24/08/2007 | di Alberto Di Felice
Gilda***½ Oltre ad alcuni lineamenti tipici (struttura narrativa labirintica, composizione e luce in funzione espressionista, un'iconografia hard-boiled, etc), il noir è caratterizzato da una certa ansietà, che ne costituisce la problematica inespressa, circa l'esistenza e la definizione di mascolinità e normalità. Il noir divide il mondo fra ciò che è conosciuto dal punto di vista dell'eroe/narratore e ciò che non lo è: le donne nel noir sono prima di tutto sfuggenti, ed è questa loro sfuggevolezza (e il loro fascino) che le rende fatali. In questo contesto, ogni film che renda conoscibile la femme fatale non nel modo in cui la conosce l'eroe si rende problematico: una volta che la donna non è più un'incognita, l'inadeguatezza finora nascosta dell'eroe viene scoperta. Questo è quello che succede in Gilda.

Nonostante il rispetto delle convenzioni (a partire dal voice-over), non è facile identificarsi con Johnny (Glenn Ford) come l'eroe o sostenere la sua descrizione di Gilda (Rita Hayworth). Ci dice che è superstiziosa, che è spaventata, che è promiscua, ma vediamo poche prove a supporto. Dopo il loro matrimonio, quando lei lo supplica, lui descrive il momento come «meraviglioso», ma a questo punto non siamo sicuri di condividere la sua reazione all'umiliazione di lei. Questo in parte per la sua strana posizione in relazione a Gilda e all'altro personaggio principale, Ballin (George Macready); in parte perché Gilda è la Hayworth.

Malgrado il posizionamento tradizionale di Gilda come fattore sconosciuto e pericoloso per il destino del protagonista, al personaggio vengon dati un'autonomia, un esserci per sé —e non solo per l'eroe— che solitamente sono riservati agli uomini. Il carisma da star della Hayworth sfida apertamente il ruolo maschile, rende la sessualità femminile oggetto attivo.
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