14/09/2007 | di Alberto Di Felice
Sunshine #1
It is an Oxbridge thing

Sunshine #2
Di fronte a Sunshine di Danny Boyle sembra non esserci argomento che possa far ordine, nessun terreno di mezzo. Un film che parlerebbe, a detta degli estimatori, di tutto: dei «limiti, fisici e psicologici dell'essere umano e della natura in generale, del contatto con l'estremo, con l'assoluto materiale (il Sole o la glaciazione cosmica) e con quello intimo, spirituale (il rapporto con Dio), rappresentando, come in una costante sfida a se stesso ed allo spettatore, i passi successivi che portano dal Tutto al Nulla». Questo secondo il mio amico Emanuele Rauco. Quello che io definisco "dar troppo credito".

La mia recensione all'uscita era di tenore ben contrario, ma dopo tutto il parlare mi era venuto il sospetto di essermi perso qualcosa. La seconda visione ha chiarito ancora, col supporto del commento al dvd di Boyle, perché questo film è un fallimento.

Nel momento conclusivo del doppio finale —il secondo dei quali starebbe a rappresentare la risoluzione filosofico-metafisica nella testa di Capa (Cillian Murphy), opposta alla vera detonazione—, quando Capa tocca idealmente il Sole chiuso fra il potere della natura (la nostra stella, Dio) e quello della scienza (la bomba), il bianco avvolge lo schermo per farci tornare sulla Terra dove la sua famiglia a Sydney (che apprendo essere Stoccolma con l'Opera House aggiunta digitalmente) può vedere la luce tornare a splendere. Qui Boyle cita una poesia di W. H. Auden:

“Which goes to show that the Bard [Shakespeare]
Was sober when he wrote
That this world of fact we love
Is unsubstantial stuff:
All the rest is silence
On the other side of the wall [...]”

Poi spiega: «Questo l'abbiamo ereditato da 2001, dove si cerca di fare qualcosa alla fine di un film che è davvero... Cerchi di produrre il film visivamente e lasciare le esperienze e le predilezioni della gente e la loro immaginazione lavorare sul film il più possibile».

Boyle è particolarmente orgoglioso del suo cinema "tattile", e quello che ha prodotto qui è, riprendendo ancora Rauco, un "delirio sensorio". Sarebbe stupendo se ai miei occhi non fosse evidente che le forme elettriche, stordite e indistinte di Pinbacker (Mark Strong) sono il segno della pigrizia intellettuale di Boyle («With film it's still regarded as an Oxbridge thing, as though making a film is some kind of intelligence skill, which it's not, clearly», dichiara a Dennis Lim del NYT).

Il riferimento in questo momento a 2001 aiuta a capire perché Sunshine impone su di noi il vuoto anziché domande. Dove Kubrick scruta e interroga (rimando all'ottimo Castorino di Ghezzi), Boyle vincola ad una materia informe da "sentire"; non crea, ma distrugge. E intanto non affligge le nostre menti, ma le rasserena stordendole con un panteismo accogliente. «Fuck you, Capa. What are you trying to remind us of? Our lost humanity?».


Sunshine #3
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Commenti
#1   16 Settembre 2007 - 03:18
 
ke onore esser citato da te...:D
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ManuLele81

#2   16 Settembre 2007 - 11:25
 
Dovere. Quella frase è di una concisione unica; se solo fosse usata per il film giusto! ;)
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