26/04/2007 | di Alberto Di Felice

Saw III - L'enigma senza fine** Dopo aver visto il terzo Saw due sono le alternative che si parano di fronte a chi voglia provare a farne un'analisi: prenderlo per quello che è, singolarmente (probabile rimanerne delusi), o allargare al sistematico. Propendendo (doverosamente, direi) per la seconda opzione, io mi trovo in una situazione difficile, avendo giudicato poco soddisfacente il secondo: Saw III mi sembra avere un suo perché, e ripensandoci deve averlo anche Saw II.

La serialità pare essere chiave essenziale di lettura di questi tre lavori. Non è casuale, né è da condannare, il fatto che le ultime due pellicole (e la terza in particolare; attenzione perché il finale di questa è a sua volta un "continua...") abbiano conquistato i caratteri propri (anche visivi e stilistici) di una serie televisiva a puntate. Ogni episodio è un tassello di un'opera generale: più che una puntata di una stagione, una stagione. Nel caso in specie, il fenomeno è quello delle bambole russe: il gioco di Jigsaw, quello che vediamo palese e truculento, copre sempre un fine che l'occhio della vittima e dello spettatore non riesce a vedere. E una volta arrivati a scoprirlo, alla svolta successiva il fine rivelato si dimostra essere in realtà la parte preparatoria di un nuovo gioco con nuove finalità.

Il carattere generale dell'impalcatura è in germe nel fatto che ci sia continuità nei realizzatori. La sceneggiatura di Saw III è infatti di James Wan e Leigh Whannell, co-autori del primo, e la regia è di Darren Lynn Bousman, che aveva diretto e co-sceneggiato con Whannell il secondo.

In Saw III si infrangono per la prima volta le scrupolose ed oneste (per quanto efferate) regole imposte dall'enigmista, sempre per un fine. Quest'ultimo è a sua volta scrupolosamente (per qualcuno, a rotto di collo) collegato a quanto sedimentato in precedenza: l'incastro di flashback che si riallacciano svelando retroscena databili al primo capitolo serve a cacciar dentro alla trappola la nuova vittima, che è quella che lo spettatore non sta guardando.

L'edificio poggia su fondamenta, quindi, su un sostrato che definirei morale nella sua metodicità. C'è però anche il fatto che ad insistere si finisce solo per gironzolare con metodo.

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