12/02/2007 | di Alberto Di Felice
**** Uno dei film più celebrati della storia del cinema. Questo nonostante sia anche uno dei più criticati all'uscita, e continui ad esserlo. Nel suo dizionario, ad esempio, Mereghetti (che giudica Grandi speranze l'unico capolavoro di Lean) assegna due misere stelline a questo kolossal «più melenso che epico». Roger Ebert menziona una frase della defunta Pauline Kael del New Yorker: lo stile di direzione di Lean sarebbe «essenzialmente primitivo, ammirato dallo stesso tipo di persone che rimangono incantate quando una scenografia ha acqua corrente o il dipinto di un cavallo sembra talmente reale da poterlo cavalcare».
Hanno le loro buone ragioni, perché Zivago è effettivamente un romanzo per immagini. Si ferma a contemplare i suoi paesaggi sterminati, scenografie curatissime, fotografia sontuosa, score evocativa, e ad un certo punto — l'arrivo di Zivago e famiglia a Varykino nel secondo atto — non smette più di farlo quasi la trama, pur densa di rivoluzioni, debba lasciare completamente il passo alla perdita nel sentimento, alla mesta rincorsa di un miraggio. Quello che il protagonista (Omar Sharif) sfuggito ai partigiani vede nella bufera della steppa siberiana: il fantasma dell'amata Lara (Julie Christie), che inseguirà fino alla morte sceso dal tram una volta tornato a Mosca.
Questo rincorrere immerso in un ritmo sempre più dilatato riflette la caduta di un mondo e l'impossibilità di adattarsi al nuovo che nell'omologazione annega per sempre la possibilità per il singolo — Zivago che accetta la perdita della casa di famiglia, la nuova burocrazia, e persino che la sua poesia sia ora da stracciare — di trovare un proprio posto.
Delle tante da menzionare (il fido Alec Guinness narratore, la moglie di Geraldine Chaplin, il Pasha/Strelnikov di Tom Courtenay; Klaus Kinsky è l'intellettuale anarchico sul treno) l'interpretazione migliore è quella del compianto Rod Steiger, che ruba la scena ad ogni occasione nei panni del cinico Viktor Komarovsky.