03/03/2007 | di Alberto Di Felice
***½ Gardenia blu è uno dei film nei quali Lang muove di più le inquadrature, in stretta combinazione con l'impianto scenografico. Ad un livello puramente di trama è un thriller anche banale, e lo scioglimento con rivelazione non è particolarmente brillante (sceneggiatura di Charles Hoffman da un racconto di Vera Caspary); Lang però apporta immancabilmente i suoi temi ricorrenti e ne fa un grande noir.Con la solita perfetta geometria, Lang trasforma il rimorso di una donna (Anne Baxter) che si crede colpevole pur non ricordando il delitto (la vittima è Raymond Burr) in una riflessione mediatica. Fulcro narrativo è infatti la caccia all'assassino — che è evidente chi sia, o meglio no — e i meccanismi che scopre. È qui esplicita, come lo sarà due anni più tardi nell'enorme Quando la città dorme, la rappresentazione di una stampa che plasma l'attualità e la manovra a proprio consumo, usando cinici mezzi. Nell'occasione c'è un solo reporter, Casey Mayo (Richard Conte), che si adopera tutto da solo per lo scoop, sebbene poi si trasformi quasi in un eroe.
Assolutamente virtuosa è la composizione delle scene, che hanno sempre un chiaro intento espressivo: la casa del delitto con i suoi grandi spazi e le sue ombre, l'andirivieni fra le stanze (e dei punti di ripresa in una stessa stanza) dell'appartamento della protagonista e delle sue amiche (la meravigliosa Ann Sothern e Jeff Donnell). Lang usa anche il suono — qui principalmente le musiche (il tema musicale è cantato da Nat 'King' Cole, che si esibisce nel locale omonimo con uno specchio alle spalle) — e l'insistenza sugli oggetti (fazzoletti, scarpe, telefoni, lettere, grammofoni, dischi) come indispensabili vettori narrativi ricorrenti.
















