10/04/2007 | di Alberto Di Felice
King ArthurNovità: Artù era mezzo romano e combatteva per la Santa Romana Chiesa dell'Impero. L'idea, spacciata per storicamente corrispondente al vero, è dello sceneggiatore David Franzoni (Amistad, Il gladiatore) per una Jerry Bruckheimer production. King Arthur sarebbe la ricostruzione dello scisma, a seguito del quale, sconfiggendo i Sassoni di Cerdic (Stellan Skarsgård), Artorius diventa Re Artù e i suoi guerrieri venuti dal bassopiano sarmatico i Cavalieri della Tavola Rotonda.

È un film non esente da pregi, specialmente sotto il versante scenico. Antoine Fuqua (Training Day) e il direttore della fotografia Slawomir Idziak (Gattaca, Black Hawk Down) concretizzano la pretesa realtà storica slavando ogni rimasuglio del mito cavalleresco se non i nomi: gli uomini di Artù conservano gli appellativi di Tristano (Mads Mikkelsen, Le mele di Adamo), Lancillotto (Ioan Gruffudd) etc., ma quando tornano a casa trovano poche comodità ad aspettarli. Il look del film è così ghiaioso e sporco, anche le scene di battaglia hanno un'elaborazione non appariscente.

Sul versante delle caratterizzazioni, con la parziale eccezione delle figure di Artù e Ginevra (Keira Knightley) ogni altro personaggio è tratteggiato con poche pennellate sufficienti a raffigurarne la sagoma. Così è per il vescovo Germanius (il nostro Ivano Marescotti) e per Cerdic (
Skarsgård che borbotta sotto la barba), che vestono i panni dei cattivi. Se Artù trae il suo pur minimo spessore dal suo sentimento ugualitario che si fa tema centrale, la Ginevra della Knightley conquista la scena per forza d'immagine e temperamento.

Ma se pregi ci sono, non bastano a convalidare l'insieme: la singola idea estetica ed il barlume di idealismo rimangono mondi a sé stanti, e da soli poco pregnanti. Alla fine non si è detto nulla di più, ma si deve andare avanti con la trama, lo scontro finale, il matrimonio e la chiosa fuori campo finale.
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