccolezza dei gesti e delle parole fra l'attore in pausa sabbatica e Scarlet (la sempre raggiante Paz Vega), che si dissolveranno dopo la magia filmica di un giorno trascorso assieme, 82 minuti disseminati di un gusto sottilmente buffo, e disposti in un impianto auto-parodico di contrappunti prossimi al genio.
Fra gli altri, lo ritroviamo nell'ammaliata visione de Il cucciolo all'autolavaggio; nella sosta da Arby's in cerca di un pasto salutare, che manco a dirlo non c'è; in quel grandioso totem dell'assurdo che è la fumosa raffineria (sulla quale in un momento sbuca una bandiera americana ferita da qualche buco) sempre sullo sfondo mentre i personaggi, sin dall'apertura, si spostano erranti in macchina; e forse soprattutto nel reprise-retroscena nel mezzo dei titoli di coda in cui Freeman impara da Target come rifilare il mocio alle casalinghe. Tutto il mondo è un palco, e questo è un piccolo pezzo del making of.
pubblicata su Cine Zone
19/04/2008 | di Alberto Di Felice
** [6+] La luce di Clubland—secondo lungometraggio di Cherie Nowlan, che circa dieci anni fa dirigeva nientemeno che l'ora star internazionale Cate Blanchett, in un film non distribuito da noi—risplende in due donne: una mamma in crisi di mezza età e la sua acerrima nemica, la giovane e graziosa nuova ragazza del figlio. Che il vero protagonista non sia Tim lo si capisce—fosse il caso di specificarlo—già del fatto che Khan Chittenden non lo conosce nessuno, mentre Brenda Blethyn l'hanno fatta arrivare dall'Inghilterra fino alla periferia di Sydney, e la conosciamo tutti. Chiederle di fare semplicemente la mamma accessoria di uno sconosciuto sarebbe stato indelicato.Ecco dunque che le splendide doti della Blethyn creano un a suo modo amaro ritratto femminile, inserito in quel sottogenere di film indipendente cui piacciono le famiglie matte. Difatti abbiamo anche qui le idiosincrasie di rito, regina delle quali è la mediocre ossessione della seconda chance da showbiz di entrambi i genitori divorziati—mamma Jean (Blethyn) cuoca/cabarettista, papà John (Frankie J. Holden) guardia al supermercato/cantante country—,e non ci facciamo mancare neanche un secondo figlio spastico, Mark (Richard Wilson), e Tim (Chittenden) che—oltre a scarrozzarsi in un furgoncino per traslochi, che fa tanto peculiare—è vergine e ancora bloccato mentalmente sulla questione sessuale a vent'anni, a rimarcare che la perfetta normalità non è qui. Il tutto non è però buttato nella mischia per niente, in quanto viene ricondotto appunto a Jean e alla sua crisi di certezza materna, indotta dalla bella Jill (Emma Booth).
Il film non si allontana troppo dalla formula facile sommariamente sovradescritta (sia la regista che lo sceneggiatore Keith Thompson lavorano soprattutto in tv), ma ha l'intuizione di spostare il centro d'attenzione all'interno delle generazioni. Tanto che i due giovani innamorati sono a tutti gli effetti dei personaggi di contorno nel quadro che descrive una donna ormai «dalla parte sbagliata dei 50» (di fronte, a non tranquillizzarla, ha anche la vicina quarantanovenne col cancro al seno), che ha abbandonato la lontana casa di Bristol e i sogni di gloria, e negli anni si è ritrovata sola a crescere i suoi figli buttando nel suo spirito di intrattenitrice tutta la sua amarezza repressa.
Ne esce fuori un disegno abbastanza commovente—ben riuscito in questo il finale che, dopo il numeretto musicale che tanto piace a queste produzioni, chiude con un carrello laterale in controcampo sulla protagonista—, nel quale va necessariamente lodata la mirabile prova della Blethyn, la quale dà rotondità e sentimento ad un personaggio a rischio di maniera e patetismo per l'acidità da gallina vecchia e il progressivo attaccamento alla bottiglia. E se, come implicitamente detto in apertura, Chittenden potrebbe essere tranquillamente sostituito da uno dei palloncini fallici della mamma, la giovane Emma Booth offre con la giusta sensibilità le sue grazie. Altra cosa apprezzabile del film è infatti come viene affrontata la questione sesso, trattata senza gratuità né squallido castigo.
pubblicata su Cine Zone















