19/02/2007 | di Alberto Di Felice
Dune*** Frank Herbert, lo scomparso papà letterario di Dune, ha detto del film di Lynch: «Comincia come comincia “Dune”, finisce come “Dune” e si sentono i miei dialoghi. Cos'altro potrebbe volere uno scrittore? Anche se ho delle riserve — mi serebbe piaciuto che David Lynch realizzasse la scena del banchetto — mi piace? Sì. Mi piace. Molto». Non è male per un film del quale non piace parlare allo stesso regista.

Parlare di Dune senza dire che è un progetto incompleto è impossibile. Uno script di 130 pagine, avente come materiale di partenza le oltre 500 pagine del romanzo del 1965 (che non ho letto: come sempre sostengo, questa è una fortuna), ha prodotto quattro ore di girato; Lynch sapeva dall'inizio che non avrebbe avuto controllo sul montaggio finale e che la durata si sarebbe dovuta contenere entro le due ore e mezza per le pressioni commerciali degli executive della Universal. Come da lui stesso ammesso, questo è stato l'errore della sua carriera. Eppure, se nell'ultima parte è evidente l'impossibilità di rendere pienamente convincente uno scioglimento al quale si giunge riassumendo tutto o quasi (intuibilmente, questa è la parte che più soffre del rinnegato montaggio), Dune è un film affascinante che si è giustamente guadagnato lo status di mini-cult, nonostante la produzione De Laurentiis apporti un look, compresi gli effetti speciali per la maggior parte ridicoli oggi, che sembra uscito fuori dal Flash Gordon di Hodges di quattro anni prima.

Lynch approccia il genere, che non apprezza in sé, perché vede del potenziale. «Vedevo tonnellate e tonnellate di possibilità per cose che amo, e questa era la struttura nella quale farle». Infatti, per quanto zoppo, nel
le premonizioni di Paul Atreides (Kyle MachLachlan) e nei voice-over Lynch ha inserito in Dune la parte essenziale del suo immaginario, esaltando il lato mistico-onirico rispetto a quello narrativo. Il risultato è un film tutt'altro che da rinnegare: di certo fra gli esperimenti di Lynch è il più incompiuto, ma ha anche uno strano fascino perché ha decisamente il tono del suo autore.
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