18/02/2007 | di Alberto Di Felice
Eraserhead - La mente che cancella**** Per avere un esempio di un autore che con la sua prima fatica ha già espresso tutto, scegliete Eraserhead di Lynch. Questa pellicola, nata e finanziata inizialmente come corto con 20 pagine (mantenute) di sceneggiatura, sviluppatasi fra gli stenti del suo genitore nell'arco di cinque anni, accolta fra i fischi della critica meno illuminata — per Variety era solo uno «stomachevole esercizio di cattivo gusto» — ed infine celebrata, ingloba i suoni e le visioni del suo autore come continuerà a riproporli nei successivi lavori. Ancor più, da un punto di vista strettamente visivo Eraserhead è il Lynch più estremo e d'avanguardia che sia mai esistito.

La prima cosa da comprendere è che “comprendere” è termine e concetto fuorviante. La poetica del natio del Montana presuppone un disegno intelligente, ma è uno di quei disegni che solo il creatore può conoscere davvero: agli spettatori rimane il piacere di potersi scervellare per risolvere l'enigma. Non esistono versioni ufficiali. Di Eraserhead, Lynch comunica che finora non ha letto un'interpretazione che combaci con la sua. È anche vero che ad una lettura perfettamente logica (ossia avente un qualche onnicomprensivo senso) può essere anche futile arrivare: Lynch combina contorti mondi reali e — come sempre si deve dire parlandone — onirici in quello che è effettivamente un vortice in cui le distorsioni e deformazioni della psiche si mescolano per momenti diversi e spesso scollegati. Così che, se l'approccio alla visione è quello giusto, prima che perplessi o orripilati si è inghiottiti.
Di seguito la mia personale ricostruzione/interpretazione — senza intento né possibilità di esser totalmente esaustivo, non a caso in larga parte fedele alla struttura di Mulholland Drive.

Il disegno intelligente è visibile dai programmatici sei minuti iniziali. Il protagonista Henry (John Nance) è disteso galleggiante nello spazio (in questa prima inquadratura sembra proprio il regista), quasi dormisse ad occhi spalancati; sopra di lui, un pianeta roccioso si avvicina. Qui, l'Uomo nel Pianeta (Jack Fisk) fissa fuori da una finestra seduto di fronte ad un marchingegno. Henry spalanca la bocca e da questa esce una sorta di feto; l'Uomo nel Pianeta aziona le leve del marchingegno e lo strano essere piomba in una pozza. Poi nel buio si apre un cerchio di luce, come la bocca di un pozzo, ed inizia quella che dovrebbe essere la trama.

Henry, dalla celeberrima capigliatura, fa il tipografo (in ferie) e vive in un fetido palazzo vicino alla fabbrica. La sua vicina d'appartamento (Judith Anna Roberts) lo avvisa che la sua fidanzata Mary (Charlotte Stewart), che Henry non vede da tempo, ha chiamato per invitarlo a cena dai genitori. A cena, dove viene servito un minuscolo pollo ballerino e sanguinante, Henry viene a sapere che Mary, epilettica, ha dato alla luce un bambino —  prematuro, e forse neanche un bambino. Sposatisi, Henry e Mary si trasferiscono a casa di lui, dove accudiscono la creatura deforme, avvolta in una benda che copre tutto il suo corpo tranne collo e testa. Ma Mary (che nel sonno abortisce durante uno dei suoi attacchi alcuni "feti" simili a quelli d'apertura, e simili al bambino), non ne sopporta il pianto e lascia da solo Henry. Per quest'ultimo gli incubi, la cui fonte sembra risiedere dietro il radiatore
nella sua stanza ed in un armadietto dove tiene nascosto una specie di vermicello trovato nella posta, si moltiplicano. Includono: una donna con le guance deformate da coniglio (Laurel Near) che balla su un palco schiacciando "feti" di cui sopra; una notte spesa con la vicina d'appartamento (probabilmente anche questo è un sogno seppellito nell'inconscio, che si conclude con gli amanti che si inabissano nel letto diventato pozza anch'esso); la donna/coniglio sul palco che canta "In Heaven" («In heaven, everything is fine»); Henry che perde la testa (sostituita da quella del bimbo piangente), usata per produrre gomme per matite. Al suo risveglio, Henry va a bussare alla porta della vicina e non la trova; il bambino sostituisce al pianto una risatina malefica. Dopo un po' Henry trova la vicina con un altro uomo. Lasciato solo, identifica nella creatura la causa del suo stato: afferra un paio di forbici e gli taglia le bende, che si scopre tengono assieme i suoi organi interni, per poi colpirlo al cuore. La creatura si gonfia diventando ancor più mostruosa, l'elettricità impazzisce; Henry si ritrova davanti il pianeta d'inizio film, che si spacca spargendo la stessa polvere che spargeva il suo cervello/gomma per matite; l'Uomo nel Pianeta sghignazza; avvolti nel bianco, Henry e la donna/coniglio si abbracciano.

Dalla struttura circolare (sogno/origine, realtà, sogno, realtà, sogno/fine), il film si svolge in un mondo reale decadente fatto di edilizia ed oggetti industriali, nel quale il protagonista è vittima egli stesso di un disegno intelligente (il ciclo della vita — nel caso sessualità, paternità e responsabilità) che dà scacco alla sua insicurezza/inadeguatezza. Henry è chiuso fra un perfido demone che muove i fili ed una speculare visione quasi-celestiale nella quale trovar rifugio.

Più che uno «stomachevole esercizio di cattivo gusto» è un maniacale surrealismo cinematografico: non è trama che chiama immagini ma è visione che si evince da una labirintica organizzazione di visioni. Un film post-filmico, arte figurativa per qualcuno nel posto sbagliato. Già tutto Lynch, fuori dal suo tempo e già immortale, con un bianco e nero che vuol quasi impedire la possibilità di datarlo ad un'epoca precisa.
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