10/04/2007 | di Alberto Di Felice
Diario di uno scandalo**½ Quest'anno ci son stati due film dei quali è impossibile dire senza prima parlare delle splendide interpreti. Quindi quando si parla di The Queen di Stephen Frears bisogna partire da Helen Mirren, e quando si parla di Diario di uno scandalo di Richard Eyre bisogna partire dalla dama Judi Dench. Nell'occasione bisogna partire anche dalla sua più giovane spalla Cate Blanchett. In ogni caso, nessuna delle attrici in questione è una sorpresa —non è per caso, come invece è per altre, se ognuna di loro può vantare un Oscar e più di una nomination in carriera.

Diario di uno scandalo è un film tanto letterario (romanzo di Zoe Heller) quanto di regia. Racconta un attaccamento morboso di un'attempata insegnante di un liceo della periferia di Londra (Dench) per una sua collega (Blanchett). La dualità è cristallizzata dall'uso della voce narrante fuori di campo: il diario della protagonista Barbara Covett può esser letto parallelamente e ad arricchimento delle immagini, attraverso le quali ogni sua parola viene trasposta in piccoli particolari (un capello che cade, la schiuma del cappuccino sul labbro) ad amplificare il punto di vista adottato.

Eyre ha già lavorato con la Dench in un film che per molti è già un mini-cult, Iris – Un amore vero. Anche lì aveva a che fare con altri interpreti sopraffini, Jim Broadbent e Kate Winslet. In seguito ha diretto il divertente Stage Beauty, nel quale ancora la resa degli attori era ottima (Claire Danes, Billy Crudup, Rupert Everett, Tom Wilkinson). Quest'ultimo, con i suoi toni farseschi, è il suo film migliore: sia nel sopravvalutato Iris che in Diario di uno scandalo, sulle note del dramma il pur dotato inglese (notevole la gestione dello spazio in gran parte delle scene, oltre alla già citata abilità nel dirigere gli interpreti) mostra più volte un'inutile propensione alla sottolineatura didascalica.

A conferma di ciò, la chiusura è un problema. Eyre e lo sceneggiatore Patrick Marber (
Closer) decidono di chiudere esplicitamente il cerchio, di riempire i piccoli buchi; ma il dialogo con cui lo fanno, oltre ad esser superfluo (chiunque ha già riempito i buchi da sé), abbandona ogni concisione per lasciarsi andare ad un dilatato ammiccamento beffardo, in contrasto con la poca mordace ironia disseminata in precedenza. Tanto da lasciar l'impressione di aver visto una storiella da quattro soldi. Il sintomo di un lavoro nella sostanza freddocontratto e calcolato. Fra gli attori è il caso di non dimenticare l'ancora grande Bill Nighy.
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