19/09/2007 | di Alberto Di Felice
Nascita di una nazione
Dell'etica della grammatica

C'è una serie di motivi per i quali due film lontanissimi come Nascita di una nazione e 300, accomunati dal fatto di essere moralmente inaccettabili, vanno valutati in modo ben diverso. Il primo di questi è ovviamente ed innegabilmente il fatto che il film di D.W. Griffith ha portato per primo la grammatica narrativa al livello, come lo stesso Griffith asserisce nella solenne didascalia iniziale, della «libertà che è concessa all'arte della parola scritta». Si è parlato a proposito della "nascita di un'arte". Ma parlare del divino affinamento del montaggio alternato da parte di Griffith non giustifica di per sé la grandezza di questo suo capolavoro "inconsciamente" razzista.

Non giova neanche sorvolare sullo spiacevole tema, notando come se persino un liberalista utopico come Woodrow Wilson ha posto il suo più o meno ufficiale sigillo sul film e sull'orizzonte storico-ideologico da cui nasceva, allora Nascita di una nazione non è che lo specchio del suo tempo, e andrebbe registrato e ammirato solo come tale. È lo specchio del suo tempo: pochi film non lo sono.

La più grande differenza fra queste due pellicole è la differenza fra ogni grande film ed i film che sono brutti o mediocri al più: in 300 la camera ha una retorica estremamente limitata e monotona, in Nascita di una nazione il montaggio di Griffith è emotivamente ed intellettualmente complesso. Con "intellettualmente" mi riferisco al tipo di processo di comprensione che il film mette in atto. Da questo punto di vista non ha importanza che entrambi i film dipingano biecamente l'orgoglio di puri contro la perdizione di mostri umani del tutto disumanizzati.

Si consideri una delle tante battaglie di 300 contro una delle scene di inseguimento di Nascita di una nazione. Tutto quello che Snyder fa è non solo prevedibile e ripetitivo, ma con i suoi ralenti e le sue accelerazioni ha solo lo scopo di far vedere la lancia che viene portata indietro dal guerriero, viene quasi fermata e poi riprende la sua marcia per trafiggere uno degli Immortali; in Griffith l'alternanza di inseguitori ed inseguiti e l'andirivieni fra gli spazi non sono puramente meccanici ma creano suspense ed immedesimazione.

L'immagine che ho scelto è uno dei migliori esempi di come, pur consci della bassezza filosofica di Griffith, siamo da lui costretti in una posizione di affannosa assimilazione. Nell'assedio alla baracca, uno dei nordisti tiene il manico del suo fucile sopra la testa della sua bambina mentre tenta di respingere i neri, pronto ad ucciderla se dovessero entrare. La situazione richiama il sacrificio di Flora (Mae Marsh) dal dirupo per resistere all'assalto di Gus (Walter Long). Griffith effettua uno stacco sul primo piano della bambina, rivelando simultaneamente paura e innocenza. È una scena estremamente potente: Griffith fa seguire alla camera la corsa del Klan nelle tortuose strade nella foresta, con l'effetto di creare un senso di eroismo incombente. Il Klan arriva al momento giusto, con la tensione narrativa in piena sollecitazione, restaurando la supremazia bianca una volta per tutte.

Costruite con arte attraverso il montaggio alternato, queste scene sono ciononostante fra i momenti più razzisti e abominevoli nella storia del cinema. Va notato tuttavia come l'intero film è basato su un processo di avvicendamenti che mettono in primo piano il mezzo, cosicché una consapevolezza del discorso filmico accompagna sempre la descrizione: siamo incoraggiati —fino a un certo punto— a pensare a cosa stiamo vedendo. Poco importa da questo punto di vista che il tipo di pensiero stimolato sia più emotivo che logico. In 300, viceversa, anche il pensiero emotivo si ferma prima del testosterone e della grammatica altamente monoespressiva chiamata a stimolarlo.
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