29/05/2007 | di Alberto Di Felice
Amici miei***½ La supercàzzola come esorcismo, come stile di vita —come esorcismo di uno stile di vita. I quattro amici più uno, toscanacci d'annata, ormai sfioriti ragazzotti compagni di classe cui poc'altro riman da fare se non bighellonare. Il nobile decaduto (Ugo Tognazzi), il giornalista compatito/detestato dalla famiglia (Philippe Noiret, doppiato da Renzo Montagnani), l'architetto che vede la Madonna e deve prendersi a carico cane e domestica (Gastone Moschin), il barista (Duilio Del Prete), il medico con la benda sull'occhio (Adolfo Celi).

«–Ma siamo sicuri che non è uno scherzo? È morto davvero? –Che vuole, che sia morto per finta? –Uh, da lui questo ed altro. –Neanche una lacrimina? –Me le ha già fatte piangere tutte. E poi si piange quando muore qualcuno; ma non è morto nessuno. Cos'era? Niente: non era niente». Il figlio accompagna la madre fuori dalla stanza. «–Oddio... Un granché non è mai stato... –Però a me mi piaceva. –Anche a me. –E a me no? –Ma poi è proprio obbligatorio, essere qualcuno? –Bello quello stronzo del figliolo... –E quella stronza... –Porca puttana, come vorrei che venisse fuori un funeralone da fargli pigliare un colpo a tutti e due a quelli! E migliaia di persone e tutti a piangere! E corone, telegrammi, bande, bandiere, puttane, militari...».

Il film si conclude con un ultimo sberleffo, ma è l'accoramento di questo prefinale a lasciare l'impressione definitiva; più dei giochi verbali e delle gag che l'hanno preceduto. È la liberazione esplicita del dolore trattenuto e disilluso, delle sofferenze che tutti rifuggono, la tregua, la "terapia tapioco".
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