12/07/2007 | di Alberto Di Felice
**** Ogni regista è un "Peeping Tom" (titolo originale), accecato dall'apparizione che peccaminosamente cattura nel suo obiettivo. Ogni atto di ripresa è qualcosa di proibito; la tentazione, l'impulso di far scorrere la pellicola oltrepassa la linea del divieto di posare gli occhi sull'ammaliante nudità di Lady Godiva. Il "Peeping Tom" della leggenda anglosassone, per di più, è un sarto: il cinema non è forse arte (fra l'altro e anzi prima di tutto) di taglia e cuci, ossia di montaggio?Il film di Michael Powell è un cimento di estrema tensione nell'intessere un'accesa e lucida riflessione sul linguaggio cinematografico, sulla visione come atto violento ed irresistibile, come ripresa e assieme proiezione dell'io. Assieme ragiona dalla parte di chi lo fa e di chi lo guarda, perché il primo spettatore è il regista stesso.
L'alter ego Mark Lewis (l'austriaco Carl Boehm) nasconde significativamente i segreti che ogni narratore deve avere per poterne far partecipi gli astanti. Il film è una completa messa in svelamento di queste profondità recondite, come appunto ogni film è (dovrebbe essere) svelamento, tramite di un'idea di sé e del mondo. L'idea si forma progressivamente, prende coscienza di sé per prima e si palesa secondo una trama, intesa non come semplice storia ma come struttura in spiegamento.
L'occhio che uccide è un saggio di psicanalisi sul procedimento catartico che è la visione.
















