29/05/2007 | di Alberto Di Felice
Il cielo sopra Berlino**½ Sospeso tra lirismo e predica, Il cielo sopra Berlino cattura come esperimento visivo. Immagini e sonoro ne sono parti nettamente scindibili, e quello che il film ha da dire lo dice esclusivamente tramite le prime. Con un'estetica, un bianco e nero che credo —senza risultar blasfemo— di poter definire "Nonsolomoda" (fotografia di Henri Alekan), Wenders prende scatti in movimento di una città in un momento paradigmatico, la idealizza come crocevia di anime e della Storia.

È nella Berlino percorsa dal muro che due angeli (Bruno Ganz e Otto Sander) osservano dall'alto e girovagano fra il grigiore delle esistenze umane; eppure sentono il bisogno di tuffarcisi, di sentire. Damiel (Ganz) fa il passo, abbandona le ali perché innamorato di una trapezzista, Marion (Solveig Dommartin).

L'evidenza figurativa viene accompagnata però da flussi di pensiero. La gente che abita la città e che gli angeli vedono senza poter essere visti comunica i propri pensieri, che si accavallano e si mescolano. Così fanno gli angeli. Tutto frutto della mano del drammaturgo carinziano Peter Handke.

Ma anziché aggiungere sfumature al testo, il profluvio insistito di parole appesantisce quasi con saccenteria il film. Si consideri come esempio principe la lettera di Damiel, il "Quando il bambino era bambino" posto in apertura: la sua costante riproposizione non ha un essenziale ruolo espressivo, ad esporre il concetto sarebbe bastata la prima lettura.
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