17/08/2007 | di Alberto Di Felice
Hostage*** Ottime cose nel film del francese Florent Emilio Siri, arrivato a Hollywood dopo il successo del suo Nido di vespe a dirigere, oltre a questo, il videogioco "Splinter Cell". Più che un videogioco, Hostage ha un fare da fumetto che si materializza già dai pregevoli titoli di testa. In questo ed altro è un film che fa il pari con la sorpresa della scorsa stagione Running (che si concludeva specularmente con una lunga striscia di comic sui titoli di coda che ne riassumeva la trama) nel virare con intuizione le possibilità offerte dalla computer grafica verso lo sviluppo del genere thriller.

Con un copione dall'abilissimo spunto ma che fa anche un po' d'acqua in alcuni passaggi —di Doug Richardson (Bad Boys), dal romanzo di Robert Crais (sceneggiatore di svariate serie, fra le quali Miami Vice)—, Siri maneggia la sua camera come costantemente appesa ad un filo, come se l'occhio che riprende non fosse costretto dalla fisicità e potesse librarsi e muovere gli oggetti a piacimento (si pensi alla sequenza nella quale la macchina dei ragazzi segue quella della famiglia Smith nella sua villa; o all'ambulanza nel finale che viene congelata in corsa mentre la camera continua il suo percorso ricongiungendosi al rosso cielo del fumetto).

Siri definisce ambiti geometrici dalla precisa connotazione: dov'è Jeff Talley (Bruce Willis, produttore, nel ruolo da Bruce Willis) rivampa l'afflizione (le sue due corse verso le case con ostaggi; i suoi impeti d'ira; le sue attese al telefono; i suoi flashback virtuali nel bianco dello schermo), nella casa l'instabilità dei ragazzi (Jonathan Tucker e Ben Foster da segnalare) assomma infine ad un falò che ne conclude la parabola nichilistica. Nel sottolineare questo flusso, la partitura di Alexandre Desplat è degna di un Bernard Herrmann.
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