14/05/2007 | di Alberto Di Felice

Spider-Man*** Il percorso comincia per l'Uomo Ragno di Raimi con un'unica cosa della quale ci si può lamentare in maniera non troppo velleitaria: gli effetti speciali, i fili esterni invisibili che lo fanno muovere. Il "ragno umano" che inizia a capire come si può saltare e volare da un grattacielo all'altro facendo perno sulle ragnatele auto-prodotte è ancora un modellino di plastica molle poco a suo agio. L'effetto plastica sparirà negli episodi successivi. Ma in fondo —chiarito che, se difetto è, non è comunque difetto di cui curarsi— l'imperfezione può esser letta con raziocinio come esplicante il fatto che siamo solo all'inizio, e che dunque Spider-Man può permettersi di sembrare ed essere impacciatamente gommificato.

D'altronde deve mutarsi nell'eroe, è un work-in-progress, un cantiere inaugurato di fresco. Deve ancora scegliersi un costume, persino un nome —Bruce Campbell gli dà una spintina nella direzione giusta: a suo modo, mutatis mutandis, veglia su di lui in ogni episodio quasi come zia May. Quindi Raimi è piacevolmente costretto ad iniziare facendocelo conoscere (lui e gli altri, lui e loro), dando un'idea di progressione veloce per quanto il più possibile atta a riassumerne i tratti, i semini che germoglieranno in seguito. È un lavoro quindi che è occupato a far le presentazioni, ognuna delle quali è teleologicamente orientata nell'unica direzione di un progetto unitario. Quelli che ci vengon presentati, infatti, non sono che gli inscindibili fantasmi della coscienza di Peter Parker (Tobey Maguire).

Se in quello che c'è da fare è in questo (nel servire principalmente, o forse retrospetticamente, a preparare il terreno) ovviamente di poco divergente rispetto ai seguiti, nulla cambia se si guarda al come, affidato alla stessa successione internamente cadenzante che combina l'azione aerea e quella in corsa con saggezza di zia e romanticismo (Spider-Man è il film con supereroe per innamorati). Il primo contatto con poteri e responsabilità.

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