07/02/2007 | di Alberto Di Felice
Crash*** Dopo il film di Haggis, Crash di Cronenberg faticherà ancor più di quanto non abbia già faticato a farsi ricordare. Al di là del titolo, qualcosa di base che li accomuna c'è: le autostrade e gli scontri fra persone. Pensate all'appartemanto del protagonista James Ballard (James Spader), in un condominio che dà sull'autostrada: le macchine scorrono mentre lui e la moglie Catherine (Deborah Kara Unger) si raccontano sul balcone i reciproci tradimenti della giornata. Il film inizia con Catherine che si concede ad uno sconosciuto sulla sua auto in un parcheggio.

Agiati borghesi (lui è un produttore cinematografico) che non sanno come ammazzare il tempo, rinvigoriscono il loro rapporto (ed i loro rapporti) raccontandosi sconcezze commesse o solo pensate. Poi c'è un incidente e le cose si complicano oltre queste depravazioni in sostanza del tutto ordinarie. James e Catherine son solo feriti, mentre Helen (Holly Hunter) perde il marito. Lei e James sono attratti l'uno dall'altra. Lei lo introduce a Vaugham (Elias Koteas), fotografo con strane teorie che ricostruisce, facendo molto sul serio, celebri incidenti mortali. Sembra non esserci scampo, la discesa nella perversione non è più arrestabile.

Più algido e meno immediatamente viscerale del solito, Cronenberg insiste sulle proprie ossessioni prendendo a soggetto la fuga privata nell'autolesionismo. Deformazioni, sesso e tecnologia si mescolano in una maniera inesorabilmente carnale ed altrettanto repulsiva, in un modo che ricorda qualcosa del Velluto blu di Lynch: non c'è nulla di intrinsecamente attraente in quel che accade, lo sviluppo della vicenda sottende ad istinti irrazionali ma pulsanti, estremi e scollegati dal mondo. I personaggi sono per vie diverse estranei al lontano ambiente circostante - considerate ad esempio l'enorme stanza con letti vuoti nell'ospedale dove viene ricoverato Ballard. Se Vaugham e i suoi (fantastica la Gabrielle di Rosanna Arquette, parte di un gran cast) ricordano la compagnia di Frank Booth, per tutto il film c'è aria di fredda solitudine ed incomunicabilità che non può che presagire un imbocco senza uscita.
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