19/02/2007 | di Alberto Di Felice
*** Al suo primo lavoro negli Stati Uniti, Fritz Lang inscena un lucido apologo morale rispettando i suoi temi usuali. La sua comprensione delle devianze della società che lo ospita è mastodontica, sebbene sia chiaro che essa non è confinabile alla sola realtà americana. Fatto sta che Lang sceglie un periodo, quello immediatamente successivo alla depressione, ed un'ambientazione, la provincia, topici.Parola d'ordine è nascondere per svelare. In un primo momento si crea l'ambiguità necessaria affinché lo spettatore trovi sospetta la situazione del protagonista, Joe Wilson (Spencer Tracy), come la troverà la folla della cittadina. Dopo il primo segmento introduttivo che vede Wilson salutare la fidanzata Katherine (Sylvia Sidney) e riprendere i fratelli con amicizie poco raccomandabili, un flash-forward inframezzato da una lettera ed alcune immagini pone una sfumata distanza col nucleo centrale del film, confondendo le carte.
In seguito, una volta rinchiuso colui che tuttavia sappiamo essere innocente, Lang si focalizza sulle chiacchiere fra donne e dal barbiere, ponendoli in collegamento con politica (il governatore che decide sull'invio della Guardia Nazionale) e la stampa. Quest'ultima, come sempre, giornali e radio, è elemento necessario della allora visionaria analisi del regista. Sono così messi a nudo semplici meccanismi di malformazione della realtà, nascosti nel cieco orgoglio (semplice ipocrisia) nella presunta giustizia di un sistema di valori condivisi, che già da soli sono un linciaggio come quello, fisico, che seguirà.
Peccato solo che il marchio degli studios forzi nel finale ad accorciare verso una affrettata soluzione politicamente corretta.
















