20/05/2007 | di Alberto Di Felice

Space Cowboys**½ La storia del vecchio testardo o dell'outsider altrettanto testardo che nonostante tutto ce la fa è una costante del caro vecchio Clint. Space Cowboys non appartiene ai grandi film che ha diretto, ma è diretto come sempre, ha le stesse cose da dire, solo in un tono più bonaccione.

Il prologo in bianco e nero nel 1958 è bellissimo. La cosa più immediata che si nota è la somiglianza dell'attore scelto per interpretare Clint da giovane, Toby Stephens (Onegin), che riproduce con gran cura le espressioni (o l'espressione) del nostro. Anche gli altri che poi avranno le facce di Tommy Lee Jones, Donald Sutherland e Chris Garner sono parecchio somiglianti. Il doppiaggio italiano, tutt'altro che scioccamente, decide poi di conservare le stesse voci. Ecco, questo prologo è un perfetto esempio descrittivo della naturale franchezza del suo far cinema: far le cose "semplici", conosciute, "classiche" —come sempre si dice essendoci poco modo di evitarlo. Per chi, come me, abbraccia a piene mani questa poetica, c'è tutto lo spazio del mondo per vedere moltissimo in questo stile asciugato fino all'osso.

Il livello di franchezza è qui particolarmente alto, perché in un film apparentemente poco "impegnato", una scampagnata fra amici, Clint è visivamente tutt'uno con la pellicola, regista-attore, e l'umorismo che ci mette dentro (come sempre) non è cosa diversa da quello che raggiunge nell'insieme. Verrebbe quasi voglia di parlarne come un capolavoro nascosto, altro che film minore.

Perché se è vero che Eastwood stesso la legge in maniera più giocosa, questa storia di riscatto di anziani quasi in stile Cocoon ha tutto l'occorrente per dirsi serissima. C'è tutto l'occorrente (pensare ancora al prologo) per vedere una riflessione assennata e profonda sulle radici delle scelleratezze e delle chimere di Stato, in modo niente affatto meno prezioso dell'ultimo dittico su Iwo Jima.

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