12/05/2007 | di Alberto Di Felice

Il terzo uomo***½ Come la Vienna post-guerra era un posto, non diversamente da tanti altri in giro per l'Europa, dove pezzi d'architettura vecchi secoli si ritrovavano fianco a fianco con rovine e un popolo barcamenante, Il terzo uomo accompagna un film noir con un allegro motivetto malandrino. E quando l'uomo (il terzo) che bisogna scoprire chi è compare, ecco che il motivetto (l'unica musica del film, lo zither di Anton Karas) si materializza nella faccia beffarda di Harry Lime (Orson Welles), illuminata dalla luce proveniente dalla finestra prospicente.

Welles rimane nel film per quattro scene e parla (memorabilmente) solo in una, con una presenza tuttavia tanto ingombrante da sottintendere, dato il soggetto coinvolto, che di suo debba averci messo più della faccia e dell'estro recitativo —volente o nolente. Il suo personaggio fa da fantasma evocativo e da bocca della verità di un film di ombre allungate con toni burleschi su uno scenario nel quale, rapacemente, tutto ciò che è stato fatto finirà nel modo più nefasto per tutti.

Perché Lime fa arrivare il suo vecchio amico Holly Martins (Joseph Cotten)? Pensa che, dato che un tempo facevano tutto assieme, la cosa possa essere ancora valida nonostante l'inganno? Si consuma un tradimento incrociato sotto gli occhi di loschi figuri e polizie delle potenze occupanti, fra vicoli notturni e canali fognari. Di mezzo c'è anche Anna (Alida Valli), della quale è importato o importa ad entrambi.

Una pellicola che dà una singolarissima espressione alle ambivalenze di un luogo e di un momento che con l'apporto di una figura come Welles sono potenziate oltre il perfetto lavoro del direttore della fotografia Robert Krasner.

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