12/03/2007 | di Alberto Di Felice

Rocky*** Da ultimo è stato Ron Howard ad insegnarci come gli uomini retti possano riscattarsi tirando a pugni su un ring. Il primo Rocky è doppiamente una storia di trionfo per Sylvester Stallone, che ne ha anche scritto la sceneggiatura e che curerà la regia di quattro dei successivi cinque seguiti, dei quali l'ultimo è il recente Rocky Balboa.

In Rocky c'è il classico trionfo della perseveranza americana, ma non c'è nulla di auto-realizzantesi come giusta ricompensa per il sudore dei liberi e coraggiosi. Al contrario, e a posteriori in modo quasi impressionante, il volto irregolare di Stallone incarna già qui la difficoltà di trovare un posto in una nazione nella quale i sogni costruiti si rivelano finti quando tocca vivere da gente normale; un motivo che sei anni più tardi Rambo avrebbe sviluppato ulteriormente, e potentemente, da una prospettiva più ruvida.

Se la scena più famosa è l'allenamento che si conclude con la scalata dei gradini dell'Art Museum di Philadelphia con “Gonna Fly Now” in sottofondo, il vero momento centrale del film vede Rocky comparare la sua immagine con quella del campione Apollo Creed (Carl Weathers): uno sguardo ai pantaloncini a stelle e strisce di quest'ultimo, e poi ai colori invertiti sui suoi. Un momento che descrive perfettamente la riflessione dimessa che è tutta racchiusa negli atteggiamenti quotidiani del protagonista così come degli altri personaggi —Talia Shire è Adriana; Burt Young è l'amico Paulie.

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