**** «New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata». Woody Allen ama New York, o meglio non ne può fare a meno. Manhattan si apre sulle immagini della città che si sveglia, fino ad andare a dormire sullo sfondo notturno dei fuochi d'artificio e il sottofondo della Rapsodia in blu di Gershwin, con le possibili letture alternative dell'inizio del primo capitolo del libro che il protagonista Isaac (Allen) vuole ma non riesce a scrivere. Sono probabilmente i quattro minuti scarsi più famosi nella filmografia dell'autore, in quello che è certamente il suo film più "bello" da guardare. Manhattan è l'espressione suprema dell'essere innamorato in quella strana isola: è tanto un inno solenne alla sua bellezza quanto è un'amara presa di coscienza della sua immaturità.
La gente a Manhattan partorisce di continuo problemi inutili e nevrotici, per evitare di affrontare i problemi veri. «Per che vale la pena di vivere?», si chiede Isaac: per il viso di Tracy, si risponde senza volerlo fra le altre cose. I pochi secondi che seguono la risposta, prima che si precipiti ad impedirle di partire, dicono tutto. Tracy (Mariel Hemingway) è solo una diciassettenne, una storiella di passaggio; c'è però che è innamorata, ed è la più matura dei due. «Ridiamo tanto insieme, mi importa di te, abbiamo gli stessi interessi, a letto è fantastico...», risponde al quarantaduenne che sta per mollarla in un bar all'uscita da scuola.
Isaac crede di essere innamorato della giornalista spocchiosetta Mary Wilkie (Diane Keaton), ex amante del suo amico Yale (Michael Murphy), e fa di tutto per tenere Tracy lontana. La vita è strana, ma succede sempre così: Isaac finisce per innamorarsi di una donna che detesta visceralmente al primo incontro —blatera distruggendo Bergman, e di riflesso distruggendo lo stesso Isaac come fa la sua seconda ex-moglie bisex (Meryl Streep) nel libro sulla loro relazione. Tracy invece è totalmente dedicata a lui, troppo bella per esser vera. Forse proprio per questo è troppo difficile per Isaac accorgersi del fatto che l'ama.
È il film più "bello" di Allen, dicevo. Il bianco e nero di Gordon Willis fonde il nevrotico ed il vero, abbraccia i lati oscuri ed illumina angoli con tenue luci. Non è importante vedere chi parla mentre parla, nelle stanze di un appartamento o mentre è in macchina; due amici che parlano o due che si scoprono innamorati possono passare dalle luci artificiali al buio più assoluto per poi riapparire. È per l'appunto un bianco e nero nevrotico, spigoloso come la direzione, senza il quale Manhattan non sarebbe così espressivo, "bello".
















