25/08/2007 | di Alberto Di Felice
*** È dal bellissimo (e non apprezzato come meriterebbe) Man on the Moon di Forman che non vedevo un film biografico così "ispirato". In Italia American Splendor non è uscito forse perché, come dicono in molti, è troppo culturalmente radicato (i fumetti omonimi non sono neanche stati pubblicati da noi); ma in realtà non riesco a trovare un solo motivo (che gli Italiani non conoscono Letterman? Andiamo...) per giustificare questa lacuna della nostra distribuzione.Premio della giuria al Sundance, script (dei registi Shari Springer Berman e Robert Pulcini) nominato agli Oscar, il film racconta la vita di Harvey Pekar (Paul Giamatti), sceneggiatore (ma non disegnatore) di fumetti sulla sua esistenza, normalissima fino al deprimente, da sfigato che lavora nell'archivio di un ospedale.
Come Man on the Moon, American Splendor riesce a restituire colui cui rende tributo in maniera fedele alla sua figura, che è quello che si propone il classico biopic, e di più. Giamatti —come Carrey— è, si sa, un caratterista impagabile, e ha anche il physique du rôle; Hope Davis (la moglie Joyce, The Weather Man) è una splendida attrice.
Il film di Forman elevava nel poetico (sfociando nel fantastico) la sregolata arte trasformista di Andy Kaufman; quello di Berman/Pulcini non ha un genio ma un ordinario brontolone d'artista, e il suo universo, da celebrare. Il film lo sublima moltiplicando la sua natura (i registi vengono dal documentario), così che il vero Pekar narra in voice-over e viene intervistato, Giamatti dialoga col fumetto, le strisce vengono accostate alla riproduzione, Giamatti esce dal camerino del Late Night e va sullo schermo col vero Letterman da vero Pekar, che poi in un'altra scena vengono risostituiti dagli attori. Un patchwork che celebra l'arte di una vita (nelle sue varie accezioni e disturbi compulsivi) anziché una vita.
















