10/09/2007 | di Alberto Di Felice
Angoscia***½ Rifacimento di una pellicola inglese di Thorold Dickinson del 1938 (che non ho visto), Angoscia di Cukor è un melodramma gotico-vittoriano in cui un gioco freudiano si sviluppa a livelli multipli con eccellenti rimandi fra personaggi ed identità, ma soprattutto attraverso il potere subconscio di svelamento simboleggiato da luoghi ed oggetti.

Ai tempi fu pubblicizzato come "the strange drama of a captive sweetheart", o come "the strange story of an international criminal's love for a great beauty". L'ultima descrizione è la migliore. Il film infatti non è tanto la descrizione dell'angoscia di Paula (Ingrid Bergman) imprigionata dalla società maschilista del tempo nell'opprimente atmosfera della casa dove, quando era ragazzina, sua zia è stata assassinata: è principalmente il perseguimento di un'ossessione di dominazione tutta maschile, esposta in tutta la sua debolezza.

Gregory Anton (Charles Boyer) è di fatti un uomo che, sotto il pieno controllo che esercita sulla casa e sulla moglie, mostra atteggiamenti (anche fisici) da prima donna in cerca di vendetta; non a caso la prima cosa che vuole eliminare dagli occhi di Paula (dai suoi, in realtà) è il ritratto di Alice Alquist, la donna che anni prima non è riuscito a dominare, ma soprattutto donna alla quale lui era inferiore per talento e fama.

L'echeggiamento di questa psicosi è significato dai collegamenti subliminali (e non poco ironici: Anton è alla ricerca dei "gioielli") fra oggetti; importante anche la dimensione spaziale, che sembra ricostruire i livelli della psiche nei piani della dimora degli Anton. Pezzi di bravura dai due protagonisti; fra i secondari ci sono la cameriera Angela Lansbury ed il detective Joseph Cotten.
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