11/07/2007 | di Alberto Di Felice
**½ Era il periodo dell'Altman de I protagonisti (un anno prima) e di Prêt-à-Porter (un anno dopo). A mio avviso non era il periodo del miglior Altman. Riguardando America oggi dopo che altri ne hanno imitato lo stampo (da Magnolia a Crash alla trilogia di Iñárritu; ma è d'obbligo risalire a Nashville, d'altri tempi) si ha l'impressione magari distorta che questi affreschi odierni, in vario modo "morali", di un'umanità che si intreccia guidata dal caso rivelatore finiscano tutti per assomigliarsi.Altman ha certo il merito di avere uno stile tutto suo, e guardando solo al suo modo di piazzare la camera sull'azione è quasi impossibile distinguere, per rimanere a quelli citati, America oggi dagli altri due. Però, andando al sodo, ossia a ciò su cui si focalizza e ciò a cui arriva, non ha particolare pregnanza rispetto ai "concorrenti".
Questo sciame di mosche della frutta appare anzi più cerebrale e meno carnale di altri. Mi sento di dire, in breve, che il reverse engineering sul modello ha prodotto cose più arcigne: l'Happiness di Solondz, ad esempio, o La sicurezza degli oggetti della Troche.
















