02/06/2007 | di Alberto Di Felice
**** Su The Departed ho letto la recensione definitiva, dell'eccelso Hans Ranalli su "Gli Spietati". Mi ha fatto venire la voglia —o forse il timore, per l'eventualità di aver preso un grosso granchio e doverlo ammettere per primo a me stesso— di riprendere il film, del quale ero stato ciecamente non granché entusiasta alla prima visione al cinema, e di rivederlo; la stessa cosa dovrò fare per The Black Dahlia, citato con la solita precisione e la solita eleganza che caratterizza l'autore della recensione di cui sopra.Solitamente Scorsese, al contrario di DePalma, mi risulta abbastanza ostico pur avendone amato moltissime opere. Ora inizio a cambiare la mia opinione globale su di lui. Penso sia per il fatto (oltre al dato non accessorio che sto "invecchiando": la vecchiaia equivale a saggezza e maturazione, almeno si spera) che col tempo riesco a farmene un quadro meno episodico, inizio a capire da dove parte per scegliere i suoi progetti e quale compenetrazione di motivazioni intime e logiche ci sia dietro.
In questo caso tira fuori dal cassetto il soggetto (ed invero più del soggetto: l'ossatura è sostanzialmente identica) di Infernal Affairs, pellicola hongkonghese di appena quattro anni fa. È forse anche per questo che ero stato poco saggio nel giudicarlo, avendo fresco il ricordo dell'originale, come un lavoro facilmente sbrigato —come, appunto, un remake puro e semplice con appena una spruzzata di folklore del Massachusetts. Al contrario, la sceneggiatura (ottima) di William Monahan smonta l'intreccio e lo ripropone con nuovi nessi: a volte solo chiarendo gli snodi narrativi, a volte rimanipolando cose e situazioni, a volte apportando cambiamenti sostanziali. Si consideri ad esempio il fatto che la psicologa (Vera Farmiga, Running) dell'infiltrato nel clan (Billy, Leonardo DiCaprio) è ora anche la compagna dell'infiltrato nella polizia (Colin, Matt Damon): con questo semplice mutamento si sottolinea in maniera ben più drammatica il legame/barriera fra i due che il montaggio di Thelma Schoonmaker ha subito stabilito essere l'impalcatura sorreggente l'intero film. Il personaggio di Madolyn fa da vero e proprio spartiacque, con per momento centrale la scena dell'addio a Billy fuori dall'edificio dove ha il suo studio.
Ugualmente prezioso è l'aggiustamento dei ruoli nell'apparato di polizia, all'interno del quale si producono conflitti di sistema (irresistibile l'ormai come sempre mattoide Alec Baldwin, che fra le altre cose gioisce avidamente delle leggi anti-terrorismo) totalmente assenti nell'originale. Ma la prima cosa che fa la sceneggiatura è iniziare con il mefistofelico boss Frank Costello (Jack Nicholson), che mentre avanza negli isolati e nei bar di sua proprietà, col volto nascosto dall'ombra, radica da subito il tutto nel sangue.
In breve, il nuovo script è ben più ricco di richiami interni, sia nel micro che nel macro. È qui che Scorsese (sacrosanto quest'anno l'Oscar per la regia: con lui poteva competere solo il rivale di lungo corso Eastwood) ha spazio per rispecchiarsi in Billy, eroe povero romanticamente sconfitto, ennesimo Marty bravo ragazzo che si fa strada tra i pugni nelle strade malfamate del quartiere (e poi della carriera: Hollywood) per restarne fuori. E il topo sullo sfondo del palazzo del potere, dopo che per tutti è finita com'è finita, dice di quelle strade malfamate (ivi comprese quelle d'alto borgo) che ancora devono trovare una loro redenzione. "Heaven holds the faithful departed".
Cast fenomenale: oltre ai già citati, Martin Sheen, Mark Wahlberg e Ray Winstone. Ho già espresso il mio sgomento per il fatto che DiCaprio sia stato nominato per Blood Diamond e non per il film di Scorsese.
















