16/02/2007 | di Alberto Di Felice
Malcolm X***½ Si conclude in due aule scolastiche il tributo di un regista nero ad un simbolo nero. In una scuola elementare americana ed in una scuola elementare sudafricana. Poco prima, dopo l'assassinio, le parole di Martin Luther King davano il via alle vere immagini del vero Malcolm X, e alle parole di Ossie Davis al suo funerale.

«Malcolm non era più nero da molti anni [...] Malcolm era divenuto un afro-americano e desiderava disperatamente che noi, tutta la sua gente, diventassimo anche noi afro-americani. Vi sono coloro che riterranno sia loro dovere dirci, in quanto amici della gente nera, che dobbiamo vituperarlo, che dobbiamo rifuggire persino dalla presenza della sua memoria, che dobbiamo salvarci cancellandolo per sempre dalla storia della nostra epoca tormentata. Ma noi sorrideremo. Diranno che lui è l'odio, un fanatico, un razzista che può solo nuocere alla causa per la quale combattete. E noi allora risponderemo a quei signori dicendo: avete mai parlato con fratello Malcolm? E l'avete mai visto commosso? Oppure, vi ha mai sorriso? L'avete mai ascoltato veramente? Potreste mai affermare che è stato coinvolto in disordini, o in azioni violente? Perché se così fosse, lo conoscereste, e conoscendolo capireste perché dobbiamo rendergli onore. Malcolm era il nostro essere uomini, la nostra vita, il nostro essere neri».

Il film di Spike Lee è a suo modo una lezione di storia e di orgoglio, necessaria sebbene da qualcuno ritenuta pedante e cinematograficamente poco coraggiosa. Diviso in due parti, racconta la vita del Malcolm Little (Denzel Washington, un attore che si sarebbe meritato l'Oscar già per questa sua prova) che diventa Malcolm X: la vita di quartiere, l'amante bianca, il carcere, la conversione, la rabbia, il pellegrinaggio, la divisione con la Nazione dell'Islam, la morte. Le due parti (Little/X) sono sbilanciate (la prima, nella quale Lee eccede anche in presenza sullo schermo, è troppo lunga), non tutto è coerentissimo (solo pacchiana la visione in cella di Elijah Muhammad, Al Freeman Jr.), ma in 202' vediamo l'uomo nella sua complessità, la sua oratoria (dominante e potente nella seconda parte) messa a nudo nella sua passione e controversia.

È un'agiografia non acritica perché, come le parole di Ossie Davis, celebra l'umanità di un uomo che aveva idee, anche sbagliate, che le ha predicate e rimesse in discussione, sempre in nome di un'autocoscienza e di un rispetto che voleva la sua gente avesse per sé stessa per prima. «Per quanto possiamo aver dissentito con lui, o tra noi, riguardo a lui e al suo valore in quanto uomo, che la sua tragica e prematura dipartita serva unicamente a unirci, adesso». Una lezione di storia che era necessario venisse da un regista nero, e non c'è un secondo in cui questo non si percepisca.
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Commenti
#1   17 Febbraio 2007 - 00:35
 
recensione lucida e precisa.
utente anonimo

#2   17 Febbraio 2007 - 11:36
 
Ah, beh... Grazie... Ma chi sei?
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