12/02/2007 | di Alberto Di Felice
Hurricane - Il grido dell'innocenza**½ In Hurricane la gloria per Rubin Carter dura solo cinque minuti, giusto il tempo di vederlo vincere il suo titolo di campione dei pesi welter. Il resto del film non è una biopic, bensì un dramma giudiziario-carcerario. Sarebbe bene considerarlo così anche alla luce delle polemiche sulla sua aderenza alla realtà.

La sceneggiatura di Armyan Bernstein e Dan Gordon si ispira all'autobiografia scritta in prigione ("The 16th Round") e al libro "Lazarus and the Hurricane" di Sam Chailton e Terry Swinton. Questi ultimi
(interpretati rispettivamente da Liev Schreiber e Josh Hannah) sono due canadesi (oltre a loro c'è Lisa Peters interpretata da Deborah Kara Unger) che dedicarono anima e corpo alla causa di Carter fino alla sua definitiva assoluzione nel 1988, dopo diciannove anni di carcere, da parte della corte federale. La bontà della ricostruzione è stata pesantemente messa in dubbio. In una biografia uscita nel 2000, lo stesso Carter dipinge in maniera ben poco benevola i suoi "salvatori", i canadesi che prima hanno riaperto il caso e poi l'hanno accolto. Come lui, anche il giovane Lesra Martin (Vicellous Reon Shannon) —ragazzino analfabeta del ghetto istruito in casa (o meglio, una comune: il film evita di informarci troppo) dai suoi nuovi amici di Toronto— deciderà di abbandonarli presto. Carter ha anche sposato la Peters (una tenerezza vien fatta intuire), per divorziare poco dopo.

Sorvolando tali dati accessori, Hurricane si presenta come un dramma molto ben strutturato e diretto con piglio sicuro dal navigato Norman Jewison (La calda notte dell'ispettore Tibbs e Agnese di Dio, fra gli altri). È particolarmente efficace —ed è tema centrale— il modo in cui si lega già dalle prime scene la salvezza del protagonista alla sua passione per la scrittura: la biografia di Carter sarà ritrovata da Lesra in un mercatino a sette anni dalla sua uscita e lo porterà ad appassionarsi alla sua vita. Jewison sfrutta al meglio tutti i suoi interpreti, a cominciare dal dedicato Washington. I caratteri secondari sono di molto snelliti a favore di una narrazione meno complicata possibile. Il personaggio del sergente Della Pesca (Dan Hedaya, Le ragazze della casa bianca), ad esempio, è un coniglietto tirato fuori dal cilindro per incarnare le persecuzioni di un sistema che fa ancora fatica ad accettare che i neri non debbano più cedere il proprio posto sull'autobus. Non è un cinema sottile, ma è solido e d'impatto.
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