26/08/2007 | di Alberto Di Felice
** Sapendo che c'è uno Shrek 4 in arrivo nel 2010 mi pare difficile argomentare che, oltre i personaggi fatti di pixel, ci sia qualcosa che renda l'orco verde diverso da una qualsiasi serie demenziale. Per prendere quella che ci è più prossima, ovvero gli Scary Movie, che con l'arrivo di Zucker alla regia hanno trovato nuova linfa vitale, Shrek anzi dimostra ad ogni puntata che, al di là della finta aria di rottura, le cartucce ed il genio comico sottostanti sono parecchio debolucci. Non so voi, ma la scena della vestizione seguita dalla grattata di sedere mi ha messo tristezza.Se Shrek 2 reinventava un regno mitteleuropeo in salsa Hollywood, Shrek 3 perde anche questa facciata di irriverenza e può solo giocare con i personaggi. Spero per il quarto si inventino una rivoluzione come ha fatto il Zucker di cui sopra, perché ormai le caratterizzazioni che vengono fornite sono piatte ogni oltre descrizione, le dinamiche del ribaltamento palesi.
Certo c'è spazio per una riflessione linguistica su questo carrozzone, dalla quale non si può a questo punto escludere la sua natura seriale, ma il terzo capitolo dimostra che lo spazio non è poi molto vasto. Anche perché qualsiasi riflessione deve fare i conti con due fatti: Shrek deve far ridere, e Shrek è un film per famiglie. Sul primo versante ho già detto; sul secondo c'è da dire quello che spesso si dice dei ribelli, ovvero che prima o poi si calmano. Shrek ha impiegato poco tempo a calmarsi, e di fatti rifila le solite morali sulla famiglia (Shrek diventa adulto e papà, e ovviamente ha paura) e sul trovare il buono che c'è in sé. Lo so, lo so: non è mica un male. Rivela solo che lo spirito di rottura cui ci si appiglia per la riflessione linguistica è sempre stato condizionato ad un ritorno nei ranghi.
















