11/09/2007 | di Alberto Di Felice
Lettera da una sconosciuta
Sulla doppia narrazione

Nel suo pregevolissimo “Sexual Politics and Narrative Film”, Robin Wood parla della "doppia narrazione" nel capolavoro di Ophüls. C'è un parziale conflitto, nelle sfumature, in come Lisa (Joan Fontaine) racconta la storia e come Ophüls ce la fa vedere. Il suo momento iniziale è sulla frase di Lisa che introduce il flashback («Io credo che ognuno di noi nasca due volte: il giorno in cui viene al mondo e quando prende coscienza della vita»), a metà della quale l'operaio che sta scaricando l'arpa di Stefan Brand (Louis Jourdan) produce accidentalmente un suono stridente con le corde.

Wood scrive:

Non c'è dubbio circa l'impegno compassionevole di Ophüls verso Lisa ed il suo romanticismo, né della comunicazione di quell'impegno allo spettatore: Lisa, dall'inizio della narrazione, è e rimane la presenza dominante del film e la nostra principale figura di identificazione. Eppure questa identificazione è costantemente qualificata —o contrapposta— da un distacco ironico. Noi crediamo, accettiamo, condividiamo tutto quello che Lisa ci dice, tutto quello che le succede. Ma siamo continuamente a conoscenza di tanto che non ci dice, e di cui spesso (presumiamo) non si rende conto: tutto quello, nello specifico, che potrebbe minacciare il predominio della sua visione romantica, mettendola in discussione.

L'esempio più significativo di questo meccanismo-chiave è la coppia di inquadrature delle scale, dallo stesso punto e con lo stesso movimento, che vedono Stefan tornare a casa: la prima volta con una delle sue tante conquiste, mentre Lisa li guarda, e la seconda con Lisa.

Essenzialmente, il romanticismo di Lisa rappresenta un rifiuto istintivo di vivere dentro ed essere legata dalle costrizioni di classe e di genere; in quanto tale, è rivoluzionario. Raggiunge grandezza e nobiltà perché rigetta totalmente la subordinazione scritta e sancita delle donne al privilegio patriarcale, e perché facendolo al contempo trascende e rigetta l'opposisione moglie/sgualdrina della cultura patriarcale. Eppure una condizione di quella trascendenza è che la fantasia romantica è per definizione incapace di essere appagata, e conduce inevitabilmente alla distruzione o auto-distruzione. È il suo rigoroso esame di questo dilemma —irrisolvibile, dentro il contesto sociale descritto, se non nella morte— che eleva il film al livello della tragedia.

Questa sua tragicità non ci renderebbe tanto partecipi se l'oggetto del pensiero di Lisa, Stefan, non fosse a lei esistenzialmente e specularmente congiunto. Ellitticamente la narrazione ce lo fa vedere sempre più in preda ad una disperazione della quale, al contrario di Lisa, non riconosce l'origine.


Lettera da una sconosciuta #2
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