27/02/2007 | di Alberto Di Felice
Vero come la finzione**½ Dopo Stay, Marc Forster (Monster's Ball, Neverland) ritorna in territorio meno accidentato e più gradevole, con una commedia surreale infarcita di belle interpretazioni. Protagonista è Harold Crick (Will Ferrell), agente del fisco dalla metodicità maniacale. Si lava i denti contando le spazzolate, così come conta i passi quando cammina. Un giorno, durante il suo rituale davanti allo specchio, inizia a sentire una voce che descrive tutto quello che fa. Non lo sa, ma è la voce della scrittrice Kay Eiffel (Emma Thompson), che sta scrivendo un libro del quale lui è protagonista. Harold va nel panico quando la voce comunica che a breve morirà. Notando il prezioso lessico adoperato, si rivolge al professore di letteratura Jules Hilbert (Dustin Hoffman), e intanto si innamora di un bel fornaio cui deve controllare i conti, Ana Pascal (Maggie Gyllenhaal).

Scritto dal finora sconosciuto Zach Helm, Vero come la finzione è nel territorio delle pellicole alternative da studios, lo stesso di I Heart Huckabees. Il surreale in questione spinge molto meno la mano rispetto a quest'ultimo, ma mantiene la capacità di attingere brillantemente dai lavori in stile Wes Anderson e Charlie Kaufman per farne prodotti con una propria anima e coerenza. Forse poco più commerciabili, ma senz'altro sinceri.

Sarà anche perché ogni singolo interprete è interamente e teneramente dedicato alla parte. È dai tempi del bellissimo Elf che Farrell dimostra di avere sensibilità e tatto, non solo doti comiche; Maggie Gyllenhaal, splendida e in attesa durante le riprese, è abituata a portar molto ai suoi personaggi anche in film minori; poi ci sono gli stralunati Hoffman (irresistibile, quasi-copia del suo "detective esistenziale" Bernard) e Thompson. Queen Latifah è l'assistente della scrittrice in crisi.
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