*** Il debutto americano di Alfonso Cuarón è una fiaba morale costantemente illuminata da un polverìo di solenni ed abbaglianti luci esterne e dai colori squillanti da queste rischiarati. È una pellicola la cui visione va combinata con Paradiso perduto del '98, ancora più compiuto, che inizia con una voce fuori campo che avverte (spiegando il come di tutto il film) che quello che andremo a vedere non sarà la storia per come davvero è andata, ma per come il protagonista la ricorda.
Identico è il modo in cui bisogna guardare questa pellicola tratta da un romanzo di Frances Hodgson Burnett (autrice de “Il giardino segreto”). Per come appaiono i personaggi che la abitano dev'essere proprio lo sguardo di una bambina a ricrearli per la nostra visione, e con essi la camera che riprende sembra ingigantire gli enormi interni della scuola/collegio di Miss Minchin (Eleanor Bron) e altre volte dei piccoli particolari. È il modo in cui può ricordare questa avventura una bambina (Liesel Matthews, la figlioletta di Harrison Ford in Air Force One) appena sbarcata a New York dall'India, il cui padre (Liam Cunningham, Il vento che accarezza l'erba) parte per la guerra e, le dicono, muore in battaglia.
La fotografia (nominata all'Oscar assieme alle scenografie di Bo Welch e Cheryl Carasik) che è quasi un unico con la regia del messicano —e, si può dire, non potrebbe non essere— del connazionale Emmanuel Lubezki, il cui lavoro è sempre essenziale al testo in Cuarón.
















