02/06/2007 | di Alberto Di Felice
*** Excalibur di John Boorman è una afrodisiaca rilettura sensoriale del mito di Re Artù. Il livello su cui lavora è quello delle visioni, dell'alito del drago: da queste la trama viene avvolta, i personaggi vengono predestinati. La messa in scena appare dapprima ordinata, divisa quasi a capitoli per episodi sensibili, e poi sempre più nebbiosa e disciolta: predomina nel complesso un fluido di colori contrapposti (grigio, argento, verde, rosso, oro), musica e dialoghi (ma anche scenografie e costumi) usati in funzione espressionista.Attraverso i vari personaggi, dibattuti ma nella sostanza delineati, passa sullo schermo, in questo fiume panteista dalla forte carica sensuale, «la trama del nostro inconscio» (Grazzini). L'arguta figura di Merlino (Nicol Williamson) fa da testimone; dotato di poteri magici e della saggezza ad essi associata, assiste Uther (Gabriel Byrne) e poi Artù (Nigel Terry), rappresentazioni principesche dei dualismi immanenti all'essere umano, senza però poterne pienamente indirizzare l'agire.
Racchiuso in un cerchio dai chiari connotati onirici, il film propone fascinazioni a sbocco principalmente pessimistico. Le battaglie sfociano solo nel sangue, le ossessioni sono una condanna, gli inganni si mescolano con l'onore.
















