26/08/2007 | di Alberto Di Felice
**½ Che Hard Candy abbia perplesso e spaventato lo si vede già dal fatto che dopo la proiezione a Park City nel 2005 sono dovuti passare quindici mesi prima del salto nelle sale statunitensi. Ora che più di un anno è passato dall'uscita americana, la pellicola del britannico David Slade non sembra proprio voler vedere la luce nel nostro paese. Il film è di quelli tosti, un incubo ancestrale cui gettarsi in pasto con la premessa che verremo fagocitati e saremo confusi. Il suo fare è tortuoso e sibillino, tant'è che si è prestato a svariate critiche, a detta delle quali sarebbe un film che gioca sporco, subdolo, ipocrita.Roger Ebert, cui è piaciuto, scrive: «Eppure, cosa succede di preciso? Ed è in qualche modo chiaro come sembra? Forse Ellen ricava del piacere dalla situazione che ha creato per Jeff? I pervertiti sono due?». La mia idea è che l'ambivalenza del personaggio Ellen (Ellen Page, X-Men: conflitto finale) rafforzi le ombre che il film allunga sullo spettatore: necessariamente deve intimorirlo e farlo vacillare. Mi sembra infatti evidente che leggere la pellicola esclusivamente in riferimento alla tematica pedofila porta a travisarne in una certa maniera il funzionamento, focalizzando l'attenzione sulle motivazioni attuali degli attori in gioco.
Senza dettagli che ci aiutino a scoprire chi sia in realtà —di fatto la conosciamo come la conosce il protagonista maschile, interpretato da Patrick Wilson (Angels in America)—, Ellen è un angelo vendicatore, un giustiziere. Ma il suo carattere distorce la divisione fra buono e cattivo: durante lo svolgimento siamo condotti dapprima a dubitare della colpevolezza di Jeff, poi proviamo compassione per lui e siamo portati persino a capirlo in un qualche modo (la confessione infantile). Di Ellen, viceversa, non sappiamo nulla: il giustiziere mente, sembra quasi fabbricato, diabolico piuttosto che giusto.
Tutto questo può far pensare ad un'operazione di normalizzazione, umanizzazione del mostro; un'espressione totalmente mendace, dato che sottointende un processo manicheo, una reazione subconscia di alienazione del male. Ma il male germoglia in sfumature di normalità e candore, e nessuno ne è al riparo, né la condanna è inflitta senza colpa. L'obiettivo della "normalizzazione" è intrufolarsi in queste ombre, porsi in stallo sul loro bisbigliante confine. Tuffandosi in entrambi gli oceani, Hard Candy si interessa così sia all'innocenza delle tenebre sia alla perversione manipolativa della luce. Dietro le azioni e reazioni dei due protagonisti non sembra esserci tanto una battaglia di psicologie ma interrogativi sul nostro delitto, sulla nostra colpa e la nostra purezza.
















