26/02/2007 | di Alberto Di Felice
L'assedio*** L'assedio è un film con un forte sottofondo di sessualità e religiosità. O meglio: animismo. Racconta una storia di piccolo respiro usando caratteri su cui indugiare, azioni e simboli da mostrare per evidenziare una conseguenzialità nelle loro azioni. Questa non viene infatti mostrata attraverso gli svolgimenti di trama, ma viene forzata sullo spettatore in virtù di una insistenza su una quotidianità che nella sua nudità non svela motivazioni razionali bensì impulsi.

In una grande casa vicino Piazza di Spagna vivono un solitario pianista inglese, Jason Kinsky (David Thewlis, Poeti dall'inferno), e la sua domestica africana Shandurai (Thandie Newton, Crash). Lei studia medicina e lui dà ormai solo lezioni a dei ragazzini. Non si parlano praticamente mai, almeno non per dirsi cose che vadano oltre la gestione della casa, se non quando Kinsky confessa il suo amore. Lei è già sposata e il marito, l'insegnante visto in apertura, è in prigione nel suo paese.

Le spiegazioni, come le parole, sono frenate con rigore; basta un dialogo per spianare la strada a quel che segue, ed ogni cosa è sottintesa. Kinsky si sbarazza uno per uno di suppellettili, drappi e piano, spogliando completamente la sua casa decadente (vicolo del Bottino 8, un tempo lì abitava D'Annunzio). Per una richiesta, un urlo/promessa fatto in realtà per allontanarlo. Un atto di fede, amore incondizionato. Non con fede ma con un rimorso che si trasformerà in qualcosa di diverso, l'altra risponderà.

Un teorema geometrico sul sacrificio, dove tutti alla fine si sacrificano o sono sacrificati (il marito). Più puro della logica, la sostituisce con un monumento d'intimismo spogliato di tutto.
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