22/09/2007 | di Alberto Di Felice
*** Aurora di Murnau è un'opera preminente per ragioni che hanno a che fare esclusivamente con lo stile. Punto di congiunzione fra sentimentalismo europeo e sogno a lieto fine hollywoodiano, è una favola di grande schematismo (tre atti: pericolo/climax, riconciliazione/anti-climax, nuovo climax/nuova riconciliazione), contrappuntata da una ricca complessità pittorica di persistente matrice espressionista. Il suo soggetto, di per sé sostenuto da semplici opposizioni finanche prosaiche, viene trapuntato da un caleidoscopio suadente.Murnau realizza un'alchimia visiva in cui movimenti di macchina studiatissimi rendono possibili interazioni e sovrimpressioni che, non ultimo perché accompagnate dalla stupenda colonna sonora appositamente composta da Hugo Riesenfeld, contribuiscono alla resa puramente magica della pellicola.
Ma rimango perplesso dal poco risalto che si dà alla sua pecca sostanziale. Il secondo cartello recita: «Perché dovunque sorga e tramonti il sole, nella confusione della città o sotto il cielo aperto della fattoria, la vita è quasi sempre la stessa...». Tuttavia il film dimostra l'esatto contrario. Città e campagna, nonostante il secondo atto in linea col tono spensierato dell'anti-climax, non sono definite in maniera neutra: questo soprattutto per il personaggio dell'amante (Margaret Livingston), che viene a turbare la quiete del villaggio appunto dalla città (è la "donna di città", simbolicamente una sgualdrina) ed è associata ad una peccaminosa sessualità vampiresca (luna, palude, nebbia, oscurità).
Nel film c'è insomma una premessa che non viene mantenuta ed anzi un po' subdolamente contraddetta. I suoi simbolismi si smentiscono sotto l'artificio della fastosa messa in scena, che eclissa i fantasmi della pretesa naturalità morale della parabola.
















