04/07/2007 | di Alberto Di Felice
Dogma** Si può essere geni e sregolati. Kevin Smith non è sempre riuscito ad esprimere al meglio queste due facce della stessa medaglia. Dogma è un esempio perfetto, il migliore che si possa fare, per dimostrare come le sue intuizioni fra il faceto ed il serio finiscano per imboccare la strada del primo con un po' troppa noncuranza.

Smith pone le prime pietre della costruzione del suo proprio dogma cristiano in maniera perfetta. Due angeli caduti fancazzisti (Matt Damon e Ben Affleck), la statua di un Gesù Compagnone, una missione imposta ad una donna riluttante che lavora in una clinica per aborti (Linda Fiorentino), un Metatron seccato (Alan Rickman), due profeti improbabili (Jason Mewes e Zittino/Smith), agenti demoniaci in cerca di aria condizionata (Jason Lee) e un tredicesimo apostolo nero (Chris Rock). In tutta la sua prima parte, Dogma è insomma l'espressione pura del genio.

Peccato che poi questa sfilata di amiconi si trasformi in un filmetto assemblato per sé stesso e per gli amiconi, con trovatelle episodiche alle quali quello che è ormai diventato un road movie picchiatello si abbandona
con diletto. Così al giusto e gustoso castigo di un consiglio di amministrazione si accompagna una montagna di escrementi messa al tappeto da un deodorante, dissacrante solo se si è buoni.

È chiaro che Smith provoca solo un mutamento della grammatica del sacro, ma non lo abolisce. Tutto il suo cinema è così: Smith si comporta come un giovane che viola gli obblighi per poi capire che hanno un senso. Meglio, è un quarantenne che dice: «Ragazzi, fate pure un po' di sano casino ma ricordate che alla fine ...la mamma è sempre la mamma». Fa un discorso molto vero, da amico; ma è un amico al quale piace ancora troppo cazzeggiare.
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