10/09/2007 | di Alberto Di Felice
***½ Troppo spesso si parla del "mondo" di questo o quel regista, intendendo con "mondo" la sua poetica. Nel caso di John Waters, la cui opera è a tutti gli effetti un universo di freak più o meno brutti (o più o meno belli, questione di prospettiva estetica), non è solo dare aria all'ugola. La sua poetica è un pindarico consorzio umano, è fatta di "creature" partorite da una mente infantile meravigliosamente deviante. Dovendo accostargli il mondo di qualcun altro, non avrei esitazioni nello scegliere il nome di Tim Burton. Guarda caso, nel 1990 Johnny Depp era Edward per l'uno e Cry-Baby per l'altro.Hairspray, colorato anni '60 come le villettine del Burton di Edward mani di forbice, è pieno di Pee-wee e Beetlejuice. Questi personaggi e il loro cosmo sono il film, gli danno i suoi significati già in via preliminare, prima che ci sia anche una trama. Come recita la geniale tagline, questo è il regno degli "hair-dos" e degli "hair-don'ts", degli inseriti e degli outcast. In questo mondo dei sogni possiamo evadere (nel caso, letteralmente) dalle sbarre dietro cui i primi rinchiudono i secondi.
Tracy Turnblad (Ricki Lake) viene rinchiusa in carcere perché crede nel motto "Segregation never, integration now". La sua migliore amica Penny (Leslie Ann Powers) viene barricata in casa perché innamorata di un nero. Come la madre di Nancy in Nightmare, la bella Baltimore decide di piazzare catenacci e rinchiudersi nel suo bunker anziché esaminare la pazzia ed i paradossi (il "cattivo gusto") della propria società cosparsa di brillantina. Ci sono sempre le canzoni e c'è sempre la brillantina, ma rispetto a Grease è un'altra cosa.
















