13/02/2007 | di Alberto Di Felice
****Via col vento, il film più celebrato di sempre, può infischiarsene dei problemi della schiavitù. Il Sud che racconta è solo una terra armonica in ogni suo elemento, un paradiso scomparso dalla faccia della Terra e degno di esser celebrato. Gli schiavi sono solo figure protettive e sagge: Mammy (Hattie McDaniel) sbuffa e risbuffa ma è l'unica di cui lo sciupafemmine Brett Butler si interessi di avere il rispetto. Big Sam (Everett Brown) si illumina ogni volta che Scarlett gli si avvicina, e da uomo grande e grosso qual è la salva da un'aggressione di bianchi nordisti.
Eppure in qualche angolo non tutto brilla di pacifico mito. Scarlett rimprovera la svagata schiavetta Prissy (Butterfly McQueen) minacciando di "venderla"; nella Atlanta conquistata gli Yankee illustrano le opportunità del libero voto ad un pubblico di uomini neri appena affrancati. In un'America nella quale la segregazione legale o di fatto doveva durare ancora per quasi quarant'anni, di più non si poteva fare — né si doveva.
La storia è quella di Scarlett, svampita affabulatrice ed incantatrice di maschi, perdutamente innamorata del bell'Ashley (Leslie Howard) che sta per sposarsi con l'odiata Melanie (Olivia de Havilliand), e ridotta dal sollazzo delle feste prima della guerra alla fatica nei campi per non soffrir più la fame dopo. E del burbero ed opportunista come lei, Brett, che più della fame la metterà alla prova. È il più grande feuilleton popolare mai trasposto sullo schermo, tre ore e quaranta minuti — divise in due parti narrativamente distinte — di accesi tramonti, incendi, scambi di battute pieni di sottintesa carica sessuale fra i due, pettegolezzi, cadute, risurrezioni, lutti. Un romanzo popolare buontempone e infine crudele, con la nostalgia scritta nel dna e l'ardore di lasciare la sua protagonista fra la punizione di un «Francamente, cara, me ne infischio» e la forza di un «Domani è un altro giorno».
















