14/02/2007 | di Alberto Di Felice
**** «Stavo passeggiando, quando sentii una voce dire: “Buonasera, signor Dowd”. Io allora mi rivoltai e ti vidi questo grande coniglio bianco appoggiato a un lampione. Non ci trovai nulla di strano, perché quando uno ha vissuto in una città quanto ho vissuto io in questa, si fa l'abitudine che tutti conoscano il tuo nome. E naturalmente incominciai a discutere con lui».Elwood P. Dowd (James Stewart) parla da anni con un coniglio gigante alto un metro ed ottantasette centimetri, conosciuto nelle circostanze sovra descritte. Lo presenta a tutti allo stesso modo in cui a tutti dà il proprio biglietto da visita; lo fa passare per primo tenendogli aperte le porte (lo fa con tutti); passeggia sempre portandosi dietro due cappotti e due cappelli, i suoi e quelli dell'amico. È arrivato il momento per la sorella Veta (Josephine Hull) e la nipote Myrtle Mae (Victoria Horne) di separarsi dal pur amato Elwood, che comincia ormai a farsi imbarazzante e ad allontanare tutta la società bene da casa. In clinica, però, il dottor Sanderson (Charkes Drake) prende per matta Veta e la fa rinchiudere dopo che questa confessa di essere così disperata da vedere a volte lei stessa l'alto coniglio. Elwood viene invece lasciato libero per la città, a zonzo come suo solito per bar, e va recuperato. Ma se persino i medici, come il dottor Chumley (Cecil Kellaway) che possiede la clinica, iniziano ad aver dubbi, Harvey va davvero fatto sparire dalla testolina sognatrice del suo amico?
Uno dei più comici, leggeri e toccanti elogi della follia. Sebbene Elwood, uno splendido Stewart, parli barcollante per tutto il film dimostrando un amore eccessivo per l'alcool, la sua follia se l'è sanamente scelta. «Io ho lottato con la realtà trentacinque anni, dottore, e sono felice di dire che l'ho vinta fuggendola», confessa candidamente al dottor Sanderson fra un'ordinazione di whisky e l'altra. E ben venga, se la follia porta in dono un essere così amabile. La sua mamma gli diceva: «“In questo mondo, Elwood, devi essere o molto astuto o molto amabile”. Io preferivo l'astuzia, ma consiglio l'amabilità».
















