13/09/2007 | di Alberto Di Felice
Carrie, lo sguardo di Satana
Dell'immedesimazione e del test del tempo

Ho rimandato la scrittura di questo post per molto tempo, dopo che tre settimane fa ho rivisto, per la prima volta in una sala, quello che ancora oggi giudico il mio film preferito. La prima volta che ho visto Carrie frequentavo le medie, e il suo effetto su di me, al contrario di altri film che "in gioventù" sembrano meravigliosi per poi rivelarsi vuoti (o peggio pericolosi) quando si è più formati come persone e come spettatori, è intatto. Intendendo il cinema come esperienza strettamente personale, dimensione in ultimo inscindibile nei giudizi di merito, Carrie è per me il film che più di ogni altro attraversa il tragico. Forse perché da piccolo sono stato anch'io bersaglio dei compagni a scuola, in anni che rimangono per sempre parte del subconscio. Sono perfettamente consapevole che questo attaccamento personale gioca un ruolo non secondario nel farmi giudicare Carrie fra i drammi, prima che fra gli horror, più traumatizzanti mai realizzati. Tuttavia difenderei questa mia posizione fino allo stremo: per me, Carrie è a tutti gli effetti un capolavoro. Non solo un "buon film".

Pur con meno entusiasmo, è lo stesso che farei nel caso di un'altra pellicola più recente, che viene solitamente rigettata, o in toto come fenomeno modaiolo e di riciclo spinto, o come un apprezzabile tentativo che più di tanto non fa: Donnie Darko. Le differenze sono enormi, se non per alcuni tratti che li accomunano significativamente a film come Il giardino delle vergini suicide della Coppola e Picnic ad Hanging Rock di Weir, che anche occupano un posto speciale nel mio cuore di amante del cinema. Due sono i più evidenti.

Il primo è il fatto di dipingere, non in termini realistici ma in varie gradazioni deformati, un "mondo pazzo". Carrie è un film malinconico e disperato perché assolutizza (senza eliminare le sfumature) un universo interiore costretto da un ambiente opprimente, in cui le istituzioni della famiglia e della scuola sono i colpevoli. Mrs. Farmer (Beth Grant), l'insegnante di Donnie Darko che seguendo il guru Jim Cunningham (Patrick Swayze) vorrebbe costringere i suoi alunni a scegliere fra "paura" e "amore" in una linea immaginaria, accecando e intorpidendo i loro sentimenti, è un personaggio estremo come la madre di Carrie (Piper Laurie), che vorrebbe reprimere nella bigotta preghiera la sessualità della figlia. I luoghi di educazione sono incapaci ed in ultimo impotenti, indottrinano ed istigano anziché comprendere per insegnare.

Il secondo è la necessaria conclusione fatale. Ogni momento ed occasione che sembrano mettere ordine e procurare un senso rassicurante all'interno del mondo malato sono destinati a crollare, reiterando la predestinazione luttuosa. In ognuno dei film citati c'è una estensione sovraumana, la cui natura si può vestire di metafisico, di demoniaco, di fantascientifico. Ma prima di essere qualificata è soprattutto spleen esistenziale. In Carrie la telecinesi non diventa mai ciò che spiega, né c'è particolare interesse nel descriverla. L'unico riferimento diretto è quando Carrie, prima che Tommy Ross (William Katt, Un mercoledì da leoni) le chieda di andare con lui al ballo, legge in biblioteca. Né la sua coincidenza con il primo ciclo mestruale dipinge Carrie come una strega; semmai sancisce (nella splendida apertura, come il lunghissimo prefinale, decisamente depalmiana) il soffocamento della protagonista, rivela la sua irrimediabilità ed i conflitti latenti da cui è generata. Il sangue di Carrie rappresenta l'esplosione quasi apocalittica di un desiderio frustrato di parlare.

Che questo desiderio debba continuare a rimanere represso, soprattutto dopo l'illusione di un cambiamento, è una premessa del dramma. De Palma e la sceneggiatura di Lawrence Cohen ci avvicinano all'epilogo raggiungendo nella prima parte un equilibrio rarefatto fra l'assolutizzazione del male che è esterno a Carrie ed il bene che potrebbe aiutarla. Se la scuola è quella del preside (Stefan Gierasch) che non riconosce neanche la sua presenza continuando a chiamarla Cassie, è anche la scuola di Miss Collins (Betty Buckley) che subentra come madre ideale putativa che le corre in soccorso; se le compagne meschine sono quelle di Chris (Nancy Allen), Sue (Amy Irving) si sente in colpa per esser stata fra di loro e chiede con spirito autentico al suo ragazzo Tommy di portare Carrie al ballo. Quando Chris confessa a Billy (John Travolta) «Io odio Carrie White», la sospensione dalla nostra coscienza della tragedia viene assediata. Appunto per questo continuiamo a tifare totalmente per Carrie, per poi dover affrontare, dopo aver visto la sua felicità con Tommy, la coreografia —tutto del finale, specialmente del ballo, è splendido: la gioia precaria, lo split screen come gli occhi spalancati della rabbia giovane, la musica-contrappunto di Pino Donaggio, lo shock finale— che porta alla tragedia.

Poiché De Palma impiega una grande varietà di scelte ed una grande quantità di tempo ed insiste sui dettagli (su tutti la corda fra le mani di Chris, ossessivamente in tensione) di quello che già presagiamo dalla nostra prospettiva privilegiata sulla scena, l'immedesimazione con Carrie è acuta, e rende gli eventi brutali: incisivamente, non vediamo con i suoi occhi ma vediamo vicino al suo corpo, dietro le sue spalle, vorremmo avvertirla. Viviamo in uno stato transitorio, per molti versi simile a quello di Sue; ma al contrario di lei, che solo quando arriva in palestra scopre Chris e Billy sotto il palco, sappiamo già. Il suo gesto di andare quasi a prenderli dietro le scale è un'estensione del nostro, un'ultima chance per evitare il previsto; ma la coreografia di De Palma, costantemente andante fra un'aria di felicità interna ed un disaccordo greve (entrambi in ralenti, con le musiche ad imporre significato), aumenta il senso di angoscia e paralisi.

L'esperienza di vedere il film in una sala piena di studenti per lo più diciottenni è stata illuminante. Le reazioni del pubblico seguivano fedelmente quello che il film richiedeva: ogni risata era al posto giusto, ogni silenzio incredulo anche. Lo spavento finale, che io attendevo come ultima catarsi in assoluta calma, ha fatto egregiamente il suo effetto. Non era mai successo nelle settimane precedenti, in cui James Stewart che cadeva dallo sgabello fra le braccia di Barbara Bel Geddes in Vertigo suscitava (con qualche indignazione da parte mia) un'ilarità indescrivibile (che la risata, o meglio un sorriso, fosse in un certo senso appropriata, a sottolineare la figura "materna" di Midge, non è il punto: per chi rideva la caduta era semplicemente ridicola, perché oggi l'avrebbero fatta meglio). Vi ho trovato conforto nella mia convinzione che Carrie ha la natura durevole e profonda del capolavoro: scoprire che è ancora in grado di passare il test dei diciottenni oggi, per quel che vale, è stato per me una grande gioia.
archiviato in: analisi
commenti (1)(popup) | commenti (1)
Commenti
#1   16 Ottobre 2007 - 01:55
 
Il migliore lavoro di King. Anch'io amo Carrie. Bellissimo il film, il libro però è insuperabile.
Il personaggio della madre, poi... oh, so che non ho bisogno di commentare, vero?
ciao!
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente davidetolublog

Commenti