13/09/2007 | di Alberto Di Felice
Cannibal Tours*** Un gruppo di turisti tedeschi, italiani ed americani risale il fiume Sepik in Papua Nuova Guinea per visitare i villaggi dei nativi. Il tour di cannibali di Dennis O'Rourke è un documentario etnografico che lavora al contrario: quello che si ricava non sono dati circa i "primitivi", ma un'interpretazione della cultura degli "sviluppati". Il titolo sottolinea l'ironico sottotesto della pellicola, che abbina costantemente interviste ai turisti a quelle agli abitanti dei villaggi, foto dei primi colonizzatori e macchine fotografiche dei nuovi, un quartetto di Mozart ed un concerto Iatmul. Per i turisti la visione dei primitivi serenamente in simbiosi con la natura convive con una fascinazione per pratiche come quelle del cannibalismo ormai scomparse, ma i veri cannibali sono loro.

O'Rourke non interviene con una narrazione fuori campo, la sua voce si inserisce solo nelle interviste da dietro la camera. Il film lavora ad un tempo sull'immedesimazione dello sguardo e sulla sua decostruzione, imponendosi anche come riflessione sulla sua stessa natura. In una delle prime sequenze, un turista tedesco dà al regista la sua macchina fotografica: la mano di O'Rourke sbuca da dietro la camera ad afferrarla, portando dentro il campo la figura dell'osservatore/spettatore.

Dopo un po' che si alternano le interviste a turisti e locali, più vediamo foto scattate e più diventa evidente che lo sguardo ossessivo della camera si interroga in realtà sui primi. O'Rourke inquadra prima il "primitivo" che viene fotografato, da dietro la "sviluppata" che lo fotografa, poi taglia su di lei, poi infine torna alla precedente inquadratura. In un'altra occasione vediamo un "primitivo" in mezzo primo piano: quando O'Rourke gli chiede come si sente ad esser fotografato, sullo sfondo compare una donna con la sua arma da turista.

Un vecchio Iatmul intervistato racconta che all'arrivo dei conquistatori i suoi nonni pensavano che i loro defunti antenati fossero tornati, trasformati nella pelle; ora racconta che la sua gente descrive così anche i turisti, sebbene sappia perfettamente chi sono. Nelle ultime scene, alcuni turisti si fanno dipingere la faccia con le stesse decorazioni usate sui teschi, e ballano imitando danze locali. Li vediamo in ralenti, con un irreale Mozart in sottofondo. È la conclusione, come dice lo stesso autore, "estatica" di un viaggio "metafisico". Una «danza della morte» sulle «ragioni (per lo più non considerate o travisate) per cui gente "civilizzata" vuole incontrare il "primitivo"».
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