29/05/2007 | di Alberto Di Felice
Tutti pazzi per Mary***½ Dei film dei Farrelly è quello (giustamente) più famoso. I fratellini Bobby e Peter si sono inventati (co-sceneggiando con Ed Decter e John J. Strauss) una screwball perfetta per il degenerato mondo degli anni '90, così diverso dai tempi sbarazzini in cui il dottor David Huxley ne subiva di tutti i colori ad opera della vivacissima Susan e del di lei cucciolo di leopardo.

Del loro Kingpin (1996), Mereghetti scrive: «Un intreccio agrodolce e di ampio respiro ravvivato da sconcertanti gag scatologiche, in cui lacrimuccia e pernacchia non sono in contraddizione. Una visione della realtà, più che goliardica, regressiva e cinica, e una confezione in bilico tra scaltrezza commerciale e anarchia luddista». Una descrizione che si adatta bene al film in oggetto.

C'è una difficilmente ignorabile poesia nel procedimento per cui un ragazzotto sfigato
del Rhode Island (Ben Stiller) si incastra salsicciotto e fagioli nella lampo, e per cui tredici anni dopo due (tre) loschi doppiogiochisti si assiepano attorno alla bella ragazza (Cameron Diaz) che quel giorno il povero Ted stava per scortare fiero al ballo scolastico. Con Tutti pazzi per Mary i Farrelly portano a casa quella commedia "totale", contagiosa e anarchica (ma in realtà ultratradizionalista, volendo persino conservatrice —nel senso buono), che Kevin Smith tenta di riproporre in varie salse (assolutamente da rivalutare l'illuminante Jersey Girl) dai tempi di Clerks, ma con esiti più altalenanti.

È palese come questo film sia un tutt'uno con Io, me & Irene, Amore a prima svista e Fratelli per la pelle, pellicole che non si limitano semplicemente a demolire il politically correct per far satira di costume, ma adottano un metodo che funziona al contrario, normalizza la diversità buttandola in faccia allo spettatore in tutto il suo parossismo. "Regredire" allo stato brado per tornare ad uno "stato virtuoso". Le definirei, senza timore di esagerare, opere che lavorano didatticamente sull'inconscio.
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