02/06/2007 | di Alberto Di Felice
***½ C'è sempre un senso dell'indefinito in Cimino, quel senso di rarefazione di cui solitamente i grandi film hanno bisogno. L'anno del dragone ne segue, dopo cinque anni, un altro che di rarefazione ne aveva avuta tanta da mandare in rovina il suo creatore e la United Artists. Come ne I cancelli del cielo, anche qui c'è l'America della frontiera. Perché l'America, anche se è New York, è tutta frontiera: è tutta Ovest nel quale ricostruire, preservare o sbarazzarsi di un'identità.Stanley White (Mickey Rourke) è di origini polacche; Joey Tai (John Lone, L'ultimo imperatore) è cinese. Uno è un poliziotto, l'altro è un mafioso. Entrambi hanno le idee chiare su quello che vogliono, e a entrambi costerà.
È fin troppo agevole parlare del melting pot presente in questo film: americani, cinesi, tailandesi, neri. Anche solo ambientando un film nella Grande Mela ci si deve fare i conti. Non è parimenti difficile rimarcare come poliziotto e boss siano due facce della stessa medaglia, l'ossessione. Quello che risalta nel film, comunque, è la cupa paranoia delle psicologie, il feeling d'insieme che viene imposto.
Una contrapposizione fra tabula rasa e tradizione, fra legalità e compromesso, fra azione a fin di bene e reazione violenta. Lo sguardo di Cimino è subito lugubre, partecipe di una disfatta che presagisce e anticipa tribolando di continuo; esamina la strada imboccata dal protagonista e i suoi riflessi sugli altri; mai per un attimo lascia che i dialoghi, frutto di una sceneggiatura perfetta (a quattro mani con Oliver Stone, da un romanzo di Robert Daly), scivolino via come insignificanti.
Contrappunto al tutto, un amareggiato lieto fine come l'inno lacerante che chiudeva Il cacciatore.
















