09/07/2007 | di Alberto Di Felice
**** Film che è mito per tramite dei suoi lutti, presagiti sullo schermo. Dentro e fuori di esso, con i suoi colori e la partitura di Leonard Rosenman, carichi di malessere, Gioventù bruciata smette quasi di essere un film, è direttamente un'espressione tragica, stilizzata nella sua ricerca di vitalità negata, di un'era nella quale le sfumature venivano sommerse e sottintese.I tre protagonisti (Sal Mineo e Nathalie Wood non lo sono meno del mito James Dean, morto all'incirca un mese prima dell'uscita) non hanno famiglia o non vi trovano una causa (Rebel Without a Cause è il titolo originale). Judy (Wood) si sente odiata dal padre; John (Mineo) ha i genitori separati e la madre è via; Jim (Dean) si trasferisce con i suoi, che lo viziano, di città in città, e beve. «Mi avete rotto i timpani!» è la sua reazione alle voci dei genitori. «Nessuno può aiutarmi» dice John/Plato alla governante di colore (Marietta Canty) che è l'unica ad esser rimasta a casa nel giorno del suo compleanno.
Vengono messi subito in contatto nella stazione di polizia dove vengono portati, dopo che sono scappati dalle rispettive case la notte di Pasqua. È fra di loro che il film crea una tensione nella quale le doppiezze nascoste del tranquillo sobborgo losangelino si esprimono. Le risse e le corse in macchina sono una premessa utile solo a farli tornare al planetario dove il film si concluderà.
I dialoghi ed i rapporti fra i tre, e fra ognuno di loro ed i genitori (o l'assenza di questi), hanno costantemente una natura elusiva, equivoca. Si pensi alla sessualità repressa fra figlia e padre, o all'istinto sottostante la relazione fra Plato e Jim. È questa natura, trasfigurata in una messa in scena di rigorosa ampiezza drammatica, che dà alla pellicola una forza figurativa ed espressiva unica.
















